Perché alcuni scrittori abbandonano la lingua materna

Traduzione di un articolo dell’Economist del 15-03-2016, Why do writers abandon their native language?

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“Nel 2012 Jhumpa Lahiri si trasferì a Roma e si impose un esilio linguistico. Smise completamente di parlare, leggere e scrivere in inglese per meglio imparare l’italiano.

L’immersione totale in una lingua straniera ha senso come mezzo per raggiungerne una completa padronanza, ma per uno scrittore di letteratura inglese abbandonare la lingua su cui ha fondato la carriera e l’identità letteraria sembra in effetti una mossa stravagante. Che cos’è uno scrittore senza la lingua in cui scrive?

E non si tratta di un’avventura passeggera. Nel libro di memorie in cui racconta la sua immersione nell’italiano (In altre parole, Guanda) Lahiri osserva che l’italiano è “l’unica lingua in cui continuo a scrivere”.

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Amici e conoscenti avevano provato a dissuaderla, insistendo sul fatto che non volevano leggerla in traduzione e che il cambiamento poteva risultare in un disastro per la sua carriera. Persino gli italiani stentano a capire perché abbia voluto scrivere in una lingua assai meno diffusa.

Ma la mossa di Lahiri ha dei precedenti. C’è una tradizione di scrittori che cercano di sfuggire alla propria lingua e vestono la propria arte in un idioma straniero. Alcuni lo fanno perché sono affascinati dalle possibilità offerte dalla nuova lingua: le parole e i giri di frase per i quali il loro linguaggio non ha equivalenti, nuovi strani ritmi e pattern sonori.

Joseph Conrad, per il quale l’inglese era la terza lingua dopo il polacco e il francese, spiegò che era stato “adottato dal genio della lingua”. Vladimir Nabokov aveva ragioni politiche e commerciali per scrivere in inglese piuttosto che in russo, ma la sua vera ossessione aveva a che fare con i piaceri del linguaggio stesso:

“L’eccitazione dell’avventura verbale del medium russo svanì gradualmente dopo che avevo abbracciato l’inglese,” disse alla Paris Review.

Benjamin Lee Whorf, un linguista del XX secolo, sosteneva che i parlanti di lingue diverse percepiscono e capiscono il mondo in modo diverso; che il linguaggio determina il pensiero. Se questo è vero allora lo scrivere in una lingua straniera offre agli scrittori non solo parole nuove ma nuove idee, un modo diverso di interpretare l’esperienza nella sua totalità.

La teoria di Whorf è controversa. Alcuni esperti sostengono che è più una questione di influenza, che l’inglese non ti obbliga a pensare diversamente dal russo, ad esempio, ma che le lingue creano associazioni diverse e dunque effetti diversi sulla nostra mente. Poiché il linguaggio è il mezzo attraverso il quale gli scrittori rappresentano il mondo è difficile però scartare l’idea che un nuovo linguaggio li apra a nuove modalità di rappresentazione.

“Nei mesi prima di venire in Italia”, scrive la signora Lahiri, “stavo cercando un’altra direzione per la mia scrittura. Volevo un nuovo approccio”.

Tuttavia l’adozione di una lingua straniera non riguarda solo la ricerca di una visione più fresca. Può indicare una relazione conflittuale con la lingua d’origine; il fardello psicologico dei testi già scritti da uno scrittore; la sua reputazione in quella lingua; l’intera tradizione letteraria nel cui ambito lavora.

Samuel Beckett è probabilmente l’esempio più lampante di ciò. Dopo aver pubblicato romanzi e saggi in inglese cominciò a provare l’impossibilità di continuare a scrivere nella lingua materna.

“Sempre più il mio linguaggio mi appare come un velo che deve essere lacerato”, scrisse a un amico.

“Grammatica e stile. Mi sembrano ormai irrilevanti, come un costume da bagno vittoriano o l’imperturbabilità di un vero gentiluomo”.

Desiderava “peccare” nei confronti dell’inglese mentre involontariamente peccava nei confronti delle lingue straniere: per scardinare l’uso convenzionale, per far esplodere stilisticamente costumi e saggezza letteraria tramandati. In un certo senso, questo è ciò che tutti i testi veramente innovativi cercano di fare. Beckett aveva tentato di realizzarlo in inglese, ma le sue prime opere narrative furono malamente accolte, considerate come dei pastiche alla James Joyce, il suo mentore ed eroe letterario. Così passò al francese, una lingua in cui sentiva che era “più facile scrivere senza stile”. (La signora Lahiri, en passant, fa eco a questa dichiarazione: “In italiano”, spiega, “scrivo senza stile, in modo primitivo”.)

Ma da cosa stava fuggendo Beckett? In che senso, per lui, il francese funzionava meglio dell’inglese? Alcuni studiosi hanno suggerito che stesse fuggendo dall’eredità di Joyce, l’ombra del progenitore che perseguitava i suoi tentativi di creazione letteraria originale. È un argomento che ricorda la teoria di Harold Bloom, di una “ansietà da influenza”, che i grandi scrittori provano cercando di “uscire” dall’influenza dei loro precursori.

Ma Beckett è un caso insolito ed estremo di ansia poetica. Cercò non solo di uscire da Joyce, ma di uscire dalla stessa lingua di Joyce – la lingua inglese, appesantita per lui dalle associazioni con tutti i grandi scrittori canonici inglesi. Passare al francese non era per Beckett soltanto una sfida intellettuale o un gioco linguistico: era necessario per la sua sopravvivenza come scrittore.

È stato solo grazie alla scrittura in francese che è riuscito a crearsi un suo territorio. E alla fine tornò a casa. Traducendo lui stesso i suoi testi francesi in inglese si reinserì nel canone e nella lingua che si era compiaciuto di abbandonare.

A differenza di Beckett Miss Lahiri si è fatta un nome in inglese fin dall’inizio. Ma a ben pensarci anche lei riconosce di “aver cercato di allontanarsi da qualcosa”. L’inglese era diventato un territorio pesante, una fonte della sua ansia di scrittrice, “una lotta logorante, un conflitto penoso”.

E se Beckett sentì il peso del suo fallimento in inglese Lahiri è gravata dallo spettro del suo successo:

“Sono diventata una scrittrice in inglese. E poi, in modo precipitoso, sono diventata una scrittrice famosa. Tutti i miei testi provenivano da un luogo in cui ero invisibile ”, spiega.

“Ma un anno dopo la pubblicazione del mio primo libro persi quell’anonimato.”

L’inglese stretto tra risultati e aspettative le diviene logoro, impraticabile. L’italiano le offre una lavagna pulita, una lingua non ingombra da voci familiari, compresa la sua. Ha rifiutato persino di tradurre lei stessa In altre parole in inglese. La cosa più importante forse è che in una nuova lingua Lahiri è libera di fallire, e forse, come Beckett, di peccare.

Gli scrittori ringiovaniscono fuggendo in direzione di lingue straniere. Sfuggono a tutte le associazioni psicologiche che si addensano attorno a una lingua e a una tradizione letteraria. In un certo senso, è la cura estrema del writer’s block, del blocco dello scrittore. Imparano a scrivere nuovamente e in un registro diverso.

E nel processo di adozione di una lingua nuova il loro rapporto con la vecchia cambia. Diventa meno familiare, meno stanco; con il tempo e la distanza, la lingua madre può assumere la freschezza e la libertà della lingua straniera, con tutte le  possibilità connesse di sperimentazione. Questo fu il caso di Beckett con l’inglese.

Sembra che la signora Lahiri stia procedendo in italiano, per ora, ma potrebbe scoprire che il vero vantaggio della sua decisione di abbandonare la lingua inglese è l’opportunità di riscoprirla”.

 

Solitudine, positiva e negativa

Oggi parleremo della solitudine con pensieri sparsi qua e là. Solitudine in italiano ha un significato neutro, significa semplicemente lo stare da soli. Cominciamo dunque il nostro viaggio.

Può in effetti la solitudine essere positiva? In un mondo in cui i single aumentano non sembra una domanda così campata in aria. Beh, si dovrebbe prima sapere se chi vive senza un partner (il che non implica ovviamente il ritiro dalla società) sia single per scelta o no.

Comunque si vedono persone che riescono a vivere una vita positiva e dignitosa da soli mentre altre semplicemente non ce la fanno. È come se ci fosse una solitudine creativa e una solitudine distruttiva. Argomento complicato (e interessante), in ogni caso.

Il simbolo dell’estrema solitudine mi sembra l’eremita, una persona che si confina in un eremo. Nikos Kazantzakis visitò vari eremi dove i monaci vivevano in solitudine e notò che alcuni sembravano sereni mentre altri erano come distrutti dall’isolamento. Non erano più esseri umani. Erano delle larve. Era come se il loro cervello venisse digerito dai suoi stessi succhi.

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Beh, la solitudine esercita un suo fascino su di me, non c’è dubbio. Potrebbe essere un’inclinazione, potrebbe essere il mito dell’autosufficienza, il mito del saggio dell’antichità che ha dentro di sé tutto ciò di cui ha bisogno, del vecchio saggio che possiede “beni inaffondabili nella sua anima che possono fluttuare e salvarsi da ogni naufragio”, come diceva Antistene. Ci racconta Seneca che Stilpone di Megara, un filosofo socratico, perse la famiglia e tutti i beni e a chi gli chiese se ne aveva sofferto rispose: “Assolutamente no”.

(Michel de Montaigne I: 39. Della solitudine, dove abbiamo trovato ispirazione e citazioni, anche se abbiamo preso strade diverse).

Una forza disumana, direi, quella di questo Stilpone, e se nell’antichità questi casi erano citati come esempi vuol dire che erano assai rari e comunque erano relativi a minoranze di superuomini appartenenti alle classi privilegiate.

In ogni caso anche se ho scelto di vivere non da solo la solitudine mi affascina e questo è probabilmente anche il motivo per cui mi intriga un Montaigne che nel 1571 si ritira dalla vita pubblica per vivere nella torre del suo castello dove aveva una biblioteca di 1.500 libri. Lì scrisse tutte le sue stupende riflessioni sembrando a lui che il più grande favore che poteva fare alla sua mente “era quello di lasciarla in completo ozio, a prendersi cura di sé stessa, preoccupata solo di sé stessa, pensando tranquillamente sé stessa”.

In quel luogo si lasciò andare alla danza dei pensieri e si preoccupò solo di tale danza, il che può essere in verità una cosa molto pericolosa.

Penso che Montaigne abbia intuito questo pericolo poiché scrisse che la nostra mente è come un giardino con migliaia di diverse erbacce che dobbiamo soggiogare “con semi appositamente seminati per il nostro servizio”, poiché “quando l’anima è senza un preciso obiettivo si perde”: essere ovunque è come non essere in nessun luogo (I: 8. Dell’ozio).

In altre parole, aggiungerei, un buon aiuto per far sì che la solitudine diventi positiva può esser quello di porsi dei progetti, degli obiettivi. Pare in effetti che le persone le quali, una volta lasciato il lavoro, vivono nella totale inerzia muoiono prima e/o sono colte da disturbi psichici.

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Ci sono persone che dicono:

“Ma insomma, questa favola della solitudine, ma che significa? L’amore, l’affetto e la compagnia non sono sempre meglio del vivere soli?”.

Beh, sicuramente. Un mentore diceva che dobbiamo lottare contro gli impulsi antisociali che sono in noi. Posso esser d’accordo, ma molte cose si raggiungono solo se ci ritiriamo nel nostro guscio: scrivere, leggere, comporre musica, meditare ecc., tutte cose sulla cui positività c’è un consenso unanime.

La solitudine poi deve essere una libera scelta. Se siamo spesso soli perché abbiamo paura degli altri, se ci isoliamo per complessi o per qualsiasi altro possibile sentimento di inadeguatezza, questo rientra nell’ambito di quei citati impulsi antisociali contro i quali dobbiamo combattere.

 

Tagliare ogni legame

Vivere da soli può essere inoltre associato all’idea di una partenza da tutto, all’idea di tagliare qualsiasi legame che abbiamo. Ecco che ritorna l’archetipo del saggio (Jung), del saggio che lascia la famiglia e gli amici per intraprendere un viaggio spirituale (vedi il Siddhartha di Herman Hesse; o i discepoli di Gesù, che egli ha chiamato perché lascino le loro famiglie e lo seguano).

Tuttavia, tagliare ogni legame e partire può a volte significare una fuga dai problemi e dalle responsabilità. Partiamo alla ricerca dell’illuminazione anche se nel profondo stiamo solo scappando dai nostri obblighi, dalle nostre paure e dalle nostre ansie.

Decidiamo di vivere a centinaia o migliaia di chilometri da casa senza pensare che, come diceva il romano Orazio, post equitem sedet atra cura, “dietro il cavaliere in partenza siede (e quindi lo insegue) la tetra preoccupazione”.

Montaigne riferisce che Socrate rispose così a chi gli disse che un uomo non era diventato migliore partendosene via da tutto:

“Certo che non divenne migliore: era andato via con sé stesso”.

Ovunque andiamo non possiamo certo sfuggire a noi stessi. Solo quando liberiamo il nostro cuore da qualsiasi peso, problema o obbligo siamo liberi di decidere se vivere da soli o no; se stare o partire per un viaggio verso una nuova vita.

L’egoismo e la vigliaccheria vanno sempre condannati.

 

Scrivere un blog in una lingua straniera

Cosa significa scrivere in una lingua straniera? Ci sono scrittori e blogger che scrivono in una lingua che non è la loro; alcuni blog sono scritti in più lingue e così via.

Parlerò della mia esperienza perché nel mio piccolo ho tenuto anch’io un blog in inglese, Man of Roma / a quirky research on romanness, durato sette anni, dal 2007 al 2014: un’esperienza molto bella che mi ha insegnato a scrivere meglio in questa lingua, con un discreto pubblico di lingua inglese (quasi 700 mila accessi) che commentava parecchio e mi ha aiutato a capire meglio diversi aspetti della cultura (delle culture) di questo universo anglofono sparso per il pianeta.

Inizialmente fu una bella faticaccia. Se in gioventù ero maggiormente attratto dalle lingue germaniche, nel 2007 preferivo (come oggi) l’italiano o qualsiasi altra lingua neolatina, una specie di ritorno al grembo materno.

Allora perché scrivere in inglese? Perché era difficile e le cose difficili sono un bell’antidoto alla mente bollita, che da allora dovetti aguzzare, e di parecchio pure.

L’inglese poi era la prima lingua straniera che appresi nell’adolescenza e quindi mi aiutò il fatto che fosse come il primo amore, che non si scorda mai.

 

Sudare con parole e frasi

Mi rimboccai le maniche e cominciai. A volte scrivevo direttamente in inglese senza alcuna difficoltà. Altre volte scrivevo direttamente in inglese ma non ero sicuro di me stesso. Correggevo continuamente e riscrivevo le frasi degli articoli e delle risposte ai commenti; copiavo spesso un passaggio in una nuova pagina bianca pulita, il che rinfrescava la mia immaginazione; a volte ci volevano molte nuove pagine bianche per raggiungere un passaggio che mi soddisfacesse, anche se non ero mai soddisfatto.

Quando ero stanco o quando scrivevo qualcosa di complicato componevo prima il testo in italiano e poi lo traducevo in inglese. Ciò avveniva anche quando, nel timore di farmi sfuggire un’idea, la buttavo giù velocemente nella mia lingua materna.

 

Le lingue contengono elementi di una cultura

Inizialmente ogni post del Man of Roma aveva un link che portava alla traduzione in italiano perché alcuni amici erano interessati e volevo che potessero seguirmi. Smisi dopo un anno perché era troppo faticoso ma fu un’esperienza istruttiva: lavorare con due lingue intrecciate tra loro fu un po’ come pensare con due cervelli differenti.

Una lingua contiene infatti elementi di una cultura (in senso antropologico), porta cioè con sé una mentalità, atteggiamenti, valori e anche espressioni spesso senza equivalenti nelle altre lingue.

È anche un buon esempio del tutto che è più della somma delle parti poiché – considerando solo due varietà della stessa lingua – i lessici di un americano e di un inglese colti sono quasi identici ma la scelta delle parole e il modo in cui esse vengono combinate nelle frasi producono qualcosa di diverso, lo si sente chiaramente, il che è per me la dimostrazione di una diversa cultura sottostante.

Certamente con la globalizzazione tali differenze tendono a diminuire anche se continueranno sempre a esistere, a mio parere.

 

Parole latine in inglese

Due trappole che incontrai, tra le tante, nello scrivere in inglese.

Colorazione. L’inglese contiene molte parole latine ma il suo nucleo è germanico. Il ritorno al “grembo materno” può spingere a preferire le parole inglesi di origine latina, anche se è difficile sempre prevedere l’effetto che esse avranno sui lettori anglosassoni. Comprehensible invece di understandable può sembrarci più caldo ma l’effetto è invece più formale, più colto. Voglio dire, non è così facile controllare la colorazione, o connotazione, delle parole in una lingua straniera.

Falsi amici. Anche il significato principale di una parola, la denotazione, può essere un problema. Le medesime parole latine in inglese e in italiano sono spesso “falsi amici”, parole cioè simili ma con un significato diverso. Actual per esempio vuol dire reale in inglese ma moderno in italiano, mentre eventually significa infine, alla fine in inglese e non ha nulla a che vedere con il nostro eventualmente.

 

Prosa e ritmo

Amando la poesia e la musica mi piaceva che la mia prosa inglese avesse un ritmo, qualcosa di bello che possiamo sperare di ‘intravedere’ quando scriviamo nella lingua madre ma è assai più arduo arrivarci se scriviamo in una lingua straniera appresa con anni di applicazione.

A volte riscrivevo le frasi in inglese finché non trovavo un ritmo per me soddisfacente. Leggere della buona prosa (e della poesia) nella lingua che vogliamo perfezionare può essere d’aiuto (per effetto naturale d’imitazione) e i classici sono sempre per me i migliori perché in essi non solo il contenuto ma anche la forma, il periodare nel caso della prosa, è spinta a livelli d’arte.

Il che ci porta all’ultimo punto di questo brano: l’apprendimento naturale delle lingue.

 

Input method

Quando avevo 14 anni fui bocciato in inglese e dovetti trascorrere un’estate amara sui libri. Per qualche strana ragione invece di studiare la grammatica inglese cominciai a leggere i fumetti americani di Superman e la serie Longman in inglese semplificato (ora assorbita nella raccolta di letture graduali dei Pearson English Readers). Un mondo nuovo si era aperto e la lettura in lingua me ne aveva dato una chiave!

Ero completamente affascinato dall’inglese americano di quei fumetti e da quei bei testi letterari inglesi resi così facili. I miei progressi l’anno successivo furono rapidi.

Applicai allora il metodo anche allo studio del greco e del latino leggendo il Vecchio e il Nuovo Testamento, l’unico testo facile disponibile in quelle due lingue ai miei tempi. Anche qui i progressi furono sorprendenti e i voti balzarono in su (con gran stupore dei miei compagni di scuola).

Alcuni anni fa fui sorpreso nel vedere che c’era chi aveva teorizzato queste cose. A volte è chiamato il metodo dell’input nell’apprendimento delle lingue.

Si impara una lingua attraverso l’esposizione costante o input in quella lingua (lettura e ascolto): testi, possibilmente buoni; film, TV, ecc.
L’output (scrivere e parlare) verrà fuori naturalmente.

Dopo tutto è proprio così che imparano i bambini: ascoltano in silenzio per mesi e mesi e poi, come per miracolo, cominciano a parlare.

La grammatica può essere utile in una fase successiva, per aggiustare qua e là (e infatti poi i bambini vanno a scuola).

Vi è però chi salta addirittura la grammatica: per loro basta esporsi a una lingua corretta (del resto è noto che i figli dei genitori che parlano bene sono facilitati a scuola e parlano e scrivono più correttamente).

Un franco-canadese che parlava benissimo 9 lingue esclamò:

“Sono orgoglioso di non aver mai toccato una grammatica!”

 

In conclusione

L’esposizione costante alla lingua inglese, scritta e parlata, è stato un fattore importante che mi ha aiutato a scrivere (oltre che a parlare) nella lingua di Shakespeare.

 

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Vi ho raccontato la mia esperienza di blogger in inglese e la mia relazione con questa bellissima lingua. Presto parlerò ancora dell’apprendimento delle lingue straniere in generale.

Lavoro duro, ma utile e anche divertente, se preso con lo spirito giusto.