Preparando una nuova “about” page (che notizia cruciale ðŸ˜±)

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Man of Roma aka Giovanni nel Natale 2007

Potrebbe essere così [ma il 02.10.18 è ormai così, ndr]. Giovanni aka (also known as) Man of Roma, autore di The Notebook, è un romano (origine piemontese toscana romana) che si avvicina ai 70 e preferisce l’anonimato per poter parlare liberamente di tutto (in realtà G si rivela qua e là).

Il blog è in italiano, ma integrerà sempre più parti in inglese (e francese più in là), anche se l’italiano sarà sempre la lingua prevalente.

LETTURE, PENSIERI E RICORDI

Si cerca qui di mischiare letture, pensieri e ricordi.

Giorgio (*malizioso*): Perché elementi biografici?

A. Perché uno degli obiettivi di questo blog è raccogliere abbastanza ricordi da farne un libro di famiglia da lasciare a figlie e nipoti quando, meno presi dalla vita, avranno interesse ad esplorare le loro origini. E’ quanto fatto da Carlo Calcagni, fratello di mia nonna (tutti trasteverini), che ci ha regalato ricordi di famiglia della Roma papalina tra ‘800 e ‘900.

B. Perché Man of Roma è modesto, il suo modello essendo Michel de Montaigne.

C. Perché avendo perso ogni religione Man of Roma vede in questo blog la possibilità di dedicarsi all’unica fede ormai rimastagli: il narcisismo (battuta di Woody Allen, non di MOR).

ATTIVITÀ PROFESSIONALI

Scherzi a parte (Giorgio: 🤨), vediamo cosa ha fatto nella vita l’autore di The Notebook. Se ne capiranno forse meglio i post.

1) Professore di lettere di ruolo per 16 anni (storia antica e letteratura italiana).

2) Ingegnere dei sistemi e reti informatici (MCSE, Microsoft Certified Systems Engineer) per i successivi 14 anni, impegnato in attività di progettazione, implementazione e formazione in Italia e all’estero (Russia, Stati Uniti, Tunisia, UNLB di Brindisi ecc.).

3) Compositore di ambientazioni musicali elettroniche, pianista, chitarrista e amante di ogni genere di musica: classica, contemporanea, jazz, world (araba e indiana, per esempio), rock, pop ecc.

4) Giornalista free-lance con articoli apparsi su alcuni quotidiani e riviste italiani di centro destra e centro sinistra (Roma notte, Vita Sera, Il Giornale d’Italia, La Repubblica, L’Astrolabio e L’Espresso).

5) Imprenditore turistico negli ultimi 15 anni, attività facilitata dall’abitare vicino al Colosseo. La cosa ha procurato parecchie tribolazioni (non solo bancarie), l’Italia essendo un paese che non favorisce gli imprenditori.  Da qualche mese vediamo una lucina dal buio del tunnel.

Nota. Le attività 2, 3 e 4 si sovrappongono o MOR avrebbe 153 anni.

ψ

Man of Roma si è ormai ritirato da ogni attività professionale (a parte quella di imprenditore turistico).

La speranza è che il presente blog gli permetta di rinfrescare le materie umanistiche, di insegnare qualcosa agli altri (ma soprattutto a sé stesso), di ravvivare il cablaggio delle sinapsi e ricomporre così i vari interessi (tecnologia e scienze comprese) in un insieme non troppo strampalato e che “coloro che sanno” chiamano synthesis, o σύνθεσις, nella lingua più bella del mondo.

Dedica

Quel poco che sono e che so lo devo quasi interamente al Maestro molisano di Termoli, Giuseppe, che a volte chiamo Magister (διδάσκαλος), e che sempre fu Peppino per gli amici. Venne ucciso anni dopo, ancora giovanissimo, dalla Mafia in Sicilia  – lo appresi con dolore 3-4 anni fa ad un matrimonio – mentre portava in quella bella terra il movimento dei disoccupati organizzati nato a Napoli a metà degli anni 1970.

Questo blog è dedicato a lui, dal più profondo del mio cuore.

Solitudine, positiva e negativa

Oggi parleremo della solitudine con pensieri sparsi qua e là. Solitudine in italiano ha un significato neutro, significa semplicemente lo stare da soli. Cominciamo dunque il nostro viaggio.

Può in effetti la solitudine essere positiva? In un mondo in cui i single aumentano non sembra una domanda così campata in aria. Beh, si dovrebbe prima sapere se chi vive senza un partner (il che non implica ovviamente il ritiro dalla società) sia single per scelta o no.

Comunque si vedono persone che riescono a vivere una vita positiva e dignitosa da soli mentre altre semplicemente non ce la fanno. È come se ci fosse una solitudine creativa e una solitudine distruttiva. Argomento complicato (e interessante), in ogni caso.

Il simbolo dell’estrema solitudine mi sembra l’eremita, una persona che si confina in un eremo. Nikos Kazantzakis visitò vari eremi dove i monaci vivevano in solitudine e notò che alcuni sembravano sereni mentre altri erano come distrutti dall’isolamento. Non erano più esseri umani. Erano delle larve. Era come se il loro cervello venisse digerito dai suoi stessi succhi.

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Beh, la solitudine esercita un suo fascino su di me, non c’è dubbio. Potrebbe essere un’inclinazione, potrebbe essere il mito dell’autosufficienza, il mito del saggio dell’antichità che ha dentro di sé tutto ciò di cui ha bisogno, del vecchio saggio che possiede “beni inaffondabili nella sua anima che possono fluttuare e salvarsi da ogni naufragio”, come diceva Antistene. Ci racconta Seneca che Stilpone di Megara, un filosofo socratico, perse la famiglia e tutti i beni e a chi gli chiese se ne aveva sofferto rispose: “Assolutamente no”.

(Michel de Montaigne I: 39. Della solitudine, dove abbiamo trovato ispirazione e citazioni, anche se abbiamo preso strade diverse).

Una forza disumana, direi, quella di questo Stilpone, e se nell’antichità questi casi erano citati come esempi vuol dire che erano assai rari e comunque erano relativi a minoranze di superuomini appartenenti alle classi privilegiate.

In ogni caso anche se ho scelto di vivere non da solo la solitudine mi affascina e questo è probabilmente anche il motivo per cui mi intriga un Montaigne che nel 1571 si ritira dalla vita pubblica per vivere nella torre del suo castello dove aveva una biblioteca di 1.500 libri. Lì scrisse tutte le sue stupende riflessioni sembrando a lui che il più grande favore che poteva fare alla sua mente “era quello di lasciarla in completo ozio, a prendersi cura di sé stessa, preoccupata solo di sé stessa, pensando tranquillamente sé stessa”.

In quel luogo si lasciò andare alla danza dei pensieri e si preoccupò solo di tale danza, il che può essere in verità una cosa molto pericolosa.

Penso che Montaigne abbia intuito questo pericolo poiché scrisse che la nostra mente è come un giardino con migliaia di diverse erbacce che dobbiamo soggiogare “con semi appositamente seminati per il nostro servizio”, poiché “quando l’anima è senza un preciso obiettivo si perde”: essere ovunque è come non essere in nessun luogo (I: 8. Dell’ozio).

In altre parole, aggiungerei, un buon aiuto per far sì che la solitudine diventi positiva può esser quello di porsi dei progetti, degli obiettivi. Pare in effetti che le persone le quali, una volta lasciato il lavoro, vivono nella totale inerzia muoiono prima e/o sono colte da disturbi psichici.

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Ci sono persone che dicono:

“Ma insomma, questa favola della solitudine, ma che significa? L’amore, l’affetto e la compagnia non sono sempre meglio del vivere soli?”.

Beh, sicuramente. Un mentore diceva che dobbiamo lottare contro gli impulsi antisociali che sono in noi. Posso esser d’accordo, ma molte cose si raggiungono solo se ci ritiriamo nel nostro guscio: scrivere, leggere, comporre musica, meditare ecc., tutte cose sulla cui positività c’è un consenso unanime.

La solitudine poi deve essere una libera scelta. Se siamo spesso soli perché abbiamo paura degli altri, se ci isoliamo per complessi o per qualsiasi altro possibile sentimento di inadeguatezza, questo rientra nell’ambito di quei citati impulsi antisociali contro i quali dobbiamo combattere.

 

Tagliare ogni legame

Vivere da soli può essere inoltre associato all’idea di una partenza da tutto, all’idea di tagliare qualsiasi legame che abbiamo. Ecco che ritorna l’archetipo del saggio (Jung), del saggio che lascia la famiglia e gli amici per intraprendere un viaggio spirituale (vedi il Siddhartha di Herman Hesse; o i discepoli di Gesù, che egli ha chiamato perché lascino le loro famiglie e lo seguano).

Tuttavia, tagliare ogni legame e partire può a volte significare una fuga dai problemi e dalle responsabilità. Partiamo alla ricerca dell’illuminazione anche se nel profondo stiamo solo scappando dai nostri obblighi, dalle nostre paure e dalle nostre ansie.

Decidiamo di vivere a centinaia o migliaia di chilometri da casa senza pensare che, come diceva il romano Orazio, post equitem sedet atra cura, “dietro il cavaliere in partenza siede (e quindi lo insegue) la tetra preoccupazione”.

Montaigne riferisce che Socrate rispose così a chi gli disse che un uomo non era diventato migliore partendosene via da tutto:

“Certo che non divenne migliore: era andato via con sé stesso”.

Ovunque andiamo non possiamo certo sfuggire a noi stessi. Solo quando liberiamo il nostro cuore da qualsiasi peso, problema o obbligo siamo liberi di decidere se vivere da soli o no; se stare o partire per un viaggio verso una nuova vita.

L’egoismo e la vigliaccheria vanno sempre condannati.

 

On Solitude

We’ll muse on solitude today with scattered thoughts. By solitude we mean the state of living alone and a bit secluded from society. We prefer the Latin term to loneliness because it sounds less negative and more neutral to us.

Can solitude be a positive choice? In a world where singles are growing, it doesn’t seem such an absurd question. Well, one should first know if the majority of those who live without a partner (which doesn’t imply seclusion from society, of course) are willing singles or not.

In any case, and apart from singles who are a special case, what we see are people who can live a good or decent life alone, while others just can’t. It’s like there were a creative solitude and a destructive one. Another point is that some people seem capable of governing their solitude while others do not. Complicated (and interesting) topic, in any case.

The symbol of extreme solitude seems to me that of the hermit, of a person who confines himself to a hermitage. Nikos Kazantzakis went to visit various hermitages where monks lived alone and he noticed that some looked serene, while others instead were like destroyed by their loneliness. They were not human beings any more. They were like larvae. It was as if their brain had been digested by its own juices.

Well, solitude exerts its charm on us, no doubt. It could be an inclination, it could be the myth of self-sufficiency, the myth of the sage of antiquity who has everything he needs within himself, of the wise old man who has “like unsinkable goods in his soul that can float out of any shipwreck”, like Antisthenes said. According to Roman Seneca, a certain Stilpo, a philosopher, lost his family and all his goods and, when asked if he had suffered any harm, he replied: no, I haven’t.

Well, this strength seems inhuman to us and it is not by chance that in Antiquity such cases were cited as examples, and in any case belonged to a minority of supermen who were members of the upper classes.

So, even though we have chosen not to live alone, we are kind of fascinated by solitude and this is probably also why we are fond of Michel de Montaigne who in 1571 retired from public life to his lands living in the tower of his château which had a library with 1,500 books. There he wrote down all his musings, seeming to him that “the greatest favour I could do for my mind was to leave it in total idleness, caring for itself, concerned only with itself, calmly thinking of itself.”

So he let his mind dance and care for its dancing only, which can be a dangerous thing indeed. I think though he clearly perceived this danger, since in fact he wrote that our mind is like a garden, with thousands of different weeds that we have to subdue “with seeds specifically sown for our service”, for, “when the soul is without a definite aim she gets lost”: being everywhere is like being nowhere (I:8. On idleness).

In other words, I would add, a good aid in governing our solitude could surely be one or more projects, one or more goals. This is why people who retire and live in slack inertia die sooner (or become lunatics).

People around me say: « Je-sus, cut out this fable about solitude, will you for Chrissake? Aren’t love, affection and company always better than living alone? ».

Well, yes, of course, and yet … darn, what I’m sure about is that, in a city like Rome, where everybody is sociable, loners do not have a place in truth and are seen like weird birds. Even just eating alone in a restaurant makes you sometimes a freak. This doesn’t happen in Germany or in the UK.

Magister kept saying we need to fight against any anti-social impulse that we have in us. I can agree, but loads of things can be achieved only if we retire to our own shell: writing, reading, composing music, meditating etc. And these are things on whose positiveness everyone agrees.

Solitude however must be a free choice. If we are often alone because we are afraid of others, because of complexes or any possible feeling of inadequacy, this falls back within the ambit of those mentioned anti-social impulses we’ve got to fight against.

Cutting All Ties

Living alone can be furthermore associated with the idea of a departure from all, with the idea of cutting any tie we have. Here comes back the archetype of the sage, of the wise man who leaves family and friends in order to go on a spiritual journey. See Herman Hesse‘s Siddhartha; or Jesus’ disciples, whom he called to leave their families and follow him.

However, cutting all ties and going on our own can sometimes mean an escape from our problems and responsibilities. We leave in search of enlightenment though deep inside we are only running away from our obligations, from our fears and anxieties.

We decide to live hundreds of miles from home without thinking that, as Roman Horace put it, post equitem sedet atra cura, “behind the departing horseman sits black care.”

Montaigne refers that Socrates thus replied to a person who told him that a man had not been improved by travelling away: “I am sure he was not: he went with himself.”
(I:39 On Solitude – where we found inspiration and quotes, though our mind took different paths.)

Wherever we go, we cannot flee from ourselves. Only when we set our heart free from any burden or problem (or obligation) are we free to decide whether to live alone or not; whether to stay or to leave on a journey for a new life.

Selfishness and cowardice are always to be condemned.