Permanenze dell’antichità. Il Vesuvio ci esplode addosso? “E c’amma a fa. Se è destino …”

ll Vesuvio visto da Pompei, distrutta nell’eruzione del 79 d.C
ll Vesuvio visto da Pompei, distrutta nell’eruzione del 79 d.C. Foto di Morn the Gorn – Own work, CC BY-SA 3.0. https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=7919520

Scrivevo nel post (H)omo de Roma: “Ammettiamolo. In aree centrali e soprattutto meridionali del nostro paese persistono abitudini, mentalità […] i cui svantaggi nei confronti della modernità sono evidenti. Sono solo svantaggi?”.

Vogliamo avere un esempio lampante della permanenza dell’antico, e solo nei suoi svantaggi? Eccolo: il modo di prepararsi alle eruzioni dei pur meravigliosi napoletani.

disastro annunciato

Il disastro è annunciato: i Campi Flegrei con la loro grande caldera (un vulcano, in sostanza) si sollevano, l’eruzione del Vesuvio (un altro vulcano) potrebbe colpire da un momento all’altro, i vulcanologi di tutto il mondo nonché la protezione civile campana (cfr. Cities on Volcanoes 10 tenutosi il 2-7 settembre 2018 a Napoli) parlano della NECESSITA’ ASSOLUTA di costruire meglio e soprattutto fare tante esercitazioni in vista di un esodo (per i paesi vesuviani e flegrei) calcolabile in ben 700.000 persone (50% della popolazione!).

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Eruzione del Vesuvio del 1872, con distruzione dei paesi di Massa e San Sebastiano al Vesuvio. Giorgio Sommer – Scansione personale, Pubblico dominio. Wikimedia, click on picture for credits. https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=737284

 

Una domanda percorre il pianeta


Bene, cosa fanno i raffinati (e dei romani più intelligenti ) napoletani??

Visi e volti, nell’Italia e nel mondo, si scrutano preoccupati e s’interrogano:

   Che diavolo fanno i Napoletani???

Le risposte dei partenopei, spesso bisbigliate nei bar e pub romani, giungono in ordine sparso:

“E c'amma fa' ..." "E' esercitazioni portane male!" "A cche serve u pparlà? E' già tutto scritte! (1)”

E accarezzano il corno.

Nota 1. A parte il corno, che così rosso secondo molti studiosi è il membro eretto del dio Priapo (lo si accarezza per fortuna, forza, fecondità), “è già tutto scritto” lo si dice spesso. E in effetti a volte pensiamo:

“Se la mia amica non mi avesse telefonato non sarei andata/o in quel bar; non avrei conosciuto il ragazzo (o la ragazza) con cui poi mi sono sposata/o; non avrei generato figli e nipoti i quali a loro volta non genereranno ecc. Eppoi se la mia amica non mi chiamava magari era perché era indisposta: per condizioni atmosferiche sfavorevoli (o astrali, vai a capire) che avrebbero potuto farla ammalare e impedirgli di fare appunto la “fatidica” telefonata di invito”.

Fatidico deriva dal latino fatum (da fari=dire). Il Fato infatti è “ciò che è detto e che non può essere mutato”, il più delle volte nemmeno dagli dei.

Ecco le radici culturali nostre (vedi sotto nota 2), le “permanenze dell’antichità” nei nostri cervelli! Ecco il senso di quel “è già tutto scritto”.

Vediamo meglio.

Romani e Greci essendo collegati, le Moire erano le dee greche del destino o fato, che i Romani chiamavano ParcaeFata, appunto. Le parche greche per Esiodo erano 3 (per Omero una) tra cui Κλωθώ o Cloto (=la filatrice). Essa è particolarmente significativa per il nostro discorso in quanto gestiva i fili, cioè l’intrecciarsi delle cause che collegano tutto, i mille fili dunque con cui si crea la trama che ci condiziona e si connette (ed è connessa) all’intero universo.

Il neoplatonico Plutarco (o pseudo, non mi interessa qui) nel suo breve testo sul Fato, è chiaro, e super poetico.

ψ

Riporto invece Marco Aurelio, imperatore romano e filosofo stoico (neoplatonici e stoici avevano una visione simile del fato; Epicuro no: non c’è destino né fine nell’universo, che è aggregato pazzesco di atomi) che in greco scrisse delle meravigliose meditazioni (bestseller oggi!) – testo greco: Τὰεἰς ἑαυτόν; testo italiano:

III, 6. “Il destino dato a ognuno è trascinato nel movimento globale e a sua volta trascina”. IV, 4. “Qualcosa ti è accaduto? Bene: tutto ciò che ti accade fin dall’inizio era stato ordito, in tutto l’universo, per esserti dato e allacciato alla tua vita”. IV, 34. “Abbandonati spontaneamente a Cloto, lasciando che ti tessa con qualsiasi evento voglia”.

Più chiaro di così.

ψ

Giorgio: “E le altre due Moire o Parche?”

MoR:Lachesi, che decide la sorte di ognuno. E Atropo, terribile, che taglia il filo della nostra vita quando le pare e piace”.

Giorgio: “E siamo spacciati”.

MoR: “Così pare”.

ψ

Nota 2. Il fato germanico. Per l’Europa, quanto al Destino, esiste non solo il retaggio greco-romano ma anche quello germanico: secondo la mitologia norrena (scandinava, vichinga) esistono le Norne, fanciulle che tessono i fili del destino ai piedi del grande frassino (tasso? quercia?) detto Yggdrasill.

Beh, avendo due generi, uno sannita e uno anglo-vichingo (Isola di Man) devo tener conto di entrambi, no? 😉

(H)omo de Roma

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Traduzione di un originale in inglese del 2007 (1) pubblicato nel post successivo a questo con i 106 commenti (credits dell’immagine)

Sono romano, nato e vissuto a Roma. Alcuni dei miei antenati materni, fino a qualche secolo fa, erano già romani. Dovrei quindi essere un romano vero, o quasi, anche se dosi di sangue “barbarico” mi scorrono certamente nelle vene, sangue germanico, forse, ma soprattutto gallo-ligure della regione alpina occidentale.

La mia lingua materna è l’italiano parlato a Roma, idioma non troppo diverso dal latino parlato dalla gente comune ai tempi del tardo Impero Romano [il titolo del post è infatti sia latino tardo che romanesco, ndr].

Il motivo per cui mi sforzo di comunicare in inglese – lingua nordica non materna che mi fa un po’ freddo al cuore ma che trovo ricca e fascinosa – è la varietà che mi eccita come una droga e un po’ la stanchezza di comunicare solo con i connazionali, per cui la lingua franca del mondo spero possa aprirmi a un più vasto scambio di idee.

Perché questo blog

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Un motivo, come ho detto, è la più ampia comunicazione. Ma come può un romano di oggi “parlare al mondo”?

[che frase pomposa, se non ci fosse il Web a renderla meno tale]

Sono convinto che sia un privilegio essere nati e cresciuti quaggiù, un posto talmente straordinario che qualcosa deve esser “passato”, qualcosa di distintivo e che valga la pena di trasmettere, per poter, a nostra volta, ricevere.

Spero dunque in un dialogo con occidentali e non occidentali, perché Roma e i Romani, nonostante i difetti (tanti), hanno una natura universale e mediatrice che proviene dal Mediterraneo.

Roma per certi aspetti è più mediterranea che europea.

Ciononostante, già universale all’epoca degli antichi Romani, essa ha continuato ad esserlo come centro religioso, come La Mecca o Gerusalemme.

Roma, dunque, va ben oltre l’Europa (2).

ψ

La religione non sarà un argomento centrale (a parte le religioni antiche), perché pur nutrendo un rispetto profondo per ogni fede personalmente non ne ho alcuna, essendo agnostico.

Mi piace, quasi in un gioco, immaginarmi simile a quei Romani del passato che contavano principalmente sulla ragione e sulla conoscenza (gli stoici e i seguaci di Epicuro, Ἐπίκουρος, per esempio).

Tre ragioni di un’unicità

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Ere sono ormai trascorse da quando questa grande città era la capitale del mondo conosciuto, tale ruolo essendo oggi passato a Londra, New York e un domani Shanghai, chi lo sa.

1. Roma è però unica in primo luogo perché “fra tutte le più grandi città del mondo antico – Ninive, Babilonia, Alessandria, Tiro, Atene, Cartagine, Antiochia – è la sola che abbia continuato ininterrottamente ad esistere, mai ridotta a villaggio semi abbandonato, anzi, trovandosi spesso al centro di avvenimenti di portata mondiale e pagandone altrettanto spesso il prezzo (3)”.

2. In secondo luogo, il che è ancora più importante, Roma è la città dell’anima (così l’hanno sentita Byron, Goethe e Victor Hugo), è la città della nostra autentica anima occidentale, poiché l’Europa e l’Occidente sono stati plasmati qui (non nelle nebbie germaniche) e queste radici sono sacre – per me certamente, e credo e spero per la gran parte di tutti noi.

Tali radici andrebbero riscoperte per poterci aprire agli altri con nuovo spirito di humanitas e conciliazione (due componenti essenziali dello spirito romano eterno).

Dobbiamo insomma, noi dell’Occidente, incoraggiare atteggiamenti nuovi [e non beceri, ndr], che ci permettano di affrontare meglio sia l’attuale crisi di valori sia i cambiamenti radicali che incombono [miliardi di persone in rapidissimo sviluppo in Estremo Oriente ecc. ndr] e che potrebbero causare il nostro rapido declino.

3. Infine Roma, la città eterna, è unica anche perché è una delle più belle città del mondo, se non la più bella.

Al di là delle testimonianze imperiali, dei grandi spazi urbani e piazze, meravigliosi, certo, anche vicoli e piazzette emanano quell’ “aura sacra” che proviene dai millenni e a cui la gente di tutto il mondo porge in misura crescente il suo tributo.

La capitale dei nostri amati e civilizzati cugini francesi, Lutetia Parisiorum (così i Romani chiamavano Parigi, dai Parisii, tribù dei Galli Senoni) non era che un villaggio fino all’anno 1000 dopo Cristo. “Millesettecento anni meno di Roma. Si sentono, e si vedono” (3).

Frammenti in bottiglia

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Frammenti sparsi di un’identità speciale inseriti in una bottiglia e lanciati nel mare del Web: questa l’attività del blog Man of Roma.

Il latore del messaggio conta poco rispetto alla grandezza della sorgente e di un ingrediente che lo stesso latore potrebbe, volente nolente, possedere: l’esser cioè una sorta di fossile di un passato che certo è morto ma è anche enigmaticamente vivo in molti di noi italiani.

Ammettiamolo. In aree centrali e soprattutto meridionali del nostro paese persistono abitudini, mentalità (e altri aspetti della cultura) che lasciano perplessi non pochi stranieri: residui storici i cui svantaggi nei confronti della modernità sono evidenti.

Sono solo svantaggi?

In conclusione

Questo e tanti altri temi verranno discussi da un romano quasi 60enne [70enne, oggi, ndr] le cui conoscenze si collocano a un livello intermedio, con interfacce verso gli strati superiori e quelli inferiori della cultura.

Egli spera di trasmettere qualcosa di utile agli altri (e a sé stesso) avendo insegnato per 16 anni Storia antica e Letteratura nelle scuole superiori per poi, negli ultimi 14 anni, rivolgersi all’ingegneria dei Sistemi informatici e alla formazione aziendale.

Egli si augura che un Weblog (o blog) lo aiuti a rispolverare gli interessi umanistici, il che desta affanno con gli impegni e gli anni che avanzano (per non parlare della follia del doppio blog, in inglese e in italiano).

ψ

Se non la profondità della conoscenza egli potrebbe tuttavia godere di un plus (da dimostrare) nei confronti di commentatori stranieri sia pur cresciuti in aree un tempo province dell’Impero Romano.

Il plus del testimone di quaggiù.

Il vantaggio di esser “(H)omo de Roma”.

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Note
(1) Il blog Man of Roma / A quirky research on Roman-ness durò 7 anni, ora è chiuso ed ebbe un discreto successo e moltissimi accessi (quasi 700.000). Se aveva, che so, 4 mila pagine di articoli, ricevette molto più di 15.000 pagine di commenti (tra cui i miei). Farò un conteggio esatto.

Il primo post in inglese, dal titolo Man of Roma, tradotto qui sopra in Italiano, ricevette 106 commenti (devo riuscire a importarli tutti: fatto -qualche giorno dopo) molti dei quali lunghi quasi quanto il post stesso.

Il blog The Notebook, un taccuino, ha mire assai più modeste, in parte simili ma in gran parte diverse.

(2) Franco Ferrarotti, sociologo, Corriere della Sera, 2 Aprile 2006;
Franco Ferrarotti, intervista apparsa nel quotidiano romano Il Messaggero nel nov. 2005.

(3) Corrado Augias, I Segreti di Roma, Mondadori 2005, p. 13.

La storia del nostro amore. Corfù (2)

Corfu By Night
La splendida città di Corfu by night (credits)

“No, la storia del vostro amore noo, anche questa seraaa nooo!!” (siamo quasi all’imbrunire, seduti a cena con vecchi amici nel giardino di una villa toscana con Arezzo sullo sfondo). Il suono dei grilli e delle due ultime cicale viene quasi sopraffatto dalle proteste per una vicenda racconta e ri-raccontata ad nauseam [vedi “Storia del nostro amore 1”].

Non ascolto rimostranze. E comincio inesorabile a raccontare … 😳

ψ

La Storia è qui sotto, per The Notebook arricchita con molti ma molti particolari 🙄

Il giornale

Nino_Longobardi
Nino Longobardi è stato un giornalista, scrittore e conduttore televisivo italiano, opinionista del quotidiano «Il Messaggero». Alla fine della carriera fu assunto da D’Amato in vari ruoli (editorialista di Vita e conduttore di alcune trasmissioni a Tele-Vita). Testo adattato dalla Wiki

Per quasi un anno, prima dell’incontro che capovolse tutta la mia vita, avevo lavorato a un giornale, Vita Sera – di un certo Luigi D’Amato (giornalista, docente e politico) -, che come tutti i giornali della sera usciva il pomeriggio. Era molto comodo per i miei ritmi biologici: mi alzavo molto presto, andavo in redazione a via Parigi 11 e finivo nel tardo pomeriggio. Poi ero libero, giovane com’ero, di scorazzare dedicandomi ad altre cose, tra cui accompagnare al piano una bella pièce d’avanguardia di Nino Lombardo (Macbeth rivisitata, tanta musica (!) perché fondeva Shakespeare e Verdi). Teatrini “off” si chiamavano, – e chiamano, credo. E a Roma, negli anni ’70, a Trastevere e altrove, pullulavano.

Nino Lombardo bravo regista
Il bravissimo regista Nino Lombardo, oggi. Litigammo (per colpa mia). Credits

Il lavoro al giornale era abbastanza duro ma a me piaceva, conoscendo già quasi tutti per aver anni prima lavorato a Roma Notte, altro quotidiano della sera che poi purtroppo chiuse e dove conobbi il carissimo (e umanissimo) Franco Papitto a cui tutti volevano bene e che poi passò a La Repubblica dove lo seguii anni dopo (nonostante lui fosse allora corrispondente da Bruxelles) nella redazione romana diretta in quegli anni da Guglielmo Pepe.

Giorgio (sorseggiando un rosato): “Fesso, potevi fare il giornalista professionista!”
Giovanni: “Sono il campione delle occasioni mancate, lo so, ma quel che ho conosciuto del mondo giornalistico mi ha dato tanto. Fesso sarai tu”.

Ricordo il grande salone openspace popolato da gente intelligente e umoristica (Nino Longobardi in primis) nonostante il proprietario D’Amato – persona peraltro acuta e di grande esperienza – ogni tanto CAZZIASSE giornalisti e collaboratori in modo orrendo, umiliandoli di fronte a tutti.

Verso l’estate mi trovai a cartucce scariche. Lavorare di giorno in redazione e di notte nei teatrini mi aveva stremato ma non era solo questo. Ero entrato nel giornale poco dopo aver finito 13 mesi di naja, 10 dei quali trascorsi in una caserma punitiva per sessantottini dove mi avevano quasi stroncato, vicenda descritta in un brano precedente.

Grecia
Il mare unico della Grecia. Corfù? Forse (public domain pic)

A metà luglio mentre me ne stavo a casa abbastanza depresso mi telefoni tu, Riccardo [voci di impazienza anche sua coprono il canto dei grilli, ndr] e mi chiedi se accompagnarti in Grecia per l’intero mese di agosto.

[Qui il racconto della Storia si astrae dalla cena nella campagna aretina e vola nell'empireo dei ricordi, con qualche folata di zolfo resa forse più lieve dal sottofondo, nello studio di casa mia a Roma, della musica di Keith Jarrett, ndr]

Nasce l’amicizia con Riccardo

Non avendo altri piani colgo la palla al balzo e gli dico in due secondi di sì. Richard rimane di stucco. Non gli era mai successo che uno decidesse in un attimo di un intero mese di vacanze.

“Tipico. Solo ***** fa così”

Impossibile descrivere l’espressione e il tono suoi quando così commentò anni dopo. Mi voleva bene. La mia bizzarria Calcagni (la nonna materna romana di 7 generazioni) evidentemente gli piaceva.

C’eravamo conosciuti a soli 10 anni, alla fine degli anni ’50, quando incontrammo delle difficoltà per l’esame di 5a elementare (allora la scuola non scherzava) e dovemmo ricorrere alle ripetizioni del maestro Ciccarelli, conosciuto in quartiere per le operazioni di ciuco-salvataggio.

Somari a scuola lo eravamo, ma per motivi diversi.

Lui, di famiglia napoletana, era appena arrivato da Como dove aveva vissuto diversi anni per motivo del lavoro del padre. Era quindi spaesato.

Io, di famiglia piemontese romana e toscana, avevo appena avuto l’epatite alimentare di tipo A, che allora era detta itterizia. Un giorno chissà perché mangiai tantissime uova (erano contaminate?). Il giorno successivo, mannaggia, mi ritrovai tutto giallo e rimasi diversi mesi a letto a leggere.

Ma, spaesato lo ero anch’io perché per natura un po’ solitario. Ora, in lui lo spaesamento è stato di breve periodo, la napoletanità aiutandolo rapidamente a integrarsi (i Parioli erano così belli allora, così vissuti da un mare di residenti! Oggi sono purtroppo popolati quasi solo da impiegati che ne affollano vocianti i bei bar 😰).

Dunque spaesato lo ero allora e lo sarò successivamente, nonostante i tanti amici maschi di cui avevo bisogno, circondato com’ero dalle tantissime femmine della famiglia.

Il lamento di papà:

“Mio figlio mi diventerà omosessuale!”

Il Piper Club e Vladimir

Club
Foto di Marcello Linzalone. Credits

Diciamo che un carattere un poco solitario ha comportato anche vantaggi. Prendevo fittoni autistici e così per es. imparai bene l’inglese già a 15 anni; o la chitarra a 12, skill che mi rivendetti 5 anni dopo poiché a 17 anni, assieme a Sergio L., creammo “The Dragons / We Four”, una band che arrivò a suonare addirittura al Piper, il club a quei tempi più famoso d’Italia.

Le ragazze finalmente si inginocchiarono al mio cospetto, ma solo dopo una lunga traversata nell’arido deserto della sfiga, cioè una marcia solitaria senza la … , a voler usare la parola (ehm) nell’uso letterale. Vantaggi, quel tipo di carattere con la testa per aria, ma anche svantaggi, come in tutte le cose (più gli svantaggi, a voler tirar le somme; vedi il post Solitudine positiva e negativa).

Vladimir (sei questo qui?), l’intelligentissimo serbo con cui feci amicizia studiando a Nizza (e che mi disse che una ragazza inglese molto carina era adattissima a me, ma la cosa non successe), Vladimir dicevo, quasi vent’anni dopo l’episodio del maestro Ciccarelli, un giorno mi disse di sé:

“Sono a mio agio dappertutto, e dappertutto a disagio”.

Bello. Mi restò dentro.

Il puzzo dei piedi

Dunque alla fine degli anni ’50 ci conoscemmo, Riccardo ed io, dal maestro Ciccarelli assieme a un gruppetto di altri somari che cercavano di farcela all’esame di 5a elementare. Non dimentichiamoci che l’Italia dell’immediato dopoguerra era molto diversa da quella di oggi (le pecore per Roma, gli zampognari, le processioni con le fiaccole). Mi ricordo un lungo tavolone di bambini malvestiti – molti svantaggiati socialmente – con le faccette da impuniti (saremo stati una quindicina) in gran parte affetti da ADHD, cioè deficit di attenzione e iperattività, che allora si chiamavano semplicemente: ragazzacci, discolacci, piccoli delinquenti, a scelta.

Oggi non scegli: ADHD.

Dunque, facevamo un micidiale casino e Ciccarelli col suo vocione cacciava un urlo e riusciva ad ammutolirci.

Qualche volta.

Indimenticabile quando improvvisamente si sentì un gran puzzo.

“Qui a qualcuno gli puzzano le fette!”

Disse elegante il maestro.

Ci guardammo l’un l’altro sentendoci in colpa. Poi guardammo sotto il tavolo per identificare la fonte dell’insolente emanazione, ognuno cercando disperatamente di scagionarsi. Annusa che ti annusa – un bambino è praticamente un cane, ha i sensi acuiti – vedemmo alla fine dei piedozzi con delle scarpe di cuoio marrone scuro.

Ma … come era possibile?

Risaliamo confusi dalle scarpe alla persona e … tableau! Scoppia un’inconcepibile risata a cui segue, sgangherato, un coro :

Il maestro Ciccarelli!! Il maestro Ciccarellii!!!

Che gioia! Che diluvio di risate! Rimase negli annali il povero Ciccarelli che oramai anziano sentiva un puzzo di fette ma non si accorgeva che era il suo. Personaggio dalla bella pancia e i capelli tinti, Ciccarelli, che però svolse assai bene il suo compito poiché quasi tutti fummo promossi con buoni voti.

Riccardo, cosa ci legò oltre a quell’episodio? (certo, essere seduti vicini a sghignazzare, da cui principiò una bella amicizia resa poi definitiva dal casuale nostro inserimento nella stessa classe alle Medie di via “Boccioni” – il nome già un programma – e al Liceo Classico Goffredo Mameli di via Micheli.

Il tradimento (finisce l’amicizia con Riccardo)

tradimento
Il tradimento contro chi si fida è il peccato più grande per Dante (e non solo). Credits

Ma credo ci legò anche un pizzico di nordicità comune e soprattutto il tuo fare caldo del Sud, il bel calore umano del Mezzogiorno d’Italia di cui ho sempre avuto bisogno nella vita per quel tenace residuo alpino che a volte non concede ai sentimenti.

Tu che quasi a 30 anni dall’epoca del maestro Ciccarelli mi tradirai per mediocre tornaconto (e vigliaccheria); anzi, tradirai soprattutto mia moglie e la sua generosità, meglio ignorare come …

Non so perché ne scrivo ora, sono confuso, questo post mi è costato moltissimo. Comunque, Riccardo, anche oggi che non ti vedo più da tanti anni ti dico che non ti perdonerò mai anche se non posso dimenticare le cose passate insieme e soprattutto il fatto che hai reso possibile l’incontro con la donna che mi ha cambiato l’esistenza.

Se leggi, come forse leggerai, ascolta e ricorda …

La partenza

Fine della Via Appia a Brindisi
La fine della via Appia a Brindisi, con i resti delle due colonne che danno sul canale che protegge le navi che arrivono e partono

Dunque i primi d’agosto della fine degli anni ’70 entriamo con armi e bagagli (pochissimi) nella Renault 5 di Richard e lui imperterrito guida fino a Brindisi neanche troppo piano (una guida sparata-calma, una cosa incredibile), cioè fino a Brundisium (o Βρεντεσιον, per i Greci), dove finiva (e finisce in due colonne ammalianti) la regina viarum via Appia poiché laggiù gli antichi Romani si imbarcavano per veleggiare verso il fascinoso e culturalmente più evoluto Oriente mediterraneo (Egitto, Grecia, Cirenaica, Asia Minore ecc.) e dove noi emuli degli antichi (vabbè) imbarchiamo la macchina e noi stessi su un traghetto diretto all’isola di Corfù.

La famiglia di Riccardo era proprietaria di un piccolo appartamento che era stato affittato a due studenti greci che frequentavano l’Università Sapienza di Roma (moltissimi Greci studiavano e studiano nel Belpaese e conoscono l’italiano).

Arrivati nella stupenda città di Corfù (Κέρκυρα, Kérkyra), la capitale dell’isola dallo stesso nome (le nostre due figlie, poverette, tra i vari nomi hanno anche Kérkyra 🙀 ), andammo a trovare questi due ragazzi greci e i loro genitori. I ragazzi schizzarono via, desiderosi di rivedere i loro vecchi amici, è naturale, e non li rivedemmo più; e i genitori ci accolsero a braccia veramente aperte: a parte la lingua, ci sembrava veramente di stare tra italiani.

“Una faccia una razza”

Si diceva (e si dice) sempre da quelle parti, per sottolineare la consanguineità delle due culle dell’Occidente (vedi 1, 2, 3, 4 ecc. ecc. ecc. 😴)

L’isola e la città erano stupende …

[continua]

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Per ora pubblicati:
Storia del nostro amore 0
Storia del nostro amore 1
Storia del nostro amore 2

“Les Italiens ont détruit notre culture celtique et germanique”

Una voce emerge dalla bellissima Francia: è una voce di rimprovero, con una nota dolente.

Olbodala (blogger francese). In effetti, alcuni di noi (nel cui numero sono anch’io) rimproverano all’Italia il suo passato bellicoso e ciò che i vostri antenati Romani fecero ai nostri (Celti e Germani). I Romani hanno distrutto la nostra cultura (celtica e germanica) e la nostra civiltà e l’hanno sostituita con la loro (greco-latina).

È una tragedia avere un’apparenza fisica celtica e germanica ma una lingua e cultura incompatibili con le nostre origini settentrionali.

Originale:

Olbodala. “En fait, certain(e)s d’entre nous (et je fais parti du lot) reprochent à l’Italie son passé belliqueux, et ce que leurs ancêtres romains ont fait aux nôtres (celtes et germains). Les romains ont détruit notre culture (celtique et germanique) et civilisation, et l’on remplacé par la leur (gréco-latine).

C’est un drame d’avoir une apparence physique celtique et germanique, mais d’avoir une langue et une culture incompatible avec nos origines septentrionales.”

Ψ

Un intervento che ferisce e fa pensare.

Dicevamo dell’opera di Giulio Cesare e di come, secondo numerosi storici, 1. la sua conquista della Gallia Comata e 2. l’esclusione dal potere di un’aristocrazia romana ormai decadente abbia prolungato (schermandola dai barbari) la vita della civiltà greco-romana permettendole di plasmare non solo la Francia ma tutta l’Europa e di porre le basi dell’Occidente come lo conosciamo.

Si tratta dunque di avvenimenti che vanno oltre la Francia, non solo perché la Gallia Comata oltre alla Francia comprendeva anche la Svizzera e porzioni del Belgio e dell’Olanda e della Germania, ma soprattutto perché persino quei “nordici” non conquistati dai Romani assunsero gradualmente una cultura “meridionale” greco-romana grazie anche, ma non solo, alla diffusione del Cristianesimo operata da Roma: si pensi solo all’alfabeto latino, ai mille elementi culturali dalla musica alla religione alle tecniche allo stesso concetto di letteratura e di poesia e più in generale alle categorie concettuali filosofiche giuridiche e scientifiche mediterranee ecc.

Smetto, non sono un neoimperialista romano, cerco solo di badare ai fatti storici (e amo le nostre radici, perché no).

 

Soffocamento culturale e genocidio

Purtroppo è anche vero che le civiltà o culture germaniche e celtiche (non solo in Francia) sono state soffocate e non sapremo mai in che direzioni sarebbero potute fiorire, il che in termini di bio-diversità culturale è sicuramente una tragedia.

Quanto alla Gallia Comata Cesare compì un quasi genocidio, è fuor di dubbio. Se Plutarco scrive il vero (Plinio il vecchio è anche più duro) vi furono un milione di morti – forse 1 gallo su 5 – più un altro milione ridotto in schiavitù, con 300 tribù soggiogate e 800 centri abitati distrutti.

Se questa immane catastrofe ha dato luogo alla Francia non possiamo che amarne il risultato finale ma una catastrofe e un genocidio restano pur sempre una catastrofe e un genocidio.

 

Annientamento culturale: perché?

OK, uno potrebbe dire, la Gallia venne conquistata con la forza e con stragi ma concentrandoci sui Celti perché la cultura celtica venne completamente cancellata? Moltissimi Galli erano ancora vivi e sappiamo che i Romani erano in genere tolleranti con gli usi e costumi dei popoli conquistati.

Lo storico francese Fernand Braudel è molto chiaro al riguardo:

Quando una cultura – egli dice – viene del tutto cancellata da un’altra significa che vi è una grande disparità di ricchezza e complessità.

E in effetti non è un caso che i Romani influenzarono profondamente il Nord-Ovest del loro impero (aree arretrate) ma assai meno il Sud (Nord Africa) e l’Est o Medio-Oriente (aree assai civilizzate) che in effetti dimenticarono quasi del tutto l’eredità romana quando accettarono di buon grado l’Islam, a loro più affine.

 

Una risposta che non può certo consolare

La mia risposta al blogger francese Olbodala (che non può certo consolare, la storia è spietata) venne scritta proprio seguendo questa visione (traduzione e poi l’originale, così sfoggio un po’ di francese):

Giovanni. Capisco e mi dispiace. E ci vorrebbe un libro per risponderle! I Romani erano dei vincenti. Inoltre, anche se la cultura celtica era più complessa di quanto non si pensi, il Mediterraneo era generalmente più civilizzato in quel periodo.

Per gli Italiani del nord (mio padre era di là) è avvenuta esattamente la stessa cosa: celti com’erano, hanno perso la loro cultura.

Secondo diversi studiosi (Braudel, Gramsci, Joseph Nye ecc., cfr. note 1 e 2) quando due culture si scontrano ci sono almeno due elementi in gioco: la forza e la seduzione (una cultura seduce quanto più è complessa e ricca.), il primo elemento, la forza, non essendo tutto.

Semplificando, un caso classico è quello dei Romani e dei Greci. I Romani vinsero con la forza, ma i Greci li sedussero a loro volta con la loro meravigliosa ricchezza culturale.

Ciò non avvenne quando Romani e Celti si incontrarono. Se i Celti persero la loro cultura ciò significa, credo, qualche cosa.

E, inversamente, se la civiltà greco-romana lasciò poche tracce in Nord Africa o nel Medio Oriente, anche ciò significa qualche cosa.

Il che non vuol dire che l’annientamento quasi totale della civiltà celtica non sia una tragedia.

Ho dimenticato i Franchi [ma si potrebbe parlare anche dei Normanni, ndr], un popolo germanico che conquistò la Gallia o Francia. Ovviamente, esercitando grande forza ma non sufficiente seduzione vennero progressivamente latinizzati.

Paul (blogger franco-canadese). Punto di vista interessante, Giovanni. Dovremmo dedurne che gli inglesi hanno fallito nella seduzione dei canadesi di lingua francese in quanto la cultura francese rimane fiorente in Québec nonostante la nostra immersione in un oceano di lingua inglese?
Paul Costopoulos

Giovanni. Penso sia proprio così, Paul, per quanto posso giudicare.

Ψ

Giovanni. Je comprends, and I am sorry. Mais il faudrait bien un livre pour vous répondre ! Les Romains étaient des vainqueurs. En plus, même si la culture celtique était plus complexe qu’on y pense, la Méditerranéen était généralement plus civilisée a cette époque la.

Aux Italiens du nord (mon père était de là) est arrivé exactement la même chose: celtiques, ils ont perdu leur culture.

Selon plusieurs savants (Braudel, Gramsci, Joseph Nye etc., cfr. 1 e 2), lorsque deux cultures se heurtent il y a deux éléments au moins qui jouent: la force et la séduction (= due à la complexité, à la richesse de la culture même etc.), la première n’étant pas suffisante.

Simplifiant, un cas classique est celui des Romains et des Grecs. Les Romains ont gagné avec la force, mais les Grecs ont gagné sur eux avec la séduction de leur richesse culturelle.

Cela n’a pas été le cas quand les Romains et les Celtes se sont heurtés. Si les Celtes ont perdu leur culture, cela veut quand même dire quelque chose.

Et, inversement, si la civilisation gréco-romaine n’a presque pas laissé des traces en Afrique du Nord ou au Moyen Orient, cela veut aussi dire quelque chose.

Ce qui ne veut pas dire que la quasi totale destruction de la civilisation celtique ne soit pas une tragédie.

J’ai oublié les Francs [mais on pourrait aussi parler des Normands, ndr], un peuple germanique qui conquit la Gaule ou France. Évidement, ils exerçant de la force mais pas assez de la séduction, ils sont étés progressivement latinisés.

Paul (Canadien français). Intéressant point de vue, Giovanni. Doit-on comprendre que les britanniques ont manqué de séduction pour les Québécois puisque la culture française reste florissante au Québec malgré notre immersion dans un océan anglophone?
Paul Costopoulos

Giovanni. Oui, je crois que cela s’est passé de cette façon, Paul, as far as I can tell.

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Note:

1) Brano di Joseph S. Nye che spiega molto bene la sua idea di soft power (seduzione, contrapposta alla forza, hard power). In inglese.

2) Articolo del Manifesto – giornale con idee pre-concette a mio parere ma con begli articoli di cultura – che fa un bel raffronto tra Gramsci (egemonia=seduzione) e Joseph Nye (soft power=seduzione)

Disinteresse del nonno per il mangiare

Quando eravamo bambini si mangiava benissimo a casa grazie alle ricette di nonna Carolina (nonna paterna) e alle più che sperimentate capacità culinarie di Nerina.

Nonna Carolina, dopo una buona pietanza che magari era costata impegno sia a lei che a Nerina, chiedeva al marito se il piatto gli fosse piaciuto.

“Ben cotto”.

Era l’invariabile risposta di nonno Mario.

“In realtà – il commento divertito di papà, dotato di un fine senso dell’umorismo – al nonno non importava un bel niente di quello che aveva mangiato”.

E nel rispondere forse nemmeno se lo ricordava, il piatto.

L’arte culinaria in effetti era un altro aspetto che non rientrava tra gli interessi del nonno. Beh, ce ne aveva talmente tanti, di interessi, che forse lo spazio gli si era ristretto.

In realtà credo la cosa avesse più a che fare con l’educazione calvinista del lato piemontese della famiglia. Il mangiare, come altri piaceri, erano “una debolezza”.

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Tempo fa lessi sul Guardian un commento di una certa Clariana relativo a una recensione su The Young Pope di Sorrentino (nell’icona Clariana è vestita di nero, come una protestante del ‘600):

“Grazie per la bella recensione di ‘The Young Pope’. L’ho visto e mi è piaciuto molto. Credo sia molto italiano come approccio alle cose, con una buona sottolineatura del materiale e del carnale senza però tralasciare un senso di misticismo. In alcuni momenti la mise en scene mi ha ricordato Caravaggio e Tiziano.
Mi è piaciuto come la scoperta che il Papa non gradisca particolarmente il cibo abbia lasciato di sasso il cardinale Voiello, poiché il cibo di solito è una debolezza dei sacerdoti e, in particolare, una debolezza della gran parte dei popoli mediterranei […]”.

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Una debolezza …

Gina, nonna e il fiore di porcellana

Tra alcuni rami della famiglia piemontese di mio padre – mia madre era invece toscano-romana – c’era forse qualche contrasto di gusti. En passant, una cosa che si impara con gli anni, se mai la si impara, è che di gusti ce ne possono esser tanti e tutti legittimi (aspetto forse non contemplato nel mondo di mio padre e di sua madre).

Mi ricordo che una volta, avremo avuto forse sui 5-6 anni, venne ospite da noi a Roma una certa Gina, cugina piemontese di papà.

La sorte volle che io capitassi accanto a lei, che era di corporatura imponente, in una tavola abbastanza gremita di parenti. Personalmente, essendo spesso restio alla disciplina anche per ‘contrare’ papà, ero a quel tempo anche in quella fase in cui i maschi sono un poco irrequieti fisicamente. Gina era vicinissima e io molto movimentato.

“Ma insomma!!!”

Fu il commento tonante di Gina (dopo che per un bel po’ l’avevo infastidita a gomitate). Commento a proposito, del resto.

Dopo pranzo si va in salotto per il rito del caffè, che era una cosa molto bella perché a quell’ora il nostro salotto era inondato dal sole e ci si stava proprio bene.

Nonna Carolina mostra allora a Gina un soprammobile di porcellana, una specie di fiore o cardo con tanti petali, che a nonna piaceva tantissimo e che forse le mie sorelle ancora conservano da qualche parte nelle loro case.

Dice nonna a Gina, indicando l’oggetto:

“Non trovi che sia bello? Con queste tonalità grigio madreperla …”

Gina osserva attentamente il soprammobile. Poi, con tono volitivo, la voce acuta, sonante, prorompe:

“E’ bello???”

Segue una pausa di 2-3 secondi. Quindi, a voce bassa e fermissima, calcando un poco la e :

“Modesto”

“E’ bello?? Modesto” rimase un detto memorabile a casa nostra. E il secondo aggettivo, sussurrato categoricamente – una cosa abbastanza rara, qui a Roma, il sussurro categorico – sembrò a noi bambini assai più impressionante del primo, che pure fu detto con tono stentoreo.

Crescentino e l’arma del silenzio

A Roma c’è sempre stata una folta colonia di piemontesi scesi nella capitale a ondate successive. Ciò a partire dal 1870, l’anno della breccia di Porta Pia, fino almeno alla caduta della Monarchia, nel 1946.

Della prima ondata faceva parte il padre di mia nonna, Crescentino, un ingegnere che viveva a via XX Settembre, poco distante dagli uffici dove lavorava.

Raccontava papà:

“Grande ingegnere, nonno Crescentino, e la gente si inchinava al suo cospetto. Ma la sera, quando, fatti quei pochi metri a piedi, rientrava a casa, contava meno di zero perché tutto passava sotto la ferrea supervisione di nonna Tullia, la madre di tua nonna Carolina”.

Crescentino, per esempio, amava il gorgonzola. Ogni tanto se ne comprava un pezzetto.

“Erano contrasti. Lui, che nulla poteva contro la moglie, aveva però un’arma segreta”.
“Quale?”
“Il silenzio. Ogni volta che c’erano diverbi sul gorgonzola il nonno taceva. Rimaneva cioè zitto per un mese intero”.
“Un mese intero??”
“Proprio così, perché il silenzio, ricordate, è un’arma terribile”.

‘Il silenzio è un’arma terribile’. Uno degli aforismi di papà, il cui senso (e pratica annessa) erano da queste parti, diciamolo pure, indigeribili.

Sessantotto, fantasia e disciplina

68 a Parigi
Sessantotto a Parigi (credits)

Siamo la generazione dei baby boomers, i nostri figli sono i millennials, quando eravamo giovani abbiamo vissuto il cosiddetto Sessantotto dell’altro secolo che sicuramente ha incoraggiato il raggiungimento di più libertà e maggiori diritti civili, ma ha prodotto anche molte cose negative, io credo.

Tutto e il contrario di tutto è stato detto su questo argomento. Vorrei avanzare una mia opinione e testimonianza.

Il contrasto delle generazioni è una tendenza naturale ma noi l’abbiamo vissuta in modo drastico. Ogni autorità (1) per noi andava bandita (a casa, a scuola, nella società ecc.) e giudicavamo chi ci precedeva perbenista, conformista e “borghese” (e magari non tutto era campato in aria).

Ma nella generazione dei nostri genitori – che aveva vissuto la guerra e aveva ricostruito il paese – c’erano in realtà tante cose buone e, tra esse, un grande senso di disciplina, e in fondo anche il conformarsi, il mantenere un decoro implicava un non lasciarsi andare e quindi un rigore che noi non capivamo in quanto tra i due poli interdipendenti – libertà e costrizione, fantasia e regole – il primo era per noi sempre da preferire.

[Immagini d’epoca degli orribili anni di piombo che seguirono al ’68]

Così quando siamo diventati educatori (genitori, insegnanti, formatori nei mestieri ecc.) non abbiamo fatto capire ai giovani che libertà e auto-responsabilità devono andare insieme e che per raggiungere un qualsiasi obiettivo c’è bisogno di applicazione, sforzo, sacrificio: per scrivere in buon italiano, per prendersi un titolo di studio, per padroneggiare una lingua straniera o imparare bene una professione.

Lo sport è uno degli esempi più lampanti del fatto che il talento non basta: posso anche essere molto dotato fisicamente ma se non mi applico in modo inflessibile non raggiungerò mai i risultati migliori.

Questo scadere del senso di autorità e disciplina nel sistema scolastico mi è sembrato particolarmente drammatico nel corso degli anni, e il fenomeno non sembra arrestarsi, anzi. Il risultato è che diminuiscono le competenze, scema la cosiddetta cultura generale e nei comportamenti si assiste alla ricerca di scorciatoie e della via in discesa, tanto più comoda (qui a Roma non ne parliamo) di quella in salita (2).

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Questo in noi del Sessantotto è mancato. E ci sentiamo responsabili.

Visto che in un brano precedente abbiamo parlato dell’Europa del nord, anche lì si è vissuto il Sessantotto ma il risultato è stato alla fine assai diverso. Forse il clima e lo spirito protestante hanno aiutato, poiché questa gente ha in genere più disciplina di noi mediterranei e questo chiaramente ci penalizza in un mondo interdipendente.

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(1) Uno stupendo saggio di Alessandro Cavalli: Principio di autorità, XXI Secolo, Enciclopedia Treccani.
(2) La tendenza alla scorciatoia, alla gratificazione immediata è però controbilanciata dalle dure condizioni (dal 2008 in poi) in cui i giovani dell’attuale generazione hanno cominciato a lavorare, con stage non pagati, salari molto bassi e situazioni bloccate (nepotismi ecc.) che li hanno costretti a lavorare all’estero in gran numero.

I nonni paterni e il rito della pasta

Nonna Carolina, piemontese, non cucinava ma guidava la casa e la cucina con mano di ferro e guanto di velluto.

Nonna era una persona veramente moderna, più avanti anche di molti giovani d’oggi. Ci sono corrispondenze di lei con amiche inglesi e francesi, con cui commentava autori come Milton o Tennyson e i romanzi francesi, il tutto con piena padronanza delle rispettive lingue e letterature.

L’attività di nonna pittrice era nota in famiglia e non solo in famiglia. Ci sono quaderni con i suoi schizzi di viaggio a Istanbul ecc. Rimangono ancora parecchi suoi quadri, molto belli, e degli arazzi maestosi dipinti, invece che intessuti, con una tecnica che aveva imparato alla scuola romana di Erulo Eruli in via del Babuino.

Tornando alla cucina, quando eravamo bambini, nella casa ai Parioli, si mangiava benissimo grazie alle ricette di nonna Carolina e alle più che sperimentate capacità culinarie di Nerina, la cuoca.

Nonna Carolina, dopo una buona pietanza che magari era costata impegno sia a lei che a Nerina, chiedeva al marito se il piatto gli fosse piaciuto.

“Ben cotto” era l’invariabile risposta di nonno Mario.

“In realtà – il commento divertito di papà – al nonno non importava un bel niente di quello che aveva mangiato”.

L’arte culinaria in effetti non rientrava tra gli interessi del nonno. Beh, ce ne aveva talmente tanti, di interessi, che forse lo spazio gli si era ‘ristretto’.

Come molti piemontesi e alpini (bavaresi, svizzeri, austriaci) nonno Mario amava però i dolci, e mi dicono le mie cugine ‘nordiche’ che il nonno ogni tanto le portava al bar e offriva loro una pasta.

Questa cosa della ‘pasta al bar’ l’abbiamo vissuta anche noi attraverso papà che, figlio di Mario, ci portava infatti anche lui al bar, spesso al Cigno, un elegante (ma oggi decaduto) bar di viale Parioli, dove ci offriva appunto ‘una pasta’.

Ora, a rifletterci dopo tanti anni, questo rito della pasta era abbastanza curioso.

Al bar si potevano consumare tantissime cose. Un padre romano, a seconda dell’occasione, ci avrebbe offerto maritozzi con la panna, crostate, castagnole alla romana, cassate siciliane, tiramisù, fette di Sacher o di Mont Blanc, pastiere, pizzette, pizze romane, tramezzini farciti, hamburger con le cipolle; e tanto altro ancora.

E invece no. A casa nostra ti portavano al bar e ti offrivano ‘una pasta’.

E, anche solo limitandosi alle paste, data la gran varietà di paste al ‘Cigno’ e ovunque, il gesto era ancora più sobrio, anche perché la pasta era di solito un bignè.

A noi, però, il rito sobrio della ‘pasta al bar’ piaceva così.

Echi del Mediterraneo. ‘La nemica mia! La nemica della casa!’ (4)

Abbiamo chiesto dei lumi a Naguib Mahfouz per meglio comprendere alcuni aspetti dei costumi di chi si affaccia su questo antico mare. Vediamo un po’.

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E’ da notare come gli affascinanti personaggi della sua Trilogia del Cairo facciano un sacco di cose proibite: bevono alcolici, imbrogliano, mangiano carne di maiale, il tutto però in segreto e cercando di mantenere le apparenze.

Due figlie di Ahmed Abd el-Gawwad – il patriarca egiziano al centro dell’opera – litigano di fronte alla madre Amina e una di loro denuncia con rabbia il marito della sorella:

“Beve vino a casa senza nascondersi!”

Il che ci ricorda alcuni tunisini, descritti in un brano precedente, che bevevano tranquillamente birra in un caffè de La Goulette e che confessarono:

“Nous on fait tout, mais en cachette” (facciamo tutto, ma in segreto).

È irresistibile non pensare alla Sicilia, dove fare le cose en cachette è ben radicato (la Sicilia è stata sotto il dominio tunisino per più di 300 anni). E che dire dell’omertà siciliana, che rende così difficile sconfiggere la mafia?

Solo spunti ipotetici, che andrebbero approfonditi.

 

Il potere dell’uomo sulla donna

Un altro elemento è il potere patriarcale dell’uomo sulla donna. Nel brano precedente Kamal rimane sbalordito perché Aida osa apostrofare un gruppo di giovani uomini pur non essendo imparentata con loro. E Kamal, sia pure allarmato, passa sopra l’incidente perché trafitto da un amore a prima vista.

Il patriarcato, naturalmente, è anche il potere del marito sulla moglie. Infatti la stessa sorella adirata di cui parlavamo sopra dice a sua madre delle trasgressioni dell’altra sorella:

“Beve e fuma, agisce contro Dio e con Satana”.

La madre sconsolata risponde:

“Cosa possiamo fare? È una donna sposata e il giudizio sulla sua condotta è ormai nelle mani del marito … “

Questa è la società islamica, si potrebbe dire. D’accordo, ma il potere patriarcale è molto più antico dell’Islam. In realtà molte società musulmane (non tutte, perché c’è società e società) aderiscono semplicemente a tradizioni molto antiche già diffuse nel Mediterraneo e altrove molto prima di Maometto e che hanno lasciato tracce ovunque poiché pare che il patriarcato sia vecchio addirittura di 5-6 mila anni.

Era già presente a Roma (si pensi al terribile pater familias della prima Repubblica con diritto di vita e di morte su moglie e figli), in Grecia, a Cartagine ecc. E esisteva nel Mare nostrum e altrove (in Oriente, in India ecc.) molto prima che queste civiltà sorgessero.

Questa non è certamente la vita oggi in Italia, anche se nel Sud qualcosa di un patriarcato più antico sembra sopravvivere (e poi, parliamoci chiaro, siamo sicuri che in Occidente il rapporto uomo donna sia così avanzato? Pensiamo al movimento #metoo, alle uccisioni di fidanzate e mogli e a tante altre cose).

 

L’onore della famiglia emana dal capofamiglia

Ancora sul patriarcato, l’onore e il disonore della famiglia ricadono sul padre e sul marito. Ahmed Abd el-Gawwad, convocato dalla suocera della figlia a causa della cattiva condotta di questa, la rimprovera così:

“Nulla di ciò che è stato generato in casa mia dovrebbe essere macchiato da tali comportamenti! Non ti rendi conto che tutto il male che stai facendo porta disonore a me??”.

L’onore del patriarca dunque è l’onore di tutto il nucleo familiare (e viceversa). E’ lui la casa, il casato.

Vien fatto di pensare al Natale in casa Cupiello di Eduardo De Filippo, una deliziosa tragicommedia in cui Luca Cupiello (Eduardo), esasperato dalla moglie Concetta, grida a pieni polmoni:

“La nemica mia! La nemica della casa!”

Il patriarcato viene qui affermato in modo divertente e magistrale perché i napoletani sono raffinatissimi e in qualche modo si potrebbero chiamare “i cugini greci di Roma” se non si trattasse d’un salto storico troppo ampio.

Passando a un caso più tragico la povera Sana Cheema, di 25 anni, innamorata di un italiano a Brescia, torna in Pakistan e là, il 24 aprile 2018, viene uccisa dal padre e dal fratello perché non voleva accettare un matrimonio combinato. Sana non è che la vittima di costumi antichi, il suo comportamento portava disonore al padre e alla famiglia. E il padre patriarca e il figlio maschio, vice patriarca, lavano il disonore uccidendola.

Vicenda terribile. E viene da pensare, anche per distrarsi con una visuale più ampia, che quando viaggiamo non percorriamo soltanto lo spazio ma anche il tempo. Paesi non ancora del tutto sviluppati sono come delle macchine del tempo che ci mostrano com’era la vita tanti anni fa (il che non significa che giustifichiamo le cose spaventose che possono accadere in questi “presenti-passati”, non è questo il punto; inoltre il passato era anche pieno di tante cose buone, che nelle società avanzate non esistono più).

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Abbiamo cercato di esplorare alcune antiche tradizioni, mediterranee e non. Ci sembra chiaro, per riprendere Fernand Braudel, che ogni studio dei modi di pensare attuali (europeo, islamico, siciliano, napoletano ecc.) non sia completo senza guardare al passato infinito delle civiltà.

In sostanza la mente umana è come un museo poiché contiene tracce quasi infinite di concezioni passate, dall’età della pietra in poi, ma senza un inventario. Fare tale inventario è il lavoro di antropologi, sociologi e storici (e, in piccolo, di tutti noi).