La Passione di Vivaldi, di Tommaso Cherubini. Lucrezia (3)

Il Doge sulla Bucintoro vicino alla Riva di Sant’Elena, di Francesco Guardi (1712 – 1793)

Quella mattina di maggio il sole splendeva terso sulla laguna, l’aria fresca e odorosa d’acqua già preannunciava l’estate. Tutta Venezia era in festa: nelle calli e nei campielli sventolavano bandiere e gagliardetti; alle porte delle case erano appese corone di fiori e dai balconi dei palazzi patrizi pendevano festosi gli stendardi variopinti delle casate nobili.

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Il popolo festeggiava la partenza del Serenissimo Doge Francesco Morosini per la Malvasia: il generale aveva già dato una sonora lezione ai Turchi qualche anno prima, in Negroponte, e se non fosse stato per la malaria che gli aveva decimato l’armata, li avrebbe definitivamente annientati.

La Repubblica aveva di nuovo bisogno del suo Condottiero per fronteggiare gli Ottomani; pur avendo ormai settantaquattro anni, nessuno meglio del Doge avrebbe saputo capitanare la flotta alla riconquista della Morea.

Piazza San Marco era un tripudio di folla: schierati in ordine di parata stavano reggimenti di alabardieri, moschettieri, fanti e assaltatori; sotto i portici di sinistra, ai piedi dalla torre, sostavano trombettieri e tamburini, pronti a suonare le loro fanfare.

Al centro della piazza era stato transennato il percorso che il Serenissimo avrebbe dovuto compiere sull’impalcatura portata a braccia da otto portatori, scelti tra i lottatori più forti; tutto intorno la folla si accalcava cercando di avvicinarsi il più possibile al tragitto previsto.

Nessuno si meravigliava di quella partecipazione di popolo: Morosini era il Doge più amato dai Veneziani perché in quella città di vizi, di feste, di casini, di debosciati, egli rappresentava la virtù: era sempre stato un uomo morigerato e un guerriero fenomenale.

Modello della Bucintoro (credits)

Il giovane Vivaldi si godeva lo spettacolo da una posizione privilegiata: era appoggiato al parapetto del ponte superiore della Bucintoro, la nave da cerimonia che di lì a breve avrebbe portato il Doge lungo il Canal Grande verso il Lido, ad imbarcarsi sull’ammiraglia della flotta: la Generalizia. Alle sue spalle gli orchestrali stavano accordando gli strumenti; indugiò ancora un po’ nell’osservare lo scenario, ripensando a cinque anni prima, a quella giornata di pioggia in cui aveva suonato per la prima volta in San Marco: quanta ansia! Quanta emozione!

Ora aveva quindici anni e un posto fisso nell’orchestra, accanto a suo padre. Era stato un tirocinio duro ma alla fine i suoi sforzi erano stati coronati dal successo e questa giornata ne era la riprova: accompagnare con la musica il Doge sulla Bucintoro!

Gli sembrava un sogno!

“Antonio! Non restare lì imbambolato! Vieni ad accordare!” lo apostrofò il padre; poi girandosi verso il suo compagno di viola disse: “E’sempre con la testa fra le nuvole, ma da prete quello sarà un pregio”.

Si alzò una leggera brezza di mare che increspò la laguna: ora sull’acqua rilucevano infiniti punti di luce abbagliante e il canale, da San Marco all’isola di San Giorgio, si fece d’argento.

Sì, era vero, aveva la testa per aria, ma quando avrebbero mai potuto gli altri sentire ciò che lui provava in quel momento?

I guizzi di luce sull’acqua si trasformavano in note, i colori della folla divenivano tonalità e nella sua testa si formavano accordi in un turbinio incontrollato: si univano l’un l’altro formando una melodia che durava finché egli non girava lo sguardo da un’altra parte. Ed ecco che nuove luci e nuovi colori assommavano altri accordi, questa volta più tenui di quelli di prima, più languidi, meno caratterizzati.

Uno stormo di gabbiani volò basso di fronte a lui tra l’acqua e il ponte superiore della nave: la melodia languida cessò improvvisamente per far posto ad una cascata di note di archi che sgorgavano impetuose dal battere d’ali dei gabbiani: era come se lasciassero una scia luminosa fatta di accordi. Il suono degli archi ora gli riempiva la testa in un turbinio fantastico! Un vortice di melodie lo stava risucchiando. Una volta tornato a casa, avrebbe scritto quella musica, se fosse riuscito a trattenerla in testa. Ritornò al suo posto tra gli archi accanto al padre. L’orchestra alloggiava nella parte poppiera del salone grande, sul ponte superiore; nella parte prodiera erano sistemate alcune panche foderate di seta con sopra cuscini damascati: erano riservate ai nobili che avrebbero accompagnato il Doge.

Il doge Francesco Morosini (credits)

Sopra, il Tiemo copriva il ponte, con tessuti laminati in argento e oro raffiguranti all’interno le costellazioni dello Zodiaco. A prua un’altra sala più piccola accoglieva il trono del Doge interamente decorato in oro e raso rosso. La Bucintoro, costruita più di novanta anni prima, era il vanto della Serenissima: non vi era cerimonia solenne in cui essa non comparisse maestosa con i suoi quarantadue rematori alloggiati nel ponte inferiore, le sue splendide decorazioni in oro, in bassorilievo sulle murate, raffiguranti sirene e tritoni, le sue statue di Marte e Giustizia a prora e i due fieri leoni marciani a poppa. Si udirono le fanfare suonare la marcia trionfale; gli sguardi della folla si volsero verso l’uscita della Basilica: le ante del portale centrale si spalancarono e sulla soglia illuminata dal sole si stagliò maestosa la figura del Serenissimo Doge Francesco Morosini.

Apparve vestito con la splendida uniforme ricamata in oro del Capitano Generale dell’Armata; nella mano destra reggeva il bastone del comando, una sorta di scettro dorato trapuntato di gemme preziose; un mantello di ermellino gli copriva le spalle e sulla testa splendeva la corona dogale. Accompagnato dai dignitari prese posto sul carro e, trasportato a braccia dai portatori, cominciò a fare il giro della piazza tra un frastuono di urla e di fanfare.

Sembravano tutti impazziti: uomini correvano dietro al carro, bambini urlavano eccitati cercando di arrampicarvicisi in corsa, donne gettavano fiori, cani e piccioni si rincorrevano in salti e svolazzi. Il Doge era visibilmente scosso da quella folle corsa e non vedeva l’ora che finisse: alla sua età quello non era certo il modo migliore di cominciare un lungo viaggio! E per giunta in una località di guerra!

Finalmente il giro terminò e il carro si arrestò davanti al ponte d’imbarco di fronte al Palazzo Ducale; il Serenissimo ne scese sconvolto e, accompagnato dai Dieci Consiglieri e dal Senato, si accomodò sul trono nella sala piccola mentre i dignitari prendevano posto sulle panche nella sala grande.

L’orchestra attaccò con una suite di Tomaso Albinoni tratta dal melodramma La Zenobia che riscuoteva grande successo in teatro; la nave salpava dall’attracco e metteva la prua verso il Lido costeggiando la Riva degli Schiavoni.

La folla non accennava a diradarsi, anzi inseguiva la nave correndo sulla riva sventolando le bandiere.

La gente si accalcava alle finestre e sui balconi dei palazzi antistanti il canale salutando il suo eroe che partiva; per i Veneziani era un’occasione di far festa da non perdere assolutamente, tanto più che il carnevale era finito da un pezzo. La sera si sarebbero riuniti in molti nei ridotti, a bere e a giocare fino all’alba, i teatri avrebbero fatto il pienone.

La nave scivolò morbida sull’acqua, mossa dai potenti vogatori; sul ponte di sopra era cominciato il rinfresco. Il giovane Vivaldi, suonando il violino, osservava distratto i nobili ed i loro splendidi abiti, quando una donna attrasse la sua attenzione: lo stava fissando con due occhi belli e ridenti.

In quello sguardo Antonio sentì ammirazione, interesse, ma sopra tutto piacere: erano occhi acquosi, il loro umido trasudava godimento.

Antonio sentì il viso avvampare: era la prima volta che una donna lo guardava in quel modo; abbassò lo sguardo e si concentrò sul violino, ma la mano che reggeva l’archetto faticava a stare ferma.

Nel largo che stavano eseguendo era fondamentale tenere fermo il polso, mentre il suo sembrava impazzito e dava segni di andarsene per conto proprio; Vivaldi decise che era meglio smettere e staccò l’archetto dalle corde aspettando che passasse il tremore.

“Antonio: ma cosa combini: Ti senti forse male?” l’apostrofò il padre sentendo mancare il suono del suo violino.

“No padre, non è niente” sussurrò Antonio, “è solo un crampo alla mano”.

”Beh vedi di fartelo passare alla svelta, che qui non siamo mica in crociera di piacere:”

“Sì padre, non vi preoccupate, è già passato”.

Il tempo della sonata si mutò in allegro quando il giovane musicista riprese a suonare, sforzandosi di far andare l’archetto nella direzione voluta e secondo

il giusto tempo. La dama continuava a fissare il giovane, con uno sguardo che ora si era fatto più vivace, quasi volesse adattarsi al cambiamento di ritmo della musica.

“Sempre a caccia di giovani talenti, la Signora non si smentisce”, commentò sarcastico uno dei convitati.

“Ma di chi state parlando? ” rispose il suo vicino.

“Ma della Mocenigo delle perle! “

“Mocenigo delle perle? Ma chi è?”

“Si vede che state sempre rintanato in casa: E’ Lucrezia Basadonna, novella sposa del procuratore di San Marco, Girolamo Mocenigo”.

“Perché l’avete chiamata la Mocenigo dalle perle?”

“Ma come perché! Non vedete i pendenti che ha alle orecchie? Sono le perle più grosse di tutto l’oriente: facevano parte dei tesori della famiglia Mocenigo e lei, tanto è riuscita ad abbindolare il vecchio, che se li è fatti regalare per le nozze! Un vero scandalo: lei, una popolana, che sfila di sotto al naso le perle alle donne della famiglia Mocenigo! Ne ha parlato per mesi tutta Venezia ! “.

I due convitati si concentrarono entrambi sulla figura della dama: era veramente una bella donna.

Biondi capelli scendevano in boccoli sulle spalle carnose, scoperte nell’ampia scollatura che lasciava intravedere due splendidi seni; dalla vita snella, accentuata ancor più dal corpetto, partivano due fianchi rotondi, la forma dei quali lasciava presagire la bellezza del corpo nascosto dalla veste a sbalza.

Un ché di sensuale emanava dalla sua persona, quasi una forza tenuta nascosta, ma che riusciva egualmente a venir fuori dai pori della pelle.

Qualcosa che attirava gli uomini come api al miele e che una volta assaporato lasciava un’assuefazione che durava mesi.

Lo sapeva bene Lord Hamilton, il diplomatico inglese accreditato presso la Serenissima, che ne era rimasto ammaliato anni prima, ed era uscito fuori di testa quando lei non ne aveva più voluto sapere. Lo avevano visto, alcolizzato a Londra, aggirarsi di notte per i Docks come un cane randagio invocando il suo nome!

La Bucintoro avanzava lungo la riva tra le acclamazioni della folla ed era ormai giunta all’altezza dei giardini, in fondo alla Riva dei Martiri; là scolaresche di bambini giocavano nel verde dei prati, alcuni tirando alla fune, altri lanciando i cerchi nei pali, altri ancora semplicemente rincorrendosi, felici di far festa; vi erano anche le bambine dei Pii Istituti, ciascuna vestita con i colori della propria Congregazione, di rosso quelle della Pietà, di verde gli Incurabili, di marrone i Derelitti, di bianco i Mendicanti.

Una bambina vestita di rosso se ne stava in disparte: sedeva su una panca vicino alla riva intenta ad osservare l’acqua sospinta dalla corrente e tutto ciò che in essa era trasportato: foglie, pezzi di legno, alghe.

Improvvisamente la sua attenzione fu attratta dalla musica che proveniva dalla nave e che la brezza sospingeva fino alle sue orecchie: come era dolce il suono dei violini!

Esso si mescolava al rumore dell’acqua che scorreva lungo la riva ed insieme formavano una strana armonia.

La piccola figura seduta sulla panca attirò da lontano l’attenzione del giovane Vivaldi: come era diversa la sua mestizia dal vociare dei nobili sulla nave, come appariva falso il loro atteggiamento festaiolo nei confronti della serena compostezza di quella bambina!

“Anna Maria, vieni, è ora di rientrare! ” chiamò la suora mentre radunava il gruppo delle orfanelle.

“Sì, suor Giuliana, vengo subito”.

La piccola si alzò dando un ultimo sguardo alla nave dorata che si allontanava portando con sé quella stupenda musica.

La Passione di Vivaldi, di Tommaso Cherubini (1)

Tommaso Cherubini

Ho da poco letto La Passione di Vivaldi, di Tommaso Cherubini (qui i link a Amazon.com, Barnes & Noble e IBS.it), un romanzo passionale che mi ha colpito, intrattenuto e mi ha insegnato alcune cose. Il modo di raccontare, per esempio, è gradevolmente antico e ricorda le narrazioni di Alexandre Dumas padre anche se più asciutte (non è una svalutazione, Dumas è immenso) e con un Balzac che peraltro fa capolino qua e là. Poi tutta Venezia e non solo vi compare, ricca di colore e dettagli e con al centro Antonio Vivaldi, il musicista della prima metà del ‘700, che “è prete e si innamora perdutamente di Anna Maria, una fanciulla sua allieva nel coro del Pio Istituto della Pietà, dove lui insegna violino”.

E’ un amore travagliato, “tenuto nascosto a causa dell’abito talare del musicista. La loro relazione è osteggiata da Lucrezia Basadonna, una nobile veneziana che, innamoratasi perdutamente di Vivaldi, fa di tutto per sottrarlo alla sua amata, usando metodi iniqui, tanto da portarlo vicino alla morte”.

La narrazione alla Dumas, i dettagli e le ambientazioni, dicevo. Mi è anche piaciuta la capacità che ha l’autore di introdurre in modo naturale il retroterra dei personaggi (il lettore deve esserne informato, ma è difficile farlo scioltamente) attraverso racconti e riflessioni dei presenti, mischiati al narratore onnisciente che completa dove loro si fermano.

Tommaso Cherubini si divide tra Cipro e l’Italia

La documentazione è ricca e frutto di grande lavoro poiché, come scrive Cherubini, i luoghi reali ed i personaggi realmente esistiti “sono il frutto di una minuziosa ricerca fatta nell’Archivio di Stato di Venezia e nella Biblioteca Marciana in San Marco. La storia è stata creata dall’autore nel 1988 durante i frequenti soggiorni a Venezia, al fine di partecipare al concorso per giovani scrittori sponsorizzato da Mont Blanc alla Fiera del Libro di Torino. Il libro è risultato finalista dopo essere stato valutato da una commissione formata dai maggiori editori italiani, ma alla data della premiazione, avendo l’autore compiuto i 40 anni, è stato escluso dalla assegnazione finale del premio. L’autore lo ha tenuto nel cassetto per 30 anni e solo alla fine del 2018, dopo averlo revisionato, ha deciso di pubblicarlo”.

Con il permesso dell’autore The Notebook pubblica i primi tre capitoli del romanzo.


Capitolo I. Le prime note

Non aveva fatto che piovere negli ultimi giorni e un persistente scirocco aveva portato l’acqua alta in laguna costringendo i veneziani a camminare su delle assi di legno sistemate sulle calli inondate.
Gran seccatura, sopra tutto per le persone anziane che rischiavano di scivolare dalle travi e rompersi le ossa.

Non era certo questa la preoccupazione che assillava il giovane Vivaldi mentre saltava da un’asse all’altra in Campo della Bragola, non lontano dalla bottega di barbiere di suo padre; la sua ansia era di arrivare in tempo per le prove del concerto che si sarebbe tenuto l’indomani nella Basilica di San Marco per celebrare i funerali del Serenissimo Doge Marcantonio Giustinian.

Un’occasione come quella non si sarebbe ripresentata: suonare insieme a dei veri professionisti al posto di suo padre che si era fratturato il polso destro, proprio cadendo da una di quelle assi di legno.
Si turbò per la cattiveria dei suoi pensieri e se ne vergognò un poco perché voleva bene a suo padre e gli era riconoscente per avergli insegnato a suonare il violino.

Ma esibirsi in San Marco, in un concerto ufficiale, era per lui più di un miracolo e ancora stentava a credere che il Maestro Legrenzi lo avesse scelto in sostituzione del padre. Temeva di svegliarsi da un momento all’altro da questo sogno meraviglioso e di ritrovarsi a casa con i fratelli che, gridando in continuazione, non lo lasciavano un attimo tranquillo e gli impedivano di concentrarsi sul violino come avrebbe voluto.

Non che a casa stesse male, ma le continue urla della madre, sempre appresso ai figli a pulire e gli scatti d’ira del padre che gli rammentava in continuazione che ormai era grande e che doveva cominciare a guadagnarsi il pane, gli toglievano la concentrazione necessaria ad esercitarsi sullo strumento. A lui solo quello importava: suonare. Era stato espulso dalla scuola per scarso profitto e a causa delle continue assenze.
Ma che colpa ne aveva lui se soffriva di asma e alcune notti non riusciva a dormire ritrovandosi in ginocchio ai piedi del letto, tutto sudato in preda alle convulsioni?

E come poteva la mattina dopo stare attento alle lezioni? A parte l’asma, la scuola era noiosa: invece che seguire le lezioni preferiva astrarsi con la mente ed immaginare sequenze di note che poi, una volta a casa, suonava e metteva per iscritto. Aveva al suo attivo già più di cento composizioni, alcune delle quali teneva nascoste in uno stipetto del cassettone della cucina.

Una volta sua madre, facendo un repulisti, le trovò e gliele mise sul letto; lui si arrabbiò moltissimo e le fece giurare di non dirlo al padre, altrimenti le avrebbe bruciate; per il momento dovevano rimanere segrete, poi un giorno ne avrebbe ricavato un’opera da mettere in scena ricavandone un guadagno.

“Ma vedi di andare ad aiutare tuo padre alla bottega, che è solo e ha bisogno di aiuto” gli diceva sempre la madre, cui le stravaganze musicali del figlio destavano non poche preoccupazioni per il suo avvenire.
“Col violino non ci si mangia” diceva al marito quando egli, per suonare in San Marco in cui era orchestrale stabile, trascurava il suo lavoro di barbiere.

La pioggia non accennava a diminuire. Per San Marco mancava ancora un bel po’ di strada; il giovane Vivaldi saltava tra le pozzanghere cercando di bagnarsi il meno possibile ma ormai le scarpe gli erano diventate due secchi d ‘acqua e i pantaloni zuppi gli rimanevano incollati alle cosce.
Un gruppo di vecchiette sostava sulle assi impedendogli il passaggio: si erano fermate, con le borse della spesa piene di verdura comprata al vicino mercato e commentavano le disgrazie causate dall’acqua alta. Il giovane violinista saltò giù dalle travi e decise di abbreviare il percorso passando di fronte alla chiesetta di San Giovanni in Bragora, e da lì tagliare per il ponticello della Pietà.

Ormai una pozzanghera in più o in meno non avrebbe fatto differenza.Don Giulio, il parroco della chiesa, al riparo sotto il portale d’ingresso, lo osservava zigzagare tra le pozze e si meravigliava che il piccolo Antonio, sempre indisposto per l’asma, potesse avere tutta quella energia in corpo. Si ricordava ancora di quella mattina di maggio di dieci anni prima quando la madre, la signora Camilla, gli aveva portato disperata il neonato perché ricevesse il battesimo prima che morisse. Era sconvolta: il medico aveva diagnosticato alla creatura in fasce una grave infiammazione ai polmoni che difficilmente sarebbe guarita. Il parroco le aveva detto di rassegnarsi e di pregare, che la perdita del bambino sarebbe stata compensata dalla buona salute degli altri figli; ma si era sbagliato perché il piccolo, pur rimanendo soggetto ad attacchi di asma, era riuscito a superare la crisi e a condurre un’esistenza pressoché normale.

“Antonio, ma dove corri con quest’acqua! ” lo apostrofò il prete assumendo un’aria di rimprovero.
Vivaldi si fermò contrariato: “il parroco ora proprio non ci voleva” mormorò a denti stretti e si preparò ad ascoltare la ramanzina che ormai conosceva a memoria sul perché in chiesa ci veniva solo quando si trattava di suonare e alle funzioni non si faceva mai vedere e che per un chierichetto non era quello il modo migliore per avvicinarsi al Signore e varie altre litanie del genere.
Il prete parlava ma il giovane Vivaldi pensava al suo violino, a quell’ottava di passaggio che era il segreto per eseguire correttamente il pezzo che avrebbe suonato di lì a poco: non doveva assolutamente lasciare andare le dita, all’attacco del largo, ma doveva tenerle ben strette sull’accordo altrimenti avrebbe perso un tempo.
“Dì un po’, ma mi stai a sentire? “ si arrabbiò il parroco cui non era sfuggito lo sguardo assente del giovane
“Certo Don Giulio, ma ora mi scusi devo proprio andare” lo lasciò di sasso, impalato come una statua e con un’espressione da ebete sul volto.

Il prete osservò il ragazzino allontanarsi tra le pozzanghere e constatò con amarezza che forse la vera vocazione del giovane Antonio non era quella di farsi prete, bensì di diventare un musicista. Aveva da sempre avuto il dubbio che una tale scelta fosse stata presa per lui dai genitori, forse preoccupati dalla sua eccessiva passione per un’attività poco redditizia come la musica o forse per mettere quel figlio così ingenuo e cagionevole di salute al riparo dalle insidie del mondo.

Antonio affrettò il passo e dopo aver attraversato il ponticello sul rio della Pietà si ritrovò nel vicolo che costeggiava l’omonimo Istituto Ospedaliero; da lì poteva scorgere le barche che incrociavano nel bacino di San Marco di fronte alla riva degli Schiavoni: in un attimo sarebbe giunto alla Basilica.
A metà del vicolo, proprio sotto le mura del Pio Istituto, una strana scena si presentò alla sua attenzione: una giovane donna stava cercando di far entrare una specie di fagotto dentro un’apertura praticata nel muro di cinta ove era incastonato un cilindro di legno che ruotava intorno al suo asse verticale: in questo modo il suo contenuto poteva essere prelevato dall’interno dell’edificio senza che il depositante venisse visto ed eventualmente riconosciuto.

Ma quel fagotto era troppo grande e la donna faticava a farlo entrare nella fessura del cilindro; mentre Vivaldi gli passava accanto, dall’involucro uscirono strani suoni simili a vagiti di neonato.
Dunque la donna stava abbandonando una creatura: Vivaldi aveva sentito dai compagni strani racconti su certe usanze di alcune madri di abbandonare i propri figli negli Istituti di carità, ma non aveva mai pensato che fossero vere.
Ora invece ne aveva la riprova: ma con quale coraggio quella madre abbandonava la sua creatura? E per quale motivo?
Si fermò a guardare la scena più da vicino ma la donna lo aggredì furiosa: “ Di che ti impicci? Fila via” gli gridò piantandogli addosso due occhi di felino braccato, cerchiati di nero.

Vivaldi rimase impietrito: guardò il volto scarno della donna farsi leggermente rosso sugli zigomi sporgenti e mostrare tutta la sua aggressività animalesca. Avrebbe voluto chiederle perché commetteva una simile atrocità ma non ne ebbe il coraggio: la donna gli faceva troppa paura.
Si mise a correre di scatto verso la Riva degli Schiavoni col cuore in gola mentre i vagiti del neonato lo rincorrevano nel vicolo e gli rimbombavano nelle orecchie. L’ansia per la prova del concerto era sparita; al suo posto era subentrata una profonda angoscia per la sorte di quella creatura innocente, abbandonata così crudelmente.

Aveva smesso di piovere e l’aria si era fatta più fresca; Antonio inspirò profondamente e cercò di non pensare più a quell’orrendo episodio.
Ma quando entrò nella Basilica di San Marco non si era affatto calmato; il cuore gli scoppiava in petto e la tosse fastidiosissima aveva ricominciato ad affliggerlo.

“Ma siete sicuro che il giovane Vivaldi sia all’altezza di sostituire il padre?”
La domanda era stata posta dal primo violino dell’orchestra, un anziano musicista la cui avversione per i giovani era proverbiale, tanto che in passato si era opposto all’ingresso nell’orchestra di elementi validi, solo perché dotati di poca esperienza.

“Non c’è nessun problema, conosco il giovane e vi posso assicurare che è all’altezza del compito”, rispose secco il Maestro di Cappella Giovanni Legrenzi, sotto i cui insegnamenti Vivaldi aveva mosso i primi passi nel mondo della musica.

Vivaldi figlio, a soli dieci anni, era di gran lunga superiore al padre che pure suonava da venti anni, ma questo non poteva dirlo al buon GiovanBattista che si era sempre comportato dignitosamente sotto la sua direzione.
Antonio era un’altra caratura di musicista: il suo estro e la sua inventiva ne facevano un futuro virtuoso del violino e il maestro era sicuro che presto il talento del giovane sarebbe stato riconosciuto e apprezzato nei salotti e nei teatri veneziani.

D’altronde il suo fiuto non aveva mai fallito: c’erano, nella velocità delle mani del giovane e nella loro capacità di fermarsi senza errore sugli accordi giusti, le premesse del grande artista, rafforzate da una non comune capacità interpretativa. Insomma tecnica e sensibilità unite insieme, combinazione assai difficile da trovare già formata in un giovane di dieci anni.

La basilica era avvolta nell’oscurità nonostante fosse mattina: dai vetri dei rosoni filtrava a malapena una debole luce biancastra. Anche i candelabri erano spenti, avendo il Procuratore di San Marco, arcinoto per la sua tirchieria, dato disposizioni affinché le candele e le lampade venissero accese solamente in concomitanza con le funzioni religiose.
Vivaldi, appena entrato, ebbe bisogno di un po’ di tempo per abituare i suoi occhi all’oscurità; sentì provenire dal coro di sinistra l’inconfondibile stridio degli archi mentre venivano accordati: una sorta di cacofonia, ma pur sempre calda e invitante.

La tosse cessò e ricominciò l’ansia: sì, d’accordo, cercò di rincuorarsi, quel pezzo di Corelli chissà quante volte lo aveva provato e riprovato insieme al padre; ma ora si trattava di suonarlo insieme a dei professionisti e sotto l’orecchio vigile del Maestro. Un attacco di panico lo assalì: poteva andarsene e inventare una scusa, dire che non si sentiva bene.
“Antonio! Finalmente, credevamo che ti fosse successo qualcosa, sbrigati!” lo apostrofò il Maestro Legrenzi, affacciato alla balaustra del coro.
La fuga non era più possibile: il giovane salì le scale che portavano al mezzanino dove era sistemata l’orchestra e prese posto tra gli archi borbottando scuse impacciate. Nel posto occupato di solito dal padre trovò il suo violino, se lo accostò alla spalla e cominciò ad accordare, evitando di guardare gli altri orchestrali. Si sentiva osservato e ciò aumentava la sua ansia.

Ma quando il Maestro Legrenzi assunse la posizione iniziale con le braccia sollevate e guardò il giovane dritto negli occhi tutte le paure cessarono. L’anziano direttore si concesse un attimo di pausa, quasi a voler raccogliere tutte le energie, prima di sprigionarle nella direzione dell’orchestra: il volto scarno, incorniciato nei lunghi capelli bianchi, sembrava quello di un morto, ma gli occhi, quasi nascosti dalle folte sopracciglia, pur socchiusi, trapelavano un intenso bagliore metallico.

Con la bacchetta tenuta nella mano destra accennò un lieve movimento circolare, mentre con la mano sinistra aprì lentamente il pugno chiuso ed invitò gli archi all’adagio iniziale. Il caldo suono delle viole riempì le navate della Basilica e Vivaldi sentì l’armonia pervadere i suoi sensi. Ora provava una gran pace, quasi uno stato di grazia e di beatitudine, come se lui e la musica fossero una cosa sola: cominciò a far scorrere l’archetto sulle corde del ponticello, mentre le dita dell’altra mano si andavano a posizionare sugli accordi da sole, guidate da una forza invisibile.

Guardava il maestro, ma non lo vedeva: ne percepiva solo l’energia da cui si lasciava guidare.
La sua mente era vuota di pensieri: che bello sentirsi musica e null’altro!

[continua]