Paul e Thérèse Costopoulos, di Montreal, Québec

Il centro storico di CIvitavecchia di notte
Il centro storico di Civitavecchia di notte. Cliccare sulla foto per i credits
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Il 5 novembre scorso sono andato a salutare un blogger e sua moglie, a Civitavecchia. Ci eravamo già visti precedentemente tre volte, una nel Nuovo Mondo e due in Italia. È bello quando il virtuale si fa reale. Mia figlia Elena, 31 anni, su WhatsApp: “Com’è andata con i canadesi??” Le avevo accennato a un blogger canadese, Paul, – presente anche su The Notebook (vedi 1, 2, 3, 4 ecc.) – con cui avevo dialogato molto.

Giovanni: “È andata molto bene. Lui 87 anni, lei 83. Partono da Civitavecchia in crociera per il Mediterraneo e l’Atlantico, un viaggio romantico insieme. Sono franco-canadesi del Québec, di Montreal. Lingua materna francese naturalmente [e non “madre”, fa notare giù Claudio Capriolo, ndr], ma parlano benissimo anche inglese. Hanno questa superiorità, i canadesi, rispetto agli “americani” (che non amano: Paul li chiama Usaers 😂): quasi tutti i canadesi, non solo quelli di Montreal, conoscono le due lingue. Questo, forse, porta a un’apertura mentale più grande”.

Paul Costopoulos, franco-canadese di Montreal
Paul Costopoulos, detto Costo: a 87 anni è ancora un leone. Qui ritratto in un bar vicino al loro albergo

Giovanni: “Paul Costopoulos ha avuto madre francese del Québec e padre greco, emigrato in Canada prima della Seconda Guerra Mondiale. Il greco, più scuro di pelle, si è innamorato di questa splendida ragazza dalla pelle chiarissima. La coppia ha avuto Paul e altri due maschi. Lei però non voleva che il padre parlasse in greco a Paul. Era molto rigida. Pertanto, quando Paul aveva 10 anni, l’emigrante greco tornò in Grecia”.

“Paul si trovò allora in una situazione molto dura. I greci di Montreal lo consideravano francese. I francesi lo consideravano greco. Ma lui si è fatto forza e ha combattuto, si è tirato su, a scuola studiava studiava, leggeva di nascosto la letteratura francese della Francia considerata troppo osé a quel tempo in Canada 😂, studiava i capolavori della letteratura inglese, questi finalmente un po’ puritani 😂”

[A questo punto mia figlia avrà pensato: "Noo, il solito pi***ne di papà". Non ha però usato questa parola, la usa suo padre, ndr]

Le père Lachance, un prete e suo prof, lo ha aiutato a costruirsi, intellettualmente e moralmente. Poi Paul ha conosciuto Thérèse, una splendida ragazza dalla pelle bianchissima e gli occhi azzurri, come la madre, di 4 anni più giovane. Si sono innamorati e sposati”.

Thérèse Costopoulos, 83 anni
Thérèse Costopoulos, 83 anni, valida e vivace compagna di vita di Paul

“Paul Costopoulos, greco canadese che non sa il greco (ma sa il latino meglio di me) ha lavorato fino alla pensione in una struttura per il recupero di delinquenti minorenni annessa al riformatorio di Mont-real, struttura del comune cittadino che, rispetto a Roma, funziona come un orologio. Ha fatto del bene a questi giovani, che l’hanno rispettato e amato. Non era tenero. Poneva dei limiti. Di questo avevano bisogno”.

“Paul e Thérèse Costopoulos hanno tre figli, André, che lavora all’università e scrive di archeologia in contatto con gli specialisti del settore nel mondo. E due figlie gemelle identiche, che avevano fatto una bella carriera a Toronto (la Milano del Canada) ma poi hanno deciso di tornare a vivere con i genitori, non essendosi sposate (il che è incomprensibile, essendo spiritose, intelligenti e carinissime)”.

Piazza Leandra, a Civitavecchia
Piazza Leandra, il cuore del centro storico di Civitavecchia. Cliccate sulla foto per i credits

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“Cara Elena, ti ho raccontato la storia di Paul e Thérèse. Paul è stato uno dei migliori commentatori, forse il migliore, del mio vecchio blog in inglese, compagno di tante avventure della mente sia emotiva che intellettuale. Per cui non posso dimenticarlo”.

“Non è un uomo ricco, ma è più ricco più di tanti e tanti ricchi”.

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“D’altronde, riusciva a dire in 2 righe quello che a me ne richiedeva 50 😂😂”.

Magister

old-manmagist

Le mie idee cominciarono a fermentare 45 anni fa, quando mi imbattei nella persona che chiamo Maestro, Mentore o Magister – chiamatelo come vi pare (nota 1).

Aveva piovuto tutto il giorno. Roma ha un odore strano quando piove. La sera ero passato, da Trastevere o Transtiberim dove abitavo, alla riva sinistra del Tevere, il fiume sacro di Roma.

tiber-rain
Il Tevere e l’isola tiberina sotto la pioggia

Me ne andavo a zig zag quando mi si parò di fronte l’Istituto Gramsci. Vi ero stato qualche volta anche se ero a quel tempo privo di colorazione politica: i giovani lì andavano e venivano, questo mi bastava. Varco la soglia dell’Istituto e vedo che la gente se ne va. Qualcuno però c’era ancora e c’era Vincenzino, una specie di custode affetto da una malformazione alla schiena, a cui tutti volevano bene. Gli faccio un saluto e mi incammino verso l’emeroteca. Poi cambio idea ed entro in biblioteca.

Fu allora che lo vidi.

Magister, Covatta (e i Pink Floyd)

Si appoggiava a una delle scrivanie con fare casual, capelli radi e giacca sdrucita. Teneva un discorso a braccio, credo, al quale seguì un dialogo tra lui che parlava e lo sparuto pubblico di giovani che lo ascoltavano. Era sua consuetudine – lo seppi solo dopo – quella di parlare nella biblioteca dell’Istituto quando molti erano quasi già andati via.

Luigi_Covatta
Luigi Covatta in quegli anni

Nei mesi a seguire mi accorsi che il gruppetto di ragazzi, ne ero parte ormai anch’io, pian piano si infoltiva. Ci si spostò dunque altrove: a casa sua; a casa di Luigi Covatta (giornalista e politico che in anni successivi fu eletto Senatore della Repubblica); da qualche altra parte (più volte nel mio appartamentino di vicolo della Penitenza, a Trastevere).

Già molto vecchio, barba e capelli bianchissimi, Magister aveva occhi attenti, penetranti. Nei ruggenti anni ’70 l’Italia era tutto un dibattito, un accapigliarsi (come adesso, ma su temi diversi). Mentre scrivo sto ascoltando The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd per cercare ricreare l’atmosfera di quell’epoca meravigliosa (1972 e 1973).

Voce bassa, silenzio assoluto

Magister parlava a voce bassa, per lo più, e il silenzio degli ascoltatori era assoluto, persino imbarazzante a tratti. Poi arrivavano le domande e le risposte. Se gli capitava di arrabbiarsi la voce si faceva possente, profonda, e gli occhi scintillavano.

Non lo dimenticherò mai. Ero un brutto anatroccolo prima di conoscerlo. Non che sia diventato un cigno grazie a lui (l’idea fa un po’ ridere) ma certo ricevetti da lui, tra le altre cose, la nozione della mente e della volontà come forti strumenti di liberazione personale e di gruppo.

Ψ

Non sono stato un buon allievo.

Lasciai definitivamente la casa dei miei genitori e andai in cerca di fortuna. Sfortuna è di coloro che non trovano Maestri.

Non rivelerò la sua identità. Non che a lui importi, ormai non c’è più, riposa da qualche parte (nel suo paese d’origine? A Roma da lui tanto amata?)

L’ammiravo e l’amavo (nonostante alcuni contrasti che alla fine ci separarono). Non fui il solo a piangere sulle sue ceneri.

Curiosità, desiderio di conoscenza,
edonismo culturale

Se ho motivi per non rivelarne l’identità [scrivevo nel giugno 2011, ndr] vorrei qui solo ribadire che A LUI DEVO MOLTO, non ultimo quell’amore, curiosità, desiderio di conoscenza – non so bene come dirlo -, quella specie d’“edonismo culturale” (o edonismo “conoscitivo”, come direbbero gli anglosassoni) che tende ad auto-organizzarsi e che a dispetto dell’età continua a crescere nel mio spirito invece d’abbandonarlo.

Dialettica, scrittura:
palestra della mente

Tra le altre cose, devo al Maestro il metodo dialettico utilizzato in questo blog [riferimento al vecchio blog Man of Roma, ndr], nonché l’idea che la scrittura sia la miglior palestra per imparare a pensare in modo chiaro, razionale, ordinato [come educazione della mente: è chiaro che la scrittura fantasiosa, emozionale è egualmente stupenda: che ne pensate? ndr]

Scrittura & pensiero

writing3

Una piccola poesia composta nel 2011 in onore del Magister.

Writing, thinking, clarifying,
striving to sort out thoughts
in ways so “clear and ordinate”
and comprehensible.

This, many years ago, Magister counselled
for the good education of the mind.
Beloved Magister,
writer, philosopher, educator

Pensare, scrivere, chiarire:
lo sforzo del disporre i tuoi pensieri
in modo “chiaro, ordinato” e comprensibile.

Così tanti anni or sono ci insegnava,
per la buona educazione della mente,
Il Maestro amato,
filosofo, scrittore, educatore

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(Nota 1). Brano del 5 giugno 2011, scritto nel mio vecchio blog in inglese Man or Roma e qui tradotto, arricchito. La figura di Giuseppe, molisano, è però trasfigurata anche se in verità è assai aderente a tutto ciò che avvenne: fatti, luoghi, persone, atmosfere, elementi del suo metodo (la scrittura maestra della mente ecc. Qui trovate altro sul tema della sua pedagogia).

Figura, quella di Giuseppe, trasfigurata, dicevo, ma aderente ad eccezione dell’età. Giuseppe aveva 4 anni meno di me, che ne avevo 24. Qui è l’archetipo junghiano del vecchio saggio (cfr., in The NotebookSolitudine, positiva e negativa) e lui lo era, un vecchio saggio: l’età spesso non conta e in lui certamente non contava affatto.

Non sono mai stato a casa di Luigi Covatta. Giuseppe sì, perché Covatta lo tenne a casa sua per parecchio tempo e lo coltivò, giudicandono assai promettente come uomo e come politico.

Ad un matrimonio di pochi anni fa, a Vito Gamberale – molisano e padre di un amico di mia figlia maggiore – che sedeva al nostro tavolo, chiesi che fine avesse fatto un certo Giuseppe che 44 anni prima aveva vissuto a casa di Covatta per vario tempo. Lui, efficiente, telefona a Covatta seduta stante lasciandomi emozionato, di stucco.

Luigi Covatta rivela purtroppo al telefono la morte (nota A) di Giuseppe in Sicilia, alla fine degli anni ’70 😦

Nota A. Giuseppe, Peppino per gli amici, venne ucciso pochi anni dopo il nostro incontro, ancora giovanissimo, dalla Mafia in Sicilia mentre portava in quella bella terra il movimento dei disoccupati organizzati nato a Napoli a metà degli anni 1970.

Questo blog è dedicato a lui, dal più profondo del mio cuore.

Il giovane Holden e la fantasia al potere

Nel brano precedente abbiamo considerato il periodo del Sessantotto dal punto di vista della formazione dei giovani parlando dei due poli libertà e disciplina, fantasia e regole.

I sessantottini, abbiamo detto, preferivano il primo di questi due poli in realtà interdipendenti e infatti “fantasia al potere” era uno degli slogan del movimento, soprattutto nella sua anima più libertaria. Mentre la scuola prima del Sessantotto era meritocratica, successivamente divenne la scuola del sei politico, del diritto che dovevano avere tutti di arrivare fino in fondo.

Il movimento di quegli anni non si limitò però all’educazione e alla scuola ma influenzò molti altri ambiti della vita. L’organizzazione del lavoro nelle fabbriche era vista come oppressiva e sfruttatrice, la lotta politica diventava lotta contro un “sistema” autoritario che soffocava la gente, l’abbigliamento femminile fu stravolto dalla minigonna di Mary Quant, i rapporti familiari vennero considerati superati e alcuni tentarono le sperimentazioni delle comuni, la musica rock ruppe i canoni della musica melodica e l’improvvisazione, il free jazz per esempio, venne considerata come l’espressione musicale più alta; e così via.

Molti i testi influenti di quel periodo. Tra gli anti-psichiatri anglosassoni c’era David Cooper che teorizzava la morte della famiglia, poi c’erano Wilhelm Reich e Herbert Marcuse che vedevano un nesso tra repressione sessuale e repressione sociale, per non parlare dei testi marxisti e di tantissimi altri libri.

Anche Il giovane Holden (The catcher in the rye) di J.D. Salinger ebbe il suo peso, magari più in sordina, un libro molto letto anche oggi, che narra di Holden Caulfield, un sedicenne che detesta la società che lo circonda. C’è un brano molto significativo per l’argomento qui trattato (la dialettica libertà disciplina) e che riguarda la digressione nel discorso orale.

A scuola Holden doveva subire la lezione di oral expression (esposizione orale), che consisteva nel far parlare lo studente di un qualsiasi argomento e se poi andava fuori tema tutti i compagni gli gridavano ad altissima voce: “Digression!!” (fuori tema!!).

Se dunque i professori di Holden volevano che egli stick to the point, rimanesse cioè sempre in tema, il giovane amava invece i discorsi pieni di digressioni. Lo stesso romanzo è d’altro canto pieno di digressioni, di fatti nei fatti, idee nelle idee. Ciò conferisce al tutto una caotica freschezza e rende benissimo una mente adolescenziale che è certo poco disciplinata, magari anche turbata (Holden era forse un po’ disturbato) ma vivace e scoppiettante.

E’ chiaro poi che nel romanzo la digressione assume un valore più ampio e simbolico, è una rivolta in nome della fantasia contro ogni regola e costrizione – la razionalità ecc. – e riguarda i vari aspetti della vita.

Nel giugno del 2008 fui quasi aggredito da Melony, una commentatrice del mio vecchio blog, che scrisse:

“Salinger stesso fa molte digressioni, proprio come me. Il che, secondo lui, rende le cose più interessanti e rende il suo libro interessante. E’ ciò che rende la vita interessante. Se ti blocchi (if you stick) su una sola cosa diventi la persona più noiosa del mondo. Se ti blocchi su una sola persona nella vita non saprai mai come possono essere altre persone. La digressione è importante … fanne uso!!”

Personalmente lessi Il giovane Holden per caso a 18 anni  (mi fu lasciato in eredità da una ragazza che partiva) e mi colpì profondamente. In procinto di uscire dall’adolescenza ci ritrovavo molte delle mie insicurezze di quegli anni.

Ma il giovane Holden va oltre. Arriva ad odiare quasi tutto il mondo che lo circonda in modo così efficace, così eloquente che si può esserne assai influenzati se ci si trova in condizione mentale di anti-socialità.

Per chi come me aveva amato il romanzo fu inquietante leggere sui giornali che Mark David Chapman, che uccise John Lennon, ne aveva una copia in mano quando venne arrestato. Anche John Hinckley Jr., che nel marzo del 1981 cercò di assassinare il presidente americano Ronald Reagan, pare fosse ossessionato dal romanzo

Sessantotto, fantasia e disciplina

68 a Parigi
Sessantotto a Parigi (credits)

Siamo la generazione dei baby boomers, i nostri figli sono i millennials, quando eravamo giovani abbiamo vissuto il cosiddetto Sessantotto dell’altro secolo che sicuramente ha incoraggiato il raggiungimento di più libertà e maggiori diritti civili, ma ha prodotto anche molte cose negative, io credo.

Tutto e il contrario di tutto è stato detto su questo argomento. Vorrei avanzare una mia opinione e testimonianza.

Il contrasto delle generazioni è una tendenza naturale ma noi l’abbiamo vissuta in modo drastico. Ogni autorità (1) per noi andava bandita (a casa, a scuola, nella società ecc.) e giudicavamo chi ci precedeva perbenista, conformista e “borghese” (e magari non tutto era campato in aria).

Ma nella generazione dei nostri genitori – che aveva vissuto la guerra e aveva ricostruito il paese – c’erano in realtà tante cose buone e, tra esse, un grande senso di disciplina, e in fondo anche il conformarsi, il mantenere un decoro implicava un non lasciarsi andare e quindi un rigore che noi non capivamo in quanto tra i due poli interdipendenti – libertà e costrizione, fantasia e regole – il primo era per noi sempre da preferire.

[Immagini d’epoca degli orribili anni di piombo che seguirono al ’68]

Così quando siamo diventati educatori (genitori, insegnanti, formatori nei mestieri ecc.) non abbiamo fatto capire ai giovani che libertà e auto-responsabilità devono andare insieme e che per raggiungere un qualsiasi obiettivo c’è bisogno di applicazione, sforzo, sacrificio: per scrivere in buon italiano, per prendersi un titolo di studio, per padroneggiare una lingua straniera o imparare bene una professione.

Lo sport è uno degli esempi più lampanti del fatto che il talento non basta: posso anche essere molto dotato fisicamente ma se non mi applico in modo inflessibile non raggiungerò mai i risultati migliori.

Questo scadere del senso di autorità e disciplina nel sistema scolastico mi è sembrato particolarmente drammatico nel corso degli anni, e il fenomeno non sembra arrestarsi, anzi. Il risultato è che diminuiscono le competenze, scema la cosiddetta cultura generale e nei comportamenti si assiste alla ricerca di scorciatoie e della via in discesa, tanto più comoda (qui a Roma non ne parliamo) di quella in salita (2).

Ψ

Questo in noi del Sessantotto è mancato. E ci sentiamo responsabili.

Visto che in un brano precedente abbiamo parlato dell’Europa del nord, anche lì si è vissuto il Sessantotto ma il risultato è stato alla fine assai diverso. Forse il clima e lo spirito protestante hanno aiutato, poiché questa gente ha in genere più disciplina di noi mediterranei e questo chiaramente ci penalizza in un mondo interdipendente.

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(1) Uno stupendo saggio di Alessandro Cavalli: Principio di autorità, XXI Secolo, Enciclopedia Treccani.
(2) La tendenza alla scorciatoia, alla gratificazione immediata è però controbilanciata dalle dure condizioni (dal 2008 in poi) in cui i giovani dell’attuale generazione hanno cominciato a lavorare, con stage non pagati, salari molto bassi e situazioni bloccate (nepotismi ecc.) che li hanno costretti a lavorare all’estero in gran numero.

Scrivere un blog in una lingua straniera

Cosa significa scrivere in una lingua straniera? Ci sono scrittori e blogger che scrivono in una lingua che non è la loro; alcuni blog sono scritti in più lingue e così via.

Parlerò della mia esperienza perché nel mio piccolo ho tenuto anch’io un blog in inglese, Man of Roma / a quirky research on romanness, durato sette anni, dal 2007 al 2014: un’esperienza molto bella che mi ha insegnato a scrivere meglio in questa lingua, con un discreto pubblico di lingua inglese (quasi 700 mila accessi) che commentava parecchio e mi ha aiutato a capire meglio diversi aspetti della cultura (delle culture) di questo universo anglofono sparso per il pianeta.

Inizialmente fu una bella faticaccia. Se in gioventù ero maggiormente attratto dalle lingue germaniche, nel 2007 preferivo (come oggi) l’italiano o qualsiasi altra lingua neolatina, una specie di ritorno al grembo materno.

Allora perché scrivere in inglese? Perché era difficile e le cose difficili sono un bell’antidoto alla mente bollita, che da allora dovetti aguzzare, e di parecchio pure.

L’inglese poi era la prima lingua straniera che appresi nell’adolescenza e quindi mi aiutò il fatto che fosse come il primo amore, che non si scorda mai.

 

Sudare con parole e frasi

Mi rimboccai le maniche e cominciai. A volte scrivevo direttamente in inglese senza alcuna difficoltà. Altre volte scrivevo direttamente in inglese ma non ero sicuro di me stesso. Correggevo continuamente e riscrivevo le frasi degli articoli e delle risposte ai commenti; copiavo spesso un passaggio in una nuova pagina bianca pulita, il che rinfrescava la mia immaginazione; a volte ci volevano molte nuove pagine bianche per raggiungere un passaggio che mi soddisfacesse, anche se non ero mai soddisfatto.

Quando ero stanco o quando scrivevo qualcosa di complicato componevo prima il testo in italiano e poi lo traducevo in inglese. Ciò avveniva anche quando, nel timore di farmi sfuggire un’idea, la buttavo giù velocemente nella mia lingua materna.

 

Le lingue contengono elementi di una cultura

Inizialmente ogni post del Man of Roma aveva un link che portava alla traduzione in italiano perché alcuni amici erano interessati e volevo che potessero seguirmi. Smisi dopo un anno perché era troppo faticoso ma fu un’esperienza istruttiva: lavorare con due lingue intrecciate tra loro fu un po’ come pensare con due cervelli differenti.

Una lingua contiene infatti elementi di una cultura (in senso antropologico), porta cioè con sé una mentalità, atteggiamenti, valori e anche espressioni spesso senza equivalenti nelle altre lingue.

È anche un buon esempio del tutto che è più della somma delle parti poiché – considerando solo due varietà della stessa lingua – i lessici di un americano e di un inglese colti sono quasi identici ma la scelta delle parole e il modo in cui esse vengono combinate nelle frasi producono qualcosa di diverso, lo si sente chiaramente, il che è per me la dimostrazione di una diversa cultura sottostante.

Certamente con la globalizzazione tali differenze tendono a diminuire anche se continueranno sempre a esistere, a mio parere.

 

Parole latine in inglese

Due trappole che incontrai, tra le tante, nello scrivere in inglese.

Colorazione. L’inglese contiene molte parole latine ma il suo nucleo è germanico. Il ritorno al “grembo materno” può spingere a preferire le parole inglesi di origine latina, anche se è difficile sempre prevedere l’effetto che esse avranno sui lettori anglosassoni. Comprehensible invece di understandable può sembrarci più caldo ma l’effetto è invece più formale, più colto. Voglio dire, non è così facile controllare la colorazione, o connotazione, delle parole in una lingua straniera.

Falsi amici. Anche il significato principale di una parola, la denotazione, può essere un problema. Le medesime parole latine in inglese e in italiano sono spesso “falsi amici”, parole cioè simili ma con un significato diverso. Actual per esempio vuol dire reale in inglese ma moderno in italiano, mentre eventually significa infine, alla fine in inglese e non ha nulla a che vedere con il nostro eventualmente.

 

Prosa e ritmo

Amando la poesia e la musica mi piaceva che la mia prosa inglese avesse un ritmo, qualcosa di bello che possiamo sperare di ‘intravedere’ quando scriviamo nella lingua madre ma è assai più arduo arrivarci se scriviamo in una lingua straniera appresa con anni di applicazione.

A volte riscrivevo le frasi in inglese finché non trovavo un ritmo per me soddisfacente. Leggere della buona prosa (e della poesia) nella lingua che vogliamo perfezionare può essere d’aiuto (per effetto naturale d’imitazione) e i classici sono sempre per me i migliori perché in essi non solo il contenuto ma anche la forma, il periodare nel caso della prosa, è spinta a livelli d’arte.

Il che ci porta all’ultimo punto di questo brano: l’apprendimento naturale delle lingue.

 

Input method

Quando avevo 14 anni fui bocciato in inglese e dovetti trascorrere un’estate amara sui libri. Per qualche strana ragione invece di studiare la grammatica inglese cominciai a leggere i fumetti americani di Superman e la serie Longman in inglese semplificato (ora assorbita nella raccolta di letture graduali dei Pearson English Readers). Un mondo nuovo si era aperto e la lettura in lingua me ne aveva dato una chiave!

Ero completamente affascinato dall’inglese americano di quei fumetti e da quei bei testi letterari inglesi resi così facili. I miei progressi l’anno successivo furono rapidi.

Applicai allora il metodo anche allo studio del greco e del latino leggendo il Vecchio e il Nuovo Testamento, l’unico testo facile disponibile in quelle due lingue ai miei tempi. Anche qui i progressi furono sorprendenti e i voti balzarono in su (con gran stupore dei miei compagni di scuola).

Alcuni anni fa fui sorpreso nel vedere che c’era chi aveva teorizzato queste cose. A volte è chiamato il metodo dell’input nell’apprendimento delle lingue.

Si impara una lingua attraverso l’esposizione costante o input in quella lingua (lettura e ascolto): testi, possibilmente buoni; film, TV, ecc.
L’output (scrivere e parlare) verrà fuori naturalmente.

Dopo tutto è proprio così che imparano i bambini: ascoltano in silenzio per mesi e mesi e poi, come per miracolo, cominciano a parlare.

La grammatica può essere utile in una fase successiva, per aggiustare qua e là (e infatti poi i bambini vanno a scuola).

Vi è però chi salta addirittura la grammatica: per loro basta esporsi a una lingua corretta (del resto è noto che i figli dei genitori che parlano bene sono facilitati a scuola e parlano e scrivono più correttamente).

Un franco-canadese che parlava benissimo 9 lingue esclamò:

“Sono orgoglioso di non aver mai toccato una grammatica!”

 

In conclusione

L’esposizione costante alla lingua inglese, scritta e parlata, è stato un fattore importante che mi ha aiutato a scrivere (oltre che a parlare) nella lingua di Shakespeare.

 

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Vi ho raccontato la mia esperienza di blogger in inglese e la mia relazione con questa bellissima lingua. Presto parlerò ancora dell’apprendimento delle lingue straniere in generale.

Lavoro duro, ma utile e anche divertente, se preso con lo spirito giusto.

 

“Colse limoni rotondi …”. Ricordo di un mentore

Un canadese, Paul, mi disse che il mio vecchio blog in inglese era “most interesting and stimulating. I guess, MOR, that you deal with real cultural matters and it changes from what is going on at other places”.

Gli risposi che se ciò era vero il merito era di un mentore “che ci aveva insegnato una cosa molto semplice: la cultura è vivente, non libresca, e deve avere a che fare con la vita di tutti i giorni”.

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“Vorrei citare – continuai – solo uno dei suoi esercizi. Se i suoi insegnamenti andavano oltre, quanto segue può dare un’idea delle sue capacità pedagogiche.

Durante la lettura dovevamo usare la nostra immaginazione e collegare ogni fatto storico, pensiero filosofico o passaggio poetico alla vita di uomini reali come noi. Se ciò veniva fatto bene ogni cosa diventava pulsante (un’idea di Hobbes, un fatto della prima guerra mondiale o delle guerre tra Roma e Cartagine), quindi vera, non libresca, perché sentivamo che queste persone del passato avevano pensieri, passioni e bisogni simili ai nostri. Assai importante era anche l’atmosfera di profondità ispirata che egli riusciva a creare in questi incontri.

La lettura doveva essere fatta lentamente, con parole pronunciate ad alta voce e con chiarezza affinché questa connessione di verità potesse scattare nella nostra mente. Leggevamo a turno. Come sottoprodotto era potenziato anche il nostro modo di parlare, poiché imparavamo a parlare in modo chiaro, concentrato, dando peso naturale alle parole a seconda del contenuto.

Più facile a dirsi che a farsi. Ma lui lo faceva di fronte a noi, un esempio vivente essendo molto più facile da seguire. So che sembra bislacco, ma non lo era. Era una grande persona. Inoltre ho visto tecniche simili negli studi di recitazione, dove insegnano la concentrazione e la verità dei sentimenti, come facevano per esempio allo Studio Fersen con il metodo Stanislavskij basato sull’immedesimazione psicologica: i grandi attori sono veri e non finti nella loro recitazione.

Per giovani come noi, annoiati da insegnanti poco motivati, fu una rivoluzione. Potemmo recuperare tutta la cultura messa da parte in un angolo della testa. Potei avviare un dialogo nuovo con mio padre, uomo colto ma che non aveva potuto trasmettermi un gran che fino ad allora”.

Ψ

“Non posso dimenticare – un esempio di quanto detto sopra – quando una volta Giuseppe, così si chiamava, ci lesse ad alta voce una poesia di Garcia Lorca.

Era estate, il cielo era azzurro e noi siedevamo attorno a un tavolo turchese tra gli ulivi di fronte a casa sua, in Molise. Nella poesia un giovane nel clima caldo della Spagna coglie da un albero dei limoni rotondi e li getta nell’acqua di una fontana, che si tramuta lentamente in oro:

I suoi riccioli turchesi
gli brillano tra gli occhi.
A metà del cammino
colse limoni rotondi
e li gettò tirandoli nell’acqua
finché la fece d’oro.

Com’erano belli nella nostra mente quei limoni, così pieni e rotondi, che ci sembrava di toccarli, e quell’acqua che si mutava lentamente in oro! Una scena meravigliosa che finì per conquistarci alla poesia per sempre [anche se papà, in verità, aveva già dato un contributo in tal senso, MOR ]”.

Il giovane Holden e la fantasia al potere

Nel brano precedente abbiamo considerato il periodo del Sessantotto dal punto di vista della pedagogia parlando dei due poli libertà e disciplina, fantasia e regole.

I sessantottini, abbiamo detto, preferivano il primo di questi due poli in realtà interdipendenti e infatti “fantasia al potere” era uno degli slogan del movimento, soprattutto nella sua anima più libertaria. Mentre la scuola prima del Sessantotto era meritocratica, successivamente divenne la scuola del sei politico, del diritto che dovevano avere tutti di arrivare fino in fondo.

Il movimento di quegli anni non si limitò però all’educazione e alla scuola ma influenzò molti altri ambiti della vita. L’organizzazione del lavoro nelle fabbriche era vista come oppressiva e sfruttatrice, la lotta politica diventava lotta contro un “sistema” autoritario che soffocava la gente, l’abbigliamento femminile fu stravolto dalla minigonna di Mary Quant, i rapporti familiari vennero considerati superati e alcuni tentarono le sperimentazioni delle comuni, nella musica il rock ruppe i canoni della musica melodica e l’improvvisazione, il free jazz per esempio, venne considerata come l’espressione musicale più alta; e così via.

Molti i testi influenti di quel periodo. Tra gli anti-psichiatri anglosassoni c’era David Cooper che teorizzava la morte della famiglia, poi c’erano Wilhelm Reich e Herbert Marcuse che vedevano un nesso tra repressione sessuale e repressione sociale, per non parlare dei testi marxisti e di tantissimi altri libri.

Anche Il giovane Holden (The catcher in the rye) di J.D. Salinger ebbe il suo peso, magari più in sordina, un libro molto letto anche oggi, che narra di Holden Caulfield, un sedicenne che detesta la società che lo circonda. C’è un brano molto significativo per l’argomento qui trattato (la dialettica libertà disciplina) e che riguarda la digressione nel discorso orale.

A scuola Holden doveva subire la lezione di oral expression (esposizione orale), che consisteva nel far parlare lo studente di un qualsiasi argomento e se poi andava fuori tema tutti i compagni gli gridavano ad altissima voce: “Digression!!” (fuori tema!!).

Se dunque i professori di Holden volevano che egli stick to the point, rimanesse cioè sempre in tema, il giovane amava invece i discorsi pieni di digressioni. Lo stesso romanzo è d’altro canto pieno di digressioni, di fatti nei fatti, idee nelle idee. Ciò conferisce al tutto una caotica freschezza e rende benissimo una mente adolescenziale che è certo poco disciplinata, magari anche turbata (Holden era forse un po’ disturbato) ma vivace e scoppiettante.

E’ chiaro poi che nel romanzo la digressione assume un valore più ampio e simbolico, è una rivolta in nome della fantasia contro ogni regola e costrizione – la razionalità ecc. – e riguarda i vari aspetti della vita.

Nel giugno del 2008 fui quasi aggredito da Melony, una commentatrice del mio vecchio blog, che scrisse:

“Salinger stesso fa molte digressioni, proprio come me. Il che, secondo lui, rende le cose più interessanti e rende il suo libro interessante. E’ ciò che rende la vita interessante. Se ti blocchi (if you stick) su una sola cosa diventi la persona più noiosa del mondo. Se ti blocchi su una sola persona nella vita non saprai mai come possono essere altre persone. La digressione è importante … fanne uso!”

Personalmente lessi Il giovane Holden per caso a 18 anni  (mi fu lasciato in eredità da una ragazza che partiva) e mi colpì profondamente. In procinto di uscire dall’adolescenza ci ritrovavo molte delle mie insicurezze di quegli anni.

Ma il giovane Holden va oltre. Arriva ad odiare quasi tutto il mondo che lo circonda in modo così efficace, così eloquente che si può esserne assai influenzati se ci si trova in condizione mentale di anti-socialità.

Per chi aveva amato il romanzo fu inquietante leggere sui giornali che Mark David Chapman, che uccise John Lennon, ne aveva una copia in mano quando venne arrestato. Anche John Hinckley Jr., che nel marzo del 1981 cercò di assassinare il presidente americano Ronald Reagan, pare fosse ossessionato dal romanzo.

Nella prossima nota trascriveremo il brano sulla digressione.