“Les Italiens ont détruit notre culture celtique et germanique”

Una voce emerge dalla bellissima Francia: è una voce di rimprovero, con una nota dolente.

Olbodala (blogger francese). In effetti, alcuni di noi (nel cui numero sono anch’io) rimproverano all’Italia il suo passato bellicoso e ciò che i vostri antenati Romani fecero ai nostri (Celti e Germani). I Romani hanno distrutto la nostra cultura (celtica e germanica) e la nostra civiltà e l’hanno sostituita con la loro (greco-latina).

È una tragedia avere un’apparenza fisica celtica e germanica ma una lingua e cultura incompatibili con le nostre origini settentrionali.

Originale:

Olbodala. “En fait, certain(e)s d’entre nous (et je fais parti du lot) reprochent à l’Italie son passé belliqueux, et ce que leurs ancêtres romains ont fait aux nôtres (celtes et germains). Les romains ont détruit notre culture (celtique et germanique) et civilisation, et l’on remplacé par la leur (gréco-latine).

C’est un drame d’avoir une apparence physique celtique et germanique, mais d’avoir une langue et une culture incompatible avec nos origines septentrionales.”

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Un intervento che ferisce e fa pensare.

Dicevamo dell’opera di Giulio Cesare e di come, secondo numerosi storici, 1. la sua conquista della Gallia Comata e 2. l’esclusione dal potere di un’aristocrazia romana ormai decadente abbia prolungato (schermandola dai barbari) la vita della civiltà greco-romana permettendole di plasmare non solo la Francia ma tutta l’Europa e di porre le basi dell’Occidente come lo conosciamo.

Si tratta dunque di avvenimenti che vanno oltre la Francia, non solo perché la Gallia Comata oltre alla Francia comprendeva anche la Svizzera e porzioni del Belgio e dell’Olanda e della Germania, ma soprattutto perché persino quei “nordici” non conquistati dai Romani assunsero gradualmente una cultura “meridionale” greco-romana grazie anche, ma non solo, alla diffusione del Cristianesimo operata da Roma: si pensi solo all’alfabeto latino, ai mille elementi culturali dalla musica alla religione alle tecniche allo stesso concetto di letteratura e di poesia e più in generale alle categorie concettuali filosofiche giuridiche e scientifiche mediterranee ecc.

Smetto, non sono un neoimperialista romano, cerco solo di badare ai fatti storici (e amo le nostre radici, perché no).

 

Soffocamento culturale e genocidio

Purtroppo è anche vero che le civiltà o culture germaniche e celtiche (non solo in Francia) sono state soffocate e non sapremo mai in che direzioni sarebbero potute fiorire, il che in termini di bio-diversità culturale è sicuramente una tragedia.

Quanto alla Gallia Comata Cesare compì un quasi genocidio, è fuor di dubbio. Se Plutarco scrive il vero (Plinio il vecchio è anche più duro) vi furono un milione di morti – forse 1 gallo su 5 – più un altro milione ridotto in schiavitù, con 300 tribù soggiogate e 800 centri abitati distrutti.

Se questa immane catastrofe ha dato luogo alla Francia non possiamo che amarne il risultato finale ma una catastrofe e un genocidio restano pur sempre una catastrofe e un genocidio.

 

Annientamento culturale: perché?

OK, uno potrebbe dire, la Gallia venne conquistata con la forza e con stragi ma concentrandoci sui Celti perché la cultura celtica venne completamente cancellata? Moltissimi Galli erano ancora vivi e sappiamo che i Romani erano in genere tolleranti con gli usi e costumi dei popoli conquistati.

Lo storico francese Fernand Braudel è molto chiaro al riguardo:

Quando una cultura – egli dice – viene del tutto cancellata da un’altra significa che vi è una grande disparità di ricchezza e complessità.

E in effetti non è un caso che i Romani influenzarono profondamente il Nord-Ovest del loro impero (aree arretrate) ma assai meno il Sud (Nord Africa) e l’Est o Medio-Oriente (aree assai civilizzate) che in effetti dimenticarono quasi del tutto l’eredità romana quando accettarono di buon grado l’Islam, a loro più affine.

 

Una risposta che non può certo consolare

La mia risposta al blogger francese Olbodala (che non può certo consolare, la storia è spietata) venne scritta proprio seguendo questa visione (traduzione e poi l’originale, così sfoggio un po’ di francese):

Giovanni. Capisco e mi dispiace. E ci vorrebbe un libro per risponderle! I Romani erano dei vincenti. Inoltre, anche se la cultura celtica era più complessa di quanto non si pensi, il Mediterraneo era generalmente più civilizzato in quel periodo.

Per gli Italiani del nord (mio padre era di là) è avvenuta esattamente la stessa cosa: celti com’erano, hanno perso la loro cultura.

Secondo diversi studiosi (Braudel, Gramsci, Joseph Nye ecc., cfr. note 1 e 2) quando due culture si scontrano ci sono almeno due elementi in gioco: la forza e la seduzione (una cultura seduce quanto più è complessa e ricca.), il primo elemento, la forza, non essendo tutto.

Semplificando, un caso classico è quello dei Romani e dei Greci. I Romani vinsero con la forza, ma i Greci li sedussero a loro volta con la loro meravigliosa ricchezza culturale.

Ciò non avvenne quando Romani e Celti si incontrarono. Se i Celti persero la loro cultura ciò significa, credo, qualche cosa.

E, inversamente, se la civiltà greco-romana lasciò poche tracce in Nord Africa o nel Medio Oriente, anche ciò significa qualche cosa.

Il che non vuol dire che l’annientamento quasi totale della civiltà celtica non sia una tragedia.

Ho dimenticato i Franchi [ma si potrebbe parlare anche dei Normanni, ndr], un popolo germanico che conquistò la Gallia o Francia. Ovviamente, esercitando grande forza ma non sufficiente seduzione vennero progressivamente latinizzati.

Paul (blogger franco-canadese). Punto di vista interessante, Giovanni. Dovremmo dedurne che gli inglesi hanno fallito nella seduzione dei canadesi di lingua francese in quanto la cultura francese rimane fiorente in Québec nonostante la nostra immersione in un oceano di lingua inglese?
Paul Costopoulos

Giovanni. Penso sia proprio così, Paul, per quanto posso giudicare.

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Giovanni. Je comprends, and I am sorry. Mais il faudrait bien un livre pour vous répondre ! Les Romains étaient des vainqueurs. En plus, même si la culture celtique était plus complexe qu’on y pense, la Méditerranéen était généralement plus civilisée a cette époque la.

Aux Italiens du nord (mon père était de là) est arrivé exactement la même chose: celtiques, ils ont perdu leur culture.

Selon plusieurs savants (Braudel, Gramsci, Joseph Nye etc., cfr. 1 e 2), lorsque deux cultures se heurtent il y a deux éléments au moins qui jouent: la force et la séduction (= due à la complexité, à la richesse de la culture même etc.), la première n’étant pas suffisante.

Simplifiant, un cas classique est celui des Romains et des Grecs. Les Romains ont gagné avec la force, mais les Grecs ont gagné sur eux avec la séduction de leur richesse culturelle.

Cela n’a pas été le cas quand les Romains et les Celtes se sont heurtés. Si les Celtes ont perdu leur culture, cela veut quand même dire quelque chose.

Et, inversement, si la civilisation gréco-romaine n’a presque pas laissé des traces en Afrique du Nord ou au Moyen Orient, cela veut aussi dire quelque chose.

Ce qui ne veut pas dire que la quasi totale destruction de la civilisation celtique ne soit pas une tragédie.

J’ai oublié les Francs [mais on pourrait aussi parler des Normands, ndr], un peuple germanique qui conquit la Gaule ou France. Évidement, ils exerçant de la force mais pas assez de la séduction, ils sont étés progressivement latinisés.

Paul (Canadien français). Intéressant point de vue, Giovanni. Doit-on comprendre que les britanniques ont manqué de séduction pour les Québécois puisque la culture française reste florissante au Québec malgré notre immersion dans un océan anglophone?
Paul Costopoulos

Giovanni. Oui, je crois que cela s’est passé de cette façon, Paul, as far as I can tell.

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Note:

1) Brano di Joseph S. Nye che spiega molto bene la sua idea di soft power (seduzione, contrapposta alla forza, hard power). In inglese.

2) Articolo del Manifesto – giornale con idee pre-concette a mio parere ma con begli articoli di cultura – che fa un bel raffronto tra Gramsci (egemonia=seduzione) e Joseph Nye (soft power=seduzione)

Solitudine, positiva e negativa

Oggi parleremo della solitudine con pensieri sparsi qua e là. Solitudine in italiano ha un significato neutro, significa semplicemente lo stare da soli. Cominciamo dunque il nostro viaggio.

Può in effetti la solitudine essere positiva? In un mondo in cui i single aumentano non sembra una domanda così campata in aria. Beh, si dovrebbe prima sapere se chi vive senza un partner (il che non implica ovviamente il ritiro dalla società) sia single per scelta o no.

Comunque si vedono persone che riescono a vivere una vita positiva e dignitosa da soli mentre altre semplicemente non ce la fanno. È come se ci fosse una solitudine creativa e una solitudine distruttiva. Argomento complicato (e interessante), in ogni caso.

Il simbolo dell’estrema solitudine mi sembra l’eremita, una persona che si confina in un eremo. Nikos Kazantzakis visitò vari eremi dove i monaci vivevano in solitudine e notò che alcuni sembravano sereni mentre altri erano come distrutti dall’isolamento. Non erano più esseri umani. Erano delle larve. Era come se il loro cervello venisse digerito dai suoi stessi succhi.

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Beh, la solitudine esercita un suo fascino su di me, non c’è dubbio. Potrebbe essere un’inclinazione, potrebbe essere il mito dell’autosufficienza, il mito del saggio dell’antichità che ha dentro di sé tutto ciò di cui ha bisogno, del vecchio saggio che possiede “beni inaffondabili nella sua anima che possono fluttuare e salvarsi da ogni naufragio”, come diceva Antistene. Ci racconta Seneca che Stilpone di Megara, un filosofo socratico, perse la famiglia e tutti i beni e a chi gli chiese se ne aveva sofferto rispose: “Assolutamente no”.

(Michel de Montaigne I: 39. Della solitudine, dove abbiamo trovato ispirazione e citazioni, anche se abbiamo preso strade diverse).

Una forza disumana, direi, quella di questo Stilpone, e se nell’antichità questi casi erano citati come esempi vuol dire che erano assai rari e comunque erano relativi a minoranze di superuomini appartenenti alle classi privilegiate.

In ogni caso anche se ho scelto di vivere non da solo la solitudine mi affascina e questo è probabilmente anche il motivo per cui mi intriga un Montaigne che nel 1571 si ritira dalla vita pubblica per vivere nella torre del suo castello dove aveva una biblioteca di 1.500 libri. Lì scrisse tutte le sue stupende riflessioni sembrando a lui che il più grande favore che poteva fare alla sua mente “era quello di lasciarla in completo ozio, a prendersi cura di sé stessa, preoccupata solo di sé stessa, pensando tranquillamente sé stessa”.

In quel luogo si lasciò andare alla danza dei pensieri e si preoccupò solo di tale danza, il che può essere in verità una cosa molto pericolosa.

Penso che Montaigne abbia intuito questo pericolo poiché scrisse che la nostra mente è come un giardino con migliaia di diverse erbacce che dobbiamo soggiogare “con semi appositamente seminati per il nostro servizio”, poiché “quando l’anima è senza un preciso obiettivo si perde”: essere ovunque è come non essere in nessun luogo (I: 8. Dell’ozio).

In altre parole, aggiungerei, un buon aiuto per far sì che la solitudine diventi positiva può esser quello di porsi dei progetti, degli obiettivi. Pare in effetti che le persone le quali, una volta lasciato il lavoro, vivono nella totale inerzia muoiono prima e/o sono colte da disturbi psichici.

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Ci sono persone che dicono:

“Ma insomma, questa favola della solitudine, ma che significa? L’amore, l’affetto e la compagnia non sono sempre meglio del vivere soli?”.

Beh, sicuramente. Un mentore diceva che dobbiamo lottare contro gli impulsi antisociali che sono in noi. Posso esser d’accordo, ma molte cose si raggiungono solo se ci ritiriamo nel nostro guscio: scrivere, leggere, comporre musica, meditare ecc., tutte cose sulla cui positività c’è un consenso unanime.

La solitudine poi deve essere una libera scelta. Se siamo spesso soli perché abbiamo paura degli altri, se ci isoliamo per complessi o per qualsiasi altro possibile sentimento di inadeguatezza, questo rientra nell’ambito di quei citati impulsi antisociali contro i quali dobbiamo combattere.

 

Tagliare ogni legame

Vivere da soli può essere inoltre associato all’idea di una partenza da tutto, all’idea di tagliare qualsiasi legame che abbiamo. Ecco che ritorna l’archetipo del saggio (Jung), del saggio che lascia la famiglia e gli amici per intraprendere un viaggio spirituale (vedi il Siddhartha di Herman Hesse; o i discepoli di Gesù, che egli ha chiamato perché lascino le loro famiglie e lo seguano).

Tuttavia, tagliare ogni legame e partire può a volte significare una fuga dai problemi e dalle responsabilità. Partiamo alla ricerca dell’illuminazione anche se nel profondo stiamo solo scappando dai nostri obblighi, dalle nostre paure e dalle nostre ansie.

Decidiamo di vivere a centinaia o migliaia di chilometri da casa senza pensare che, come diceva il romano Orazio, post equitem sedet atra cura, “dietro il cavaliere in partenza siede (e quindi lo insegue) la tetra preoccupazione”.

Montaigne riferisce che Socrate rispose così a chi gli disse che un uomo non era diventato migliore partendosene via da tutto:

“Certo che non divenne migliore: era andato via con sé stesso”.

Ovunque andiamo non possiamo certo sfuggire a noi stessi. Solo quando liberiamo il nostro cuore da qualsiasi peso, problema o obbligo siamo liberi di decidere se vivere da soli o no; se stare o partire per un viaggio verso una nuova vita.

L’egoismo e la vigliaccheria vanno sempre condannati.

 

Creatività e relax

Nel romanzo Deception Point (La verità del ghiaccio) Dan Brown descrive la redazione della ABC News, “at a fever pitch 24 hours a day”, cioè colta da spasmo febbrile 24 ore al giorno. All’arrivo poi di una notizia superimportante si va anche ben oltre questo stato già parossistico: “redattori con occhi stralunati strillano l’un l’altro a voce altissima al di sopra degli scomparti divisori …”

Poi Dan Brown parla di un’altra ala dell’ufficio le cui stanze protette da spessi vetri isolanti sono consacrate ai decision makers, cioè a chi deve prendere decisioni importanti e ha quindi bisogno di quiete per riflettere.

In effetti per ideare veramente c’è bisogno di quiete e calma. Mi ricordo un’agenzia pubblicitaria ad alto livello dove alla fine degli anni 80 creativi superpagati si aggiravano in accappatoio o prendevano il sole in un’elegante terrazza con vista superba sulla Roma dei Parioli.

Inizialmente sconcertato mi resi poi conto che in effetti le idee si manifestano meglio così poiché, come è stato osservato, esse si presentano spesso all’improvviso, quando siamo rilassati e non quando ci sforziamo di concepirle (ed è vero anche quando cerchiamo di ricordare qualcosa: più ci sforziamo e meno ce la ricordiamo).

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Cfr. anche la meditazione buddista (o la meditazione tout court) e la sua efficacia sulla creatività e la salute psico-fisica.

Cfr. anche la genesi della scoperta scientifica, tanto dibattuta nei paesi di lingua inglese. In Gran Bretagna si è parlato della “legge delle tre B”: Bed, Bath, Bus, cioè di quelle situazioni (il letto, il bagno e l’autobus) in cui la mente vaga libera e le illuminazioni sono favorite.

Evidentemente gli autobus britannici sono molto più rilassanti di quelli romani.

Dialogo con Christopher su Homo sapiens e Homo deus

Sul blog del canadese Christopher è nato un dialogo su alcuni temi dei due recenti libri di Yuval Noah Harari.

Christopher poneva un interrogativo fondamentale che nasce dalla lettura di Homo Sapiens e Homo Deus: se l’uomo è mosso solo da costruzioni immaginarie chi non accetta il relativismo culturale e crede in valori universali – “i diritti umani”, il messaggio cristiano, la rivelazione di Maometto, la democrazia ecc. – può rimanere assai male e come smarrito, dopo la lettura di questi testi.

Se tutto è finzione dov’è un senso superiore, spirituale, della vita?

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MOR “[…] viviamo in un tale caos oggi […] potremmo doverci aggiornare come specie, come dice eloquentemente Yuval Noah Harari nei suoi libri

CHRISTOPHER: ” […] Ho notato in particolare in “Sapiens” che la felicità della gente comune nelle nazioni potenti del passato non è contemplata in nessun libro di storia. Questa omissione passa nelle nostre società per sana, il che la dice lunga sulla mancanza di immaginazione delle nostre credenze e valori, come la dice lunga sulla ristrettezza di vedute degli storici” […].

MOR: “[…] Fondamentalmente, il punto centrale dei due libri, Homo Sapiens e Homo Deus, mi sembra questo. Sapiens, apparso 150.000 anni fa (o un po’ prima), non era vincente rispetto ad altre specie, bensì perdente. Poi 70.000 anni fa qualcosa è accaduto – la rivoluzione cognitiva – e siamo stati improvvisamente in grado di inventare storie / miti condivisi, ecc. che hanno permesso la collaborazione tra gruppi sempre più vasti di Sapiens, che sono riusciti così ad arrivare ai vertici della catena alimentare. Di qui l’estinzione delle megafaune ovunque essi arrivarono e, in fasi successive, l’agricoltura, le città, gli imperi, la rivoluzione industriale, la rivoluzione scientifica fino alla rivoluzione digitale, l’intelligenza artificiale, le nanotecnologie, l’ingegneria genetica e così via.

Pertanto la collaborazione, per me, è l’idea centrale di Yuval Harari, resa possibile dalla condivisione di regole, miti, religioni, ideologie (che non sono altro che religioni). La scienza, tra l’altro, è un esempio di collaborazione massiccia.

L’esempio di Yuval Harari del confronto tra scimpanzé e uomini in uno stadio è divertente e mette in luce quest’idea centrale. Se uno stadio è pieno di scimpanzé nasce il caos perché gli scimpanzé non sanno collaborare se non all’interno di gruppi molto piccoli. Riempi lo stadio di Sapiens e tutto si svolge senza intoppi (a parte eccezioni) dal momento che spettatori, arbitro e giocatori rispettano regole condivise e poco importa se queste regole sono solo nell’ immaginazione della gente che riempie lo stadio […]”

CHRISTOPHER: “Quanto alle storie condivise, esse costituiscono una cultura condivisa che – sotto forma di religione – costituisce il fondamento di qualsiasi civiltà. Quindi, se manca la religione, non c’ è cultura e quindi nessuna civiltà.

Questo è ciò che gli atei militanti dimenticano quando dicono che tutte le religioni dovrebbero essere abolite. Le società crollano quando gli dei vengono distrutti.
Concordo sul fatto che collaborazione e organizzazione di massa siano le chiavi delle scoperte tecnologiche e scientifiche. Quindi, solo perché l’Occidente è attualmente il più ricco e leader mondiale nella scienza e nella tecnologia, non significa che i singoli “occidentali” siano più intelligenti e intraprendenti degli individui delle società “arretrate” e più povere.

Ironia della sorte, è probabile che le persone in società “arretrate” e più povere siano in media più intelligenti e intraprendenti degli “occidentali” perché devono superare tanti più ostacoli per la sopravvivenza […] “.

MOR: “In materia di storie condivise, esse costituiscono una cultura condivisa che – sotto forma di religione – è il fondamento di qualsiasi civiltà. Quindi, se manca la religione, non c’ è cultura e quindi nessuna civiltà.
Credo che sia vero, se per religione – direbbe Yuval Harari, credo – intendiamo non solo le religioni tradizionali, ma qualsiasi idea condivisa come il capitalismo, il neoliberalismo, il comunismo, ecc.

In altre parole, non credo che abbiamo bisogno delle religioni tradizionali per collaborare a livello di massa. L’ Occidente si sta secolarizzando eppure tutto continua come prima”.

CHRISTOPHER: “Concordo sul fatto che il neoliberismo capitalista e il comunismo possano esser visti come religioni. Ma sono religioni secolari, che si rivolgono solo all’intelletto, non alla interiorità spirituale della persona.

Queste religioni secolari, che implicano che noi non siamo altro che un’accidentale collocazione di atomi in un universo freddo e privo di senso, parlano solo al nostro io materiale esteriore.

Sono anche assai evanescenti. Nessuno, per esempio, crede più nel comunismo, a poco più di 100 anni dalla sua nascita. Per quanto riguarda il capitalismo e la sua propaggine, il neoliberalismo, si intravvedono già delle crepe e presto saranno sostituiti da qualche altro “ismo”, che risulterà effimero come l’ “ismo” che li ha preceduti.

Un’ altra religione, se ci pensi, è l’Ateismo, il cui attuale sommo sacerdote, Richard Dawkins, fa proseliti in modo dogmatico né più né meno come qualsiasi vecchio predicatore che minaccia le pene dell’Inferno.

Sebbene Yuval Noah Harari metta in discussione la religione, pratica la meditazione Vipaśyanā, con un ritiro nel totale silenzio di 60 giorni all’anno. Così, in effetti, sta praticando una religione, una religione che si occupa del suo io interiore spirituale.

Hai detto: L’ Occidente si secolarizza eppure tutto continua come prima.
Sì … è vero … beh, almeno fino ad ora. Ricorda, tuttavia, che la secolarizzazione dell’Occidente è relativamente recente – risalente in realtà solo alla fine della seconda guerra mondiale. Penso che ci vorrà il ciclo di almeno una generazione completa, o anche due, per vederne gli effetti a lungo termine”.

MOR: “È molto difficile rispondere al tuo commento, perché riguarda la trascendenza, la metafisica. Personalmente mi sento a mio agio in una Weltanschaung secolarizzata.

Tempo fa, un anno circa prima di smettere il mio blog in inglese, ho attraversato una sorta di crisi religiosa, ma poi tutto è scomparso (ciò molto prima di leggere Yuval Harari): ho raggiunto una posizione simile a quella di Bertrand Russell, senza però odiare la religione e non essendo un ateo bensì un agnostico. La maggior parte degli atei sono fanatici, mi sembra”.

Yuval Noah Harari: Homo sapiens potenziato dall’immaginazione

Seguendo il consiglio di un blogger canadese, Christopher, ho letto recentemente i due libri Homo Sapiens e Homo Deus che hanno reso famoso in tutto il mondo il loro autore, Yuval Noah Harari. Li ho letti con passione e ne sono rimasto così colpito che sottolineando questo e quel passaggio mi sono reso conto che praticamente sottolineavo tutto e che quindi era perfettamente inutile sottolineare.

Su questi due libri è nato un dialogo sul blog di Christopher che sarà trascritto in un prossimo post qui su The Notebook.

Si tratta di testi molto amati dai millennials del pianeta perché illuminano veramente il passato, il presente e i possibili futuri dell’umanità, fondendo in modo stimolante la storia e la biologia (e moltissime altre scienze, tra cui l’informatica). Aggiungono infatti alla storia la prospettiva non solo dei tempi lunghi (quelli per esempio studiati dalla scuola francese degli Annales, vedi 1,2,3) ma dei tempi lunghissimi dell’evoluzione della nostra specie, Homo sapiens.

Due punti mi sembrano particolarmente importanti:

1) quella che Harari chiama la rivoluzione cognitiva, avvenuta misteriosamente 70.000 anni fa, che ha portato la nostra specie al predominio sul pianeta;

2) il fatto che il nostro DNA sia lo stesso di quello dell’uomo della savana, il che ci renderebbe inadeguati al mondo incredibilmente complesso che abbiamo creato.

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(1) Passiamo al primo punto, la rivoluzione cognitiva. La nostra specie, Homo sapiens, ha circa 150.000 anni (o probabilmente assai di più). Essa conviveva con le altre specie della famiglia Homo (noi, i sapiens, accanto a soloensis, erectus, neanderthalensis, floresiensis ecc.) e assieme ad esse, avendo scarso successo, occupava un posto inferiore nella catena alimentare.

Poi 70.000 anni fa qualcosa è successo.

Homo sapiens ha cominciato a creare finzioni, cioè costruzioni immaginarie (miti, religioni idee ecc.) che gli hanno permesso la collaborazione su larga scala, uniti sotto un mito comune, una bandiera, un credo ecc. (gli scimpanzé invece non vanno oltre gruppi di 150 individui).

Da allora tutto è cambiato. Ci siamo diffusi in ogni continente, abbiamo distrutto o in parte assimilato le altre specie Homo, abbiamo abbattuto i grandi predatori che ci affliggevano e in generale la megafauna e abbiamo modificato l’ambiente naturale in modo forse irreversibile. Come è stato possibile?

E’ stata, ripetiamo, l’aumentata capacità di comunicazione simbolica, di immaginare cioè cose astratte non esistenti, che ha reso possibile l’organizzazione di grandi numeri di individui. Non contavano più i muscoli, le zanne e la stazza poiché una banda di centinaia e centinaia di cacciatori organizzati e con l’arma segreta di un cervello “potenziato” riusciva ad abbattere facilmente i poderosi Mammut e altri animali giganteschi.

Da allora le rivoluzioni si susseguono in tempi sempre più ravvicinati. Alla rivoluzione cognitiva è seguita, 12.000 anni or sono, quella agricola. Poi, 500 anni fa, quella scientifica. Infine la rivoluzione industriale, il capitalismo, l’esplosione delle tecnologie, la rivoluzione digitale, l’ingegneria genetica, le nanotecnologie ecc.

(2) Quanto al secondo punto, il nostro DNA sarebbe uguale a quello dell’uomo della savana, il che ci renderebbe inadeguati al mondo incredibilmente complesso che abbiamo creato.

Scrive il Guardian recensendo Homo Sapiens:

“[Harari] sposa l’idea diffusa che la struttura fondamentale delle nostre emozioni e dei nostri desideri non sia stata toccata da nessuna di queste rivoluzioni: ‘le nostre abitudini alimentari, [scrive Harari], i nostri conflitti e la nostra sessualità sono tutti il risultato del modo in cui le nostre menti di cacciatori-raccoglitori interagiscono con l’attuale ambiente post-industriale, con le sue megacittà, gli aeroplani, i telefoni e i computer… Oggi possiamo pure vivere in appartamenti inerpicati [su grattacieli] con frigoriferi zeppi di cibo, ma il nostro DNA continua a pensare di essere nella savana’ “.

Harari fa tra l’altro l’esempio del cibo. L’obesità colpisce oggi un miliardo e mezzo di persone, non è più circostritta ai paesi avanzati e uccide più della fame. Perché? Perché il cibo oggi è molto abbondante ma allora, ai tempi dei nostri progenitori, era assai scarso per cui ci comportiamo come all’età della pietra quando finalmente trovavamo una grossa carcassa: ci abbuffiamo.

Un altro esempio lo lessi in altri testi anni fa, l’esempio dell’ascensore in un grattacielo.

La porta si apre, entriamo e ci troviamo circondati da estranei. Disagio, imbarazzo, sguardi che non si incrociano. Una spiegazione può risiedere nel fatto che i nostri antenati cacciatori raccoglitori non erano abituati agli estranei, vivevano in comunità in cui si conoscevano tutti. L’estraneo era dunque un pericolo potenziale. Se poi il colore della pelle era diverso il disagio aumentava, per cui è molto probabile che il razzismo sia innato. Ecco dunque che oggi, vivendo in società affollate, esposti ad estranei di ogni tipo, il nostro comportamento primordiale verso gli estranei non sembra più essere adeguato.

Un esempio tra tanti di comportamenti non più adeguati. Alcuni di essi sono pericolosi (l’avidità di un’economia che deve sempre crescere, il desiderio smodato di potere anche bellico, il razzismo, appunto, ecc.) al punto che possono portarci all’estinzione. Dobbiamo dunque forzare l’evoluzione verso una nuova specie Homo (che, se seguissimo percorsi naturali, richiederebbe migliaia di anni) e compiere pertanto un upgrade più rapido grazie alle biotecnologie ecc., prima che sia troppo tardi?

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In un brano successivo, ho detto, riporterò il dialogo con Christopher, che tra l’altro pone un interrogativo fondamentale che nasce dalla lettura di Homo Sapiens e Homo Deus: se l’uomo è mosso solo da costruzioni immaginarie chi non accetta il relativismo culturale e crede in valori universali – “i diritti umani”, il messaggio cristiano, la rivelazione di Maometto, la democrazia ecc. – può rimanere assai male e come smarrito, dopo la lettura di questi due libri.

Se tutto è finzione dov’è un senso superiore, spirituale, della vita?

Il soffio della morte può rinfrescare

Incontrai tempo fa in aereo un tizio di Trieste che era stato assessore della città per alcuni anni e con il quale instaurai una di quelle amicizie intense che nascono (e muoiono) nello spazio di un’ora. Mi disse che la sua vita era cambiata completamente dopo aver avuto due infarti.

“A brush with death always helps us to live our lives better”. L’avevo appuntato nel mio diario ma non so più chi l’ha scritto. Tradotto liberamente: quando la morte ci sfiora aiuta sempre a vivere meglio.

In fondo, e lo dico senza alcuno spirito macabro e in tutta serenità, quest’ultima fase della vita dovrebbe essere tutta un ‘brush with death’, il che dovrebbe renderla la fase più preziosa di tutte, giorno per giorno. Infatti, accorgendoci di quanto è bello ciò che stiamo per lasciare, molte preoccupazioni di fronte a una tale prospettiva dovrebbero scomparire, o attenuarsi di molto.

Dovrebbero. Ma spesso non è così. It doesn’t work that way most of the time.

Ecco che forse può giovare dirigere, quasi spingere, la mente verso pensieri del genere, come quando cerchiamo di recitare versi o parole per trovare la forza.

Impazienti, meno riflessivi

Pensate che i nostri antenati fossero meno ansiosi e stressati di noi?
Jean-Louis Servan-Schreiber: “Credo di sì e ho visto mio padre lavorare senza fretta. Se consideriamo ad esempio gli scambi epistolari, il tempo impiegato da una lettera per partire e arrivare si misurava in giorni o addirittura in settimane. Immaginate una corrispondenza con gli Stati Uniti … Il fatto che la comunicazione richiedesse un tempo incomprimibile portava a una maggiore riflessione. Una cosa è certa: la novità oggi è l’impazienza nata dall’immediatezza delle comunicazioni” [Le Monde].