La strana storia della fanciulla trovata intatta in un sarcofago

Roma, 19 aprile 1485. Il cadavere di una donna giovanissima viene scoperto in un sarcofago lungo la Via Appia, viso e corpo belli, denti bianchi e perfetti, capelli biondi raccolti sopra la testa secondo l’uso antico. Il corpo sembra fresco come quello di una ragazza di quindici anni sepolta pochi istanti – e non 15 secoli – prima.

Dal diario di Antonio di Vaseli:

“Oggi le notizie sono giunte a Roma … Il suddetto corpo è intatto. I capelli lunghi e folti; le ciglia, gli occhi, il naso e le orecchie immacolati, e così anche le unghie. … sulla testa un copricapo leggero di filo d’oro intrecciato, molto bello … la carne e la lingua mantengono il colorito naturale”.

Messer Daniele da San Sebastiano, in una lettera del 1485:

“Nel corso degli scavi effettuati sulla via Appia … sono state rinvenute tre tombe di marmo … Una di queste conteneva una ragazza, intatta in tutte le sue membra, coperta dalla testa ai piedi da una pasta aromatica spessa un pollice. Dopo la rimozione della pasta, che crediamo sia composta di mirra, incenso, aloe e altre sostanze preziosissime, apparve un viso così adorabile, così bello, così attraente che sebbene la ragazza fosse certamente morta da millecinquecento anni sembrava fosse stata sepolta quel giorno stesso. Le folte ciocche di capelli … sembrava fossero state pettinate allora e là … tutta Roma, uomini e donne, per il numero di ventimila, si recò a visitare la meraviglia … quel giorno”.

Rodolfo Lanciani (1845 – 1929) – l’archeologo italiano dal cui testo (1) ho preso le citazioni di cui sopra – raccoglie altre testimonianze:

“I capelli erano biondi e legati da un nastro (infula) intrecciato d’oro. Il colore della carne era assolutamente vivido. Gli occhi e la bocca erano appena socchiusi … Pare che la bara venne collocata vicino alla cisterna del palazzo dei Conservatori [sul colle del Campidoglio, ndr], in modo da permettere alla folla di visitatori di muoversi e vedere la meraviglia con più facilità”.

Il commento di Jacob Burckhardt (1818-1897) sull’intero episodio è significativo (2):

“Tra la folla c’erano molti che vennero a dipingerla. Il punto toccante della storia non è il fatto in sé quanto la ferma convinzione che un corpo antico, che ora si pensava fosse finalmente davanti agli occhi degli uomini, dovesse essere necessariamente molto più bello di qualsiasi cosa dell’epoca moderna”.

Sì, toccante e rivelatore.

La giovane era più bella di qualsiasi cosa moderna perché arrivava direttamente dall’antica Roma.

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Grecia e Roma dilagano in Europa

Perché l’antichità classica, il passato, appariva così seducente?

Un nuovo fervore di riscoperta proveniente dall’Italia aveva iniziato a diffondersi in Europa: costumi, architettura, eloquenza, tecniche militari e il pensiero complessivo della Grecia e di Roma.

L’antichità aveva esercitato un’influenza saltuaria sull’Europa medievale – sostiene Burckhardt – anche oltre l’Italia. Qua e là alcuni elementi erano stati imitati, la cultura monastica del Nord avevano assorbito innumerevoli temi dagli scrittori romani.

“Ma in Italia la rinascita dell’antichità – sostiene Burckhardt – assunse forme diverse da quelle del Nord. L’ondata di barbarie era stata mitigata dalla gente della penisola, per la quale il patrimonio antico non era del tutto scomparso, e che mostrava coscienza del proprio passato e il desiderio di riprodurlo. …

In Italia, le simpatie sia dei dotti che del popolo erano istintivamente per l’antichità nel suo complesso, che si presentava come simbolo della passata grandezza. Anche la lingua latina era facile per un italiano … “

Un nuovo ideale proveniente dal passato stava per volgere l’Europa al futuro.

 

Classicismo volto al futuro

Tempo fa fui colpito da questo passaggio della Britannica online (3):

“Per gli umanisti del Rinascimento non c’era nulla d’antiquato o superato negli scritti di Platone, Cicerone o Livio. Rispetto alle produzioni tipiche del cristianesimo medievale queste opere pagane conservavano una tonalità fresca, radicale, quasi avant-garde.

In effetti il recupero dei classici era per l’umanesimo equivalente al recupero della realtà …. In un modo che a menti più moderne potrebbe sembrare paradossale gli umanisti associavano il classicismo al futuro”.

Il punto è che il pensiero classico non era coartato da idee preconcette. Un nuovo spirito fondato sul dubbio, sull’indagine, sorgeva. Un nuovo mondo si affacciava.

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Tornando a quella bella ragazza, i capelli dorati e il copricapo scintillanti al sole, comprendiamo ora meglio l’impatto, i sentimenti, l’ispirazione che essa esercitò sulle menti di coloro che si recarono a contemplarla.

Era vista come un miracolo. Era come una fata giunta per magia dai tempi luminosi dell’antica Roma.

____________________

(1) Rodolfo Lanciani, Pagan and Christian Rome, Houghton, Mifflin and Company, Boston and New York, 1892.
(2) Jacob Burckhardt, The Civilization of the Renaissance in Italy, translated by S. G. C. Middlemore, 1878.
(3) Encyclopædia Britannica. 2009. Humanism. Encyclopædia Britannica Online. 18 Mar. 2009

Carlo Calcagni. Malattia e un regalo, in gran segreto

Proseguiamo con gli stralci dai Ricordi di Carlo Calcagni, il fratello di mia nonna materna Agnese.

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Mia madre aveva assistito e curato il marito dai 50 anni in poi, un catarro cronico alla vescica e soffriva di ritenzione di urina che gli procurava anche ascessi al perineo.

Egli, che aveva il discredito per i medici e per le medicine, non si curava mai, e solo quando non ne poteva più, e che doveva per forza urinare pena lo scoppio della vescica, andava in un pronto soccorso all’ospedale e lì si faceva d’urgenza siringare o tagliare, secondo i casi: e poi con le ferite aperte era capace di tornarsene a casa a piedi.

“La natura deve fare da sé quando si è ovviato al pericolo imminente della morte”.

Ricordo di aver passato in rassegna tutti gli ospedali di Roma per condurre mio padre ai vari pronti soccorsi. Si tratteneva qualche ora e poi sbraitava per essere dimesso.

[…] Se mio padre si fosse avuto qualche riguardo certamente avrebbe potuto compiere 100 anni perché a 70 anni, quando è morto, aveva ancora le arterie di un giovanotto. E non aveva altri incomodi che quella ritenzione di urina […] che era la sua continua preoccupazione, il suo pensiero fisso, tanto che quando […] sentiva dire “il tale sta tanto male” diceva:

“Ma può mingere?”
“Sì”
“Allora non è niente”.

Mamma qualche volte stava male sempre per quel beato fegato ma lui non se ne preoccupava perché mamma non aveva incomodi alla vescica. “Non è niente” diceva mio padre “sono cose che passano, l’essenziale è potere orinare, così, naturalmente, bellamente”.

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Quando io da impiegato un po’ alto in grado ebbi una maggior larghezza di mezzi ebbi in idea di prendere in affitto un pianoforte per far svagare mio padre che era appassionatissimo di musica.

Mio padre ebbe sentore della cosa e si oppose dicendo:

“Dite a Carlo che non prenda il pianoforte altrimenti io ci p…. dentro”.

Io rimasi assai perplesso per questa eventualità strana assai: ma poi volli tentare e presi gli opportuni accordi col negoziante, feci arrivare in grande segretezza il piano a casa e lo chiusi in una camera. Venne mio padre e al solito alle 9 andò a letto senza aver visto il piano.

La sera arrivo io e dico a mia madre:

“Come è andata?”
“Bene, finora non si è accorto di nulla”.

Verso le 5 del mattino però ci destiamo ai discreti, discretissimi accordi del piano. Ci alziamo tutti sorpresi e in camicia ci accostiamo alla camera del pianoforte e vediamo mio padre che anch’esso in camicia stava beato sonicchiando il piano.

Non ci aveva p…. la mia battaglia era vinta, con grande delizia del pover’uomo che aveva in sostanza gradito assai il mio pensiero e la mia audacia.

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Mio padre è morto a seguito di una febbre di assorbimento che si trascinava da qualche giorno: ma la catastrofe fu dovuta ad un fatto polmonitico, come di solito avviene. Lo assistevo io quella notte e mi accorsi della fine imminente dal fatto che egli quasi in coma non richiedesse più la sua Rachele, ma la madre … mamma mia, mamma mia […]

Si è spento tranquillamente, assistito dai conforti religiosi e con la speciale benedizione del Santo Padre. Si era confessato qualche giorno prima.

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Il Giornale d’Italia di giovedì 23 settembre 1909 recava in cronaca questo necrologio:

“La morte del Conte Calcagni brigadiere generale della Guardia Nobile del Papa.

Stamane (mercoledì 22 ore 4.20 antimeridiane) si è spento a Roma una delle più rispettate e caratteristiche figure del patriziato cattolico romano: il Conte Giovanni Calcagni brigadiere a riposo della guardia nobile di sua Santità.

Il conte Calcagni era una simpatica figura di gentiluomo romano dell’antico stampo: benché settantenne egli conservava ancora un fisico eccezionalmente vigoroso che lo portava naturalmente a non curare gli assalti del male che ora lo ha condotto alla tomba. Lo stato di lui si è in pochi giorni rapidamente aggravato finché si è disperato di salvarlo. Egli si è spento munito dei conforti religiosi e della speciale benedizione che il Pontefice volle inviargli.

Nonostante che il conte Calcagni si fosse da più anni ritirato dalla vita attiva che egli conduceva a causa delle sue funzioni presso la Corte Pontificia tuttavia la sua scomparsa sarà sentita con vivo rammarico da tutti coloro che poterono apprezzare la dirittura del suo carattere e l’originalità del suo spirito. Una messa funebre di Requiem in onore dell’estinto sarà celebrata nella Chiesa parrocchiale di S. Francesco a Ripa alle 10. Le nostre vive condoglianze alla famiglia desolata”.

La comunità dei piemontesi ‘romani’

Dicevamo (1) che un motivo, per i nonni, di trasferirsi a Roma era anche la presenza, in questa città, di una folta colonia di piemontesi scesi nella capitale a ondate successive. A partire dal 1870, l’anno della breccia di Porta Pia, fino almeno alla caduta della Monarchia, nel 1946.

Con qualche precursore illustre come Massimo D’Azeglio (1798 – 1866) che, primo ministro del regno di Sardegna dal 1849 al 1852, era venuto giovanissimo a Roma nel 1814 (a soli 16 anni, il padre – caduto Napoleone – essendo stato nominato ambasciatore presso la Santa Sede). In questa città, sotto lo sguardo attonito dei rigidissimi genitori, si era dato per anni alla scapigliatura frequentando pittori, scultori, musicisti ecc.

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Papà parlava spesso di Massimo D’Azeglio, citandone anche frasi da ‘I miei ricordi’, come l’enfatico, e un po’ incerto nell’italiano, passo:

“La stella di Roma sorta tra le nubi d’incerte origini non mai tramonta”.

Forse un pochino si identificava nel personaggio (papà era l’uomo delle ‘identificazioni’). Anche lui era andato a Roma giovanissimo, 17 anni, e, se quasi certamente non si sarà dato alla scapigliatura, nutriva come D’Azeglio tendenze artistiche.

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Tornando ai piemontesi ‘romani’, anche i genitori di nonna Carolina ne facevano dunque parte.

 

Il ventennio Umbertino

Certo, il famoso ‘ventennio umbertino’ (1878-1900) seduce e fa sognare.

Un nuovo mondo nasceva, con al centro Roma, la nuova capitale dove tutto sembrava concentrarsi.

Ci sono i racconti di papà e qualcosa anche di mamma, che parlava abbastanza dei suoceri e dei parenti acquisiti, completando (dove papà taceva).

E i ricordi anche di Carlo Calcagni, fratello di Agnese nostra nonna materna (ricordi cioè tratti dalle sue memorie che qui pubblichiamo a stralci).

Nato negli anni 1870 (coetaneo quindi di Mario e Carolina) le sue gustose osservazioni interessano qui un poco non solo perché egli osservò il processo di trasformazione ‘dall’altra parte’, per così dire, ma anche perché i Calcagni erano romani veri, e trasteverini, addirittura. Conti ma impoveriti, impoveriti assai, guardie nobili di tre papi e socievolissimi, erano apprezzati nel mondo romano per il loro carattere bizzarro e impetuoso (che ha lasciato tracce). Il loro spirito acuto così caratteristico di qui aveva, va detto, dei tratti ‘indigeribili’, a loro volta, per gente venuta da così lontano.

Il che può far luce su tante cose di mamma, per chi l’ha conosciuta. E far meglio intendere il suo (e nostro, per ciò che era di lei in noi) incontro scontro con le valli del nord, come anche, simmetricamente, lo sconcerto (ummà! ummà!) e sbalordimento del binomio nonna-papà (erano appunto un binomio).

E nonno Mario? Lui non si faceva sbalordire da nulla, la mente sovrana abbracciando tutto con uno spirito, come dire, ‘comprensivo’ (nel senso del cum-prehendere, o abbracciare), frutto della saggezza duramente conquistata di chi vede la vita come il risultato di infinite forze che si intrecciano e che spiegano la vita, giorno dopo giorno. Saggezza ‘classica’, appunto.

“Ridi Lucia, è così bello quando ridi, e la tua pelle è così bianca. Noi invece abbiamo l’inchiostro nelle vene”.

E mamma l’adorava, il nonno. Forse, compresa, veramente compresa, lo era soltanto da lui.

 

Il fascino di una coppia

Periodo fascinoso, quello umbertino, e vero apparato scenico in cui si inquadrano gli arrivi a Roma dei nostri parenti: dei Caveglia (che l’epoca umbertina l’hanno vissuta in pieno, epoca finita tragicamente con l’uccisione di Umberto I nel 1900) e, in successione, di papà e poi di nonno e di nonna Carolina.

Roma andava adattata al nuovo ruolo.

Erano anni idealistici, con gran fervore di attività e la città trasformata in cantiere di grandiose opere urbanistiche.

Erano gli anni della bella Margherita, la regina amata da tutti, popolino compreso, perché simbolo di speranza e vero modello della nazione che si creava.

Il salotto della regina attraeva numerosi intellettuali, tra cui Carducci, poeta amatissimo dal nonno, da papà (e dalla regina).

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Papà ci parlava della bionda Margherita, della corte e di Carducci. Carducci che seguiva Margherita a Gressoney, Carducci che nelle Odi Barbare cantava:

“Sí mite e bella … fulgida e bionda
nell’adamantina luce del serto tu passi,
e il popolo di te si compiace”.

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A proposito di poesia, anche nonno Mario ne scriveva.

Papà:

“Le poesie del nonno non sono brutte, ma, sia detto tra noi, sono d’imitazione, imitazione di Carducci e di Victor Hugo“.

Sarà pure, ma le poche che ho letto e che non ho più le ho trovate così belle, come quella scritta poco prima di morire, che devo ritrovare.

[Tempo 1-2 giorni la poesia mi arriva per e-mail dall’attivissima Anna, parente piemontese]

Nonno è davanti al ‘grande mistero’, davanti ad una grande ‘soglia nera’, e in questa visione ultima – poeta e indagatore, sino alla fine  – affida l’anima a Dio:

Sono ormai giunto alla gran soglia nera,
la soglia del mistero e della morte.
A Dio rivolgo l’ultima preghiera:
“Apri, o Signore, al tuo fedel le porte.
Guidami al lume dell’eterno vero,
perdona le mie insanie e il mio fallir.
Mentre ti volgo l’ultimo pensiero
benedici o Signore il mio morir”.

 

La regina di tutti, come Diana

Margherita era amata anche nel Mezzogiorno del paese. Seguendo il loro piano ‘unitario’ i Savoia si posero il problema di inglobare anche ‘l’altra capitale’ nel regno.

Poiché, fatto storico incontrovertibile – piaccia o meno – nel 1700 Napoli era assieme a Parigi e Londra una delle principali capitali europee.

Il figlio Vittorio Emanuele e futuro re fu pertanto nominato ‘Principe di Napoli’ e nella città partenopea visse il periodo più felice della sua vita, coartata in generale da un’educazione tirannica (imposta per ‘forgiarlo’) e resa triste dalla quasi assenza dei genitori, occupati a fare l’Italia.

E i napoletani ridaranno affetto sia a Vittorio Emanuele che a Margherita, alla quale dedicarono una delle loro pizze più buone.

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Il Palazzo del Quirinale, in cui fino a pochi anni prima si erano celebrati i riti solenni della Chiesa romana, si tramutò in una corte scintillante.

“La Casa Bianca – commento paterno – al confronto è solo una casetta”.

Il Quirinale, completamente rinnovato dall’estro creativo della giovane regina, fu teatro di ricevimenti e balli sia nella Sala dei Balli, allestita appositamente da Margherita, che nell’immenso giardino.

Balli ai quali l’aristocrazia romana reagiva con qualche schizzinosità.

Procreatrice di papi e cardinali, e avendo da più di un millennio giocato su uno scacchiere mondiale, si sentiva infatti superiore alla nobiltà piemontese che considerava provinciale [c’è l’episodio gustoso, che riporto più avanti, dello scontro tra nonna Carolina e la nobiltà romana].

 

La capitale ‘troppo larga’

Roma è particolare. Sonnacchioso paesone provinciale ma anche centro universale, come la Mecca e Gerusalemme.

Si mise allora piano piano (nemmeno tanto piano) a diventare capitale ‘nazionale’. Cosa inedita, la nazionalità, per chi aveva prima praticato l’universalità, e una vera fatica per il popolino (tra il sorpreso e il menefreghista). A ciò si univano le perplessità (miste a ostilità) di molti altri italiani, a cui Roma, come capitale, stava (e sta) ‘troppo larga’.

Il palazzo del Quirinale (senza considerare San Pietro e le maestosità senza pari) sintetizza da solo questa larghezza esagerata.

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Girava dunque un’aria positiva. Artisti, politici, intellettuali, artigiani, avventurieri arrivavano da ogni luogo per fare, trafficare e edificare.

Come Giacomo Fassi, gelataio piemontese trasferitosi nel 1880 a Roma con la moglie siciliana e fondatore della nota gelateria poi mutata dal figlio nella Casa del Freddo, a via Principe Eugenio. O i fornitori della Real Casa che arrivarono sulla scia dei reali: Delfina Coda (confezioni da donna al Corso), Mara Berni, che aveva i merletti più eleganti – scrive Stelio Martini – e tanti altri.

Una grande macchina si era messa in moto. Molti di questi artigiani – per parlare solo del commercio – sono scomparsi. Altri, come Schostal a via del Corso 158 (amatissimo da mamma), sono altrove e non più nel negozio storico.

 

Un po’ tra loro, in disparte

Come e dove vivevano i piemontesi delle varie ondate?

Un po’ tra loro, in disparte, come gli inglesi (“con i quali condividono qualche tratto”) e creandosi appunto ‘isole’ in zone come:

  • Il rione Prati, dove erano in gran numero – c’è pure una chiesa Valdese a Piazza Cavour – e dove visse pure zio Alberto ****, a via Crescenzio.
  • Roma Nord (Parioli, Salario, Pinciano, Flaminio ecc.).
    I Parioli, noi bambini, erano la periferia nord di Roma, con la campagna a pochi chilometri, una cosa incantevole di primavera. Avevano carattere di vero quartiere vissuto, nelle sue piazze, ristoranti e bar, anche se un po’ troppo chic – c’erano tutti gli attori del cinema, la classe dirigente o aspirante tale – e con tratti di arrivismo per il mio personale modo di vedere. Da residenziale il quartiere è ora di transito verso nuove aree popolatissime a nord, sulla Flaminia e la Cassia.
  • L’area, nel rione Esquilino, dove campeggia Piazza Vittorio Emanuele II, 10.000 metri quadrati di piazza porticata ‘alla piemontese’ (i romani ancora la guardano con stupore) realizzata dal tirolese Gaetano Koch subito dopo il trasferimento della capitale da Firenze a Roma, che provocò sommosse e morti a Firenze oltre ad un’ostilità fiorentina non ancora sopita.
    Zona molto in nel periodo Umbertino (c’era la Stazione Termini, il Teatro dell’Opera), poi decaduta (e ora in risalita grazie al denaro cinese e indiano).
  • I viali dei grandi ministeri (come via XX Settembre), perché molti piemontesi furono inizialmente il nerbo dell’amministrazione. I romani, che non li capivano, li chiamavano a volte buzzurri (nel censimento del 1900 i buzzurri erano il 10% della popolazione della capitale). Ora io, di fronte a papà, non cogliendo appieno le connotazioni del termine, o magari invece per fargli dispetto, pronunciavo a volte ‘la parola’. E lui poverino si arrabbiava così tanto che faceva come nonno Crescentino. Taceva. Anche se solo per qualche giorno, non un intero mese.

 

Nonna Carolina e i nobili romani

Ad anni successivi appartiene l’episodio del primo (e ultimo) ingresso di nonna Carolina al circolo nobiliare di via IV Novembre, vicino a piazza Venezia.

Nonna Carolina entra in un grande e meraviglioso salone con arazzi, divani, specchi imponenti.

Vengono fatte le rispettive presentazioni (i nomi sono di fantasia):

“Donna Guglielmina Annibaldi, Marchesa d’Anguillara e contessa dei Caucci Molara … la nobile Carolina ******”.

“Don Francesco, principe dei Boncompagni Ludovisi Rondinelli Vitelli, Marchese di Bucine e principe di Piombino … la nobile Carolina ******”.

La cosa va avanti per un po’, con tanto di salamelecchi e convenevoli.

Nonna Carolina è garbata con tutti, ascolta tutti e dice cortesemente le cose che deve dire al momento in cui le deve dire.

Tempo però un quarto d’ora si alza e dice, la voce cortese ma ben salda:

“Sono stata proprio bene. E’ stata proprio una bella visita e siete stati tutti molto gentili. Questa però è l’ultima volta che metto piede in questo posto”.

Quindi si volta, riattraversa il grande salone con gli specchi ed esce dalla porta da cui era entrata per mai più tornare.

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Tra questi piemontesi migrati a Roma c’erano anche molti parenti di nonna originari di Susa, che ogni tanto le facevano visita.

“Quando sentiva arrivare i parenti di nonna – papà diceva divertito – mio padre, velocissimo, scappava dalla porta di servizio”.

 

 

Il soffio della morte può rinfrescare

Incontrai tempo fa in aereo un tizio di Trieste che era stato assessore della città per alcuni anni e con il quale instaurai una di quelle amicizie intense che nascono (e muoiono) nello spazio di un’ora. Mi disse che la sua vita era cambiata completamente dopo aver avuto due infarti.

“A brush with death always helps us to live our lives better”. L’avevo appuntato nel mio diario ma non so più chi l’ha scritto. Tradotto liberamente: quando la morte ci sfiora aiuta sempre a vivere meglio.

In fondo, e lo dico senza alcuno spirito macabro e in tutta serenità, quest’ultima fase della vita dovrebbe essere tutta un ‘brush with death’, il che dovrebbe renderla la fase più preziosa di tutte, giorno per giorno. Infatti, accorgendoci di quanto è bello ciò che stiamo per lasciare, molte preoccupazioni di fronte a una tale prospettiva dovrebbero scomparire, o attenuarsi di molto.

Dovrebbero. Ma spesso non è così. It doesn’t work that way most of the time.

Ecco che forse può giovare dirigere, quasi spingere, la mente verso pensieri del genere, come quando cerchiamo di recitare versi o parole per trovare la forza.

Esistono i fantasmi?

Una blogger cinese-indonesiana scrisse un giorno un commento a proposito di un articolo sui fantasmi:

“Mi sono urtata di nuovo con mia madre al telefono. Mi chiama ogni giorno per controllare se torno a casa presto. Mi sono arrabbiata e abbiamo cominciato a litigare. Le chiedo: perché mi chiami di continuo negli ultimi tempi? Risponde che le manco. Ma io le ho detto che è solo una scusa, perché sono sicura che il motivo vero siano i fantasmi. Dico: percepisci come una strana presenza nella mia casa? Mia madre è rimasta zitta …”.

“Un’altra volta mamma mi ha intimato di restarmene a casa dopo che le avevo detto di volermi prendere una breve vacanza per spezzare lo stress da lavoro. Ha cercato di opporsi in ogni modo. Le ho detto: vuoi farmi impazzire?? E’ a quel punto che le ho sbattuto il telefono in faccia.

Sai, credono moltissimo nei fantasmi in Indonesia, in Tailandia e in Malesia. Lei pensa che a casa io sia protetta dalle statuette di Buddha”.

Rispondo:

“Spero tu non creda a questa stupidaggine dei fantasmi. Ti racconterò di zio Francesco, il fratello di mia madre. Da giovanissimo aveva un amico, il suo migliore amico. Un giorno i due promisero di farsi visita nel caso in cui uno dei due fosse morto prematuramente. Era un gioco, ma fino a un certo punto, perché in realtà entrambi – diceva mia madre – erano veramente decisi a farsi visita se uno fosse morto prima dell’altro.

Ora il caso volle che l’amico di mio zio morisse non molto tempo dopo in un tragico incidente. Zio Francesco, oltre al dolore, fu colto da una grande fifa perché temeva che se i fantasmi fossero davvero esistiti il suo amico si sarebbe sicuramente fatto vivo. Per molto tempo non riuscì più a dormire, puoi bene immaginartelo.

Ma l’amico non venne mai a trovarlo”.

Il soffio della morte può rinfrescare?

Rewriting a bit in my mother tongue, since after more than three years of blogging in English I am starting to look for words when I speak in Italian. English-speaking readers may use an automatic translator if they will.

Riscrivere un poco nella lingua madre perché dopo più di tre anni di blog in inglese quando parlo in italiano cominciano a mancarmi le parole. I lettori di lingua inglese possono usare un traduttore automatico se vogliono.

A Brush With Death

Non so. Forse scrivo questo avendo letto un testo di Richard sull’argomento.

Incontrai tempo fa in aereo un tizio di Trieste che era stato anche assessore della città per alcuni anni e con il quale instaurai una di quelle amicizie intense che nascono (e muoiono) nello spazio di un’ora. Mi disse che la sua vita cambiò dopo aver avuto due infarti.

“A brush with death always helps us to live our lives better”. L’avevo appuntato nel mio diario ma non so più chi l’ha scritto. Tradotto liberamente: quando la morte ti sfiora ti aiuta sempre a vivere meglio.

In fondo, e lo dico senza alcuno spirito macabro e in tutta serenità, quest’ultima fase della vita dovrebbe essere tutta un ‘brush with death’, il che dovrebbe renderla la più preziosa di tutte, giorno per giorno, accorgendoci di quanto è bello ciò che stiamo per lasciare, per cui molte preoccupazioni di fronte a una tale prospettiva dovrebbe scomparire, o attenuarsi di molto.

Dovrebbero. Ma quasi sempre non è così. It doesn’t work that way most of the time.

Ecco che forse può giovare dirigere, quasi spingere, la mente verso pensieri del genere, come quando cerchiamo di recitare versi o parole che danno forza.

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