Romanzo di Giovanni Mario Buffa. Entra in scena il commissario Alvaro Manneschi (3)

Immagine Shutterstock

Dopo l’efferato delitto dei crocefissi sulla via Appia antica, nel romanzo Le tre facce della Medaglia che è anche un poliziesco introduco il commissario Alvaro Manneschi (beh, ogni romanzo poliziesco che si rispetti prevede degli investigatori, dei commissari, ispettori ecc.). Il personaggio di Alvaro s’ispira a un mio amico aretino d’infanzia, Alvaro Mugnai, una persona incredibile (mia sorella più piccola e anche una mia cugina avevano preso la cotta per lui, e non solo perché era un fustaccione).

Nel libro c’è anche la moglie del commissario, che nel romanzo si chiama Sabrina ma se Alba (la moglie dell’Alvaro vero) me lo permette la chiamerò Alba [aggiornamento, Alba mi ha dato il permesso! 💓💖💗 Grazie Alba e Alvaro!!]

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Ma ascoltiamo adesso Alvaro Manneschi in azione. Enjoy.

Montalbano non ha niente a che fare col mio commissario ma mi è piaciuto mettere qui la foto di questo personaggio (nonché attore) eccezionale. Credits

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Roma, Appia antica, 6 maggio 2018. 6:30
Dopo una notte di fulmini e tempesta un’alba rosata sorgeva placida dietro ai colli da cui nacque la stirpe di Roma, Roma la grande, la sacra, la superba.
Allo stesso modo a 20 km circa dalla capitale luci morbide cominciavano a diffondersi sul Monte Cavo e per le strade le chiese e le fontane dei comuni di Castel Gandolfo, di Rocca di Papa e di Marino, i luoghi d’Alba Longa da cui vennero i gemelli Romolo e Remo. Un calore tiepido avvolgeva umani animali e piante e pareva dar pace alle sofferenze immancabili in ogni esistenza. Una pace illusoria, in verità, poiché mista all’orrore.

I tre corpi martoriati e crocefissi si stagliavano contro un cielo repentinamente striato di rosso. Affissi con chiodi bruni su tronchi freschi appena tagliati, squadrati e rigati di sangue i tre miseri cadaveri erano stati posti lungo l’Appia Antica non lontano dai tumuli degli Orazi e Curiazi, la schiena rivolta a Occidente e i volti a Oriente. Le croci erano sopraelevate su basamenti quadrangolari di materiale sintetico che, ad imitazione perfetta del marmo a sostegno delle colonne d’un tempio, erano d’una levatura tale che, unita all’altezza delle croci, rendevano l’orrore visibile fin dalla via Appia nuova.


– Maria santissima! – esclamò pallido l’agente scelto Carmelo Caruso della stazione di polizia di via Appia Nuova. Poi con una smorfia aggiunse:
– In vent’anni di servizio non ho mai visto nulla del genere.

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Le luci di quattro volanti e il gracchiare delle radio della polizia facevano da contrappunto prosaico alla scena spaventosa.
– Caruso, vero? – disse il Commissario Alvaro Manneschi.
– Controlli bene le recinzioni e che nessuno s’avvicini.
Nonostante l’ora mattutina molti curiosi stavano già avvicinandosi alle croci che si stagliavano troppo nettamente per non esser notate dai pendolari provenienti dal sud del Lazio e dalla Campania e diretti sull’Appia Nuova, in direzione della capitale. Alcune macchine s’erano già fermate sul ciglio della strada e gli automobilisti, scesi dalle loro vetture, stavano percorrendo a piedi le centinaia di metri che li separavano dalla scena del crimine. Altri giunti più rapidamente con le moto guardavano inorriditi i tre cadaveri appesi che davano misera mostra di sé.


Avvertito dal vice questore che la cosa era di competenza del Manneschi il commissario Carlo D’Agostino aveva percorso nei fumi dell’irritazione il tratto che separava il commissariato dell’Appio dal luogo del crimine. Ma appena giunto a destinazione la sua rabbia era svanita e adesso a bocca aperta osservava l’atroce spettacolo.

Descrizione di Alvaro

Alvaro Manneschi era alto robusto con occhi grigi riflessivi e intelligenti e il mento squadrato. Aveva appena finito di interrogare Adi Putra Wijaya, il giovane indonesiano che per primo aveva trovato i corpi dei giovani e del cane. Adi Putra Wijaya lavorava come giardiniere presso la villa del prof. Alessandro Valeri, noto chirurgo estetico del Policlinico Gemelli di Roma.
– La mattina molto presto – aveva detto al commissario con espressione spaventata – porto sempre a spasso i due Setter Laverack del professore. A poca distanza dal solito viottolo, nel parco dell’Appia antica, me li sono trovati davanti, quei due poveri ragazzi, con il grosso cane nero crocefisso nel mezzo.

Il commissario congedò il giardiniere dopo avergli comunicato che avrebbero avuto ancora bisogno di lui. Poi prese il cellulare e scuro in volto chiamò Franco Cardellini, della polizia scientifica.
– Franco, è una cosa pazzesca. Vieni qui prima che si scateni l’inferno.

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Più avanti nel romanzo descrivo Alvaro così:

“Il commissario Alvaro Manneschi parcheggiò la sua Fiat Bravo grigia davanti al Commissariato Monti, in vicolo del Guercio, e uscì di passo lesto per sgranchirsi le gambe. Era un omone grande, con atteggiamenti e dettagli del vestire assolutamente privi d’ogni ricercatezza. Occhi grigi e mento squadrato, i bei capelli biondo-castani e lisci mostravano, assieme ai baffi, una lieve sfumatura rossiccia. Era mattina presto. L’aria era …”

(continua)

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Puntate fino ad adesso:

0. Post di introduzione al romanzo ‘Le tre facce della medaglia’

1. Romanzo. Città maschili e femminili

2. Romanzo. Il demone Lilith in azione. non adatto ai minori

3. Entra in scena il commissario Alvaro Manneschi

4. Continua l’indagine del commissario. Viene introdotta Alba, sua moglie



Sex and the city (de Roma). I

ENGLISH ORIGINAL
Traduzione da un originale in inglese del 2007. Un po’ sturm und drang quando lancia in resta lottavo cercando di dimostrare la superiorità dei mores romani … vabbè, caliamo un velo. Pls enjoy.

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Gli antichi Greci e Romani nutrivano un atteggiamento del tutto diverso nei confronti del sesso. Basta guardare queste statue – stupende nel loro erotismo – per cogliere in modo intuitivo una sensualità sincera che è agli antipodi dei costumi occidentali di oggi.

La bellezza e la naturale perfezione di questi corpi ci comunicano l’idea che il sesso non fosse percepito come osceno o licenzioso, bensì come una delle gioie della vita – un’idea molto semplice, direbbe l’intelligente studente greco conosciuto di recente, così come molto semplice, essenziale (e bellissimo) può essere un tempio greco. Il suo tormentone è meglio nell’originale:

It is so simple:
as simple (and beautiful)
as a Greek temple
.

Di qui un godimento del sesso estremanente naturale, anche se con modalità non concepibili a noi contemporanei, soprattutto se consideriamo che tali statue erano in qualche modo legate a riti e alla religione.

Qui sopra possiamo ammirare la Venus Kallipygos, o Venere dalle belle natiche. Sotto, la statua di un satiro (che un’amica ha scelto tra un set di mie proposte assicurandomi, non priva di entusiasmo: “Dai, è un corpo veramente erotico!” Ho dovuto inchinarmi di fronte al suo superiore discernimento).

Venere era la Dea dell’Amore (in ogni senso) mentre un satiro, secondo la Wikipedia inglese (un buon punto di partenza, la wikipedia, per una ricerca ma niente di più) “è una creatura dionisiaca amante del vino, delle donne e dei ragazzi e disponibile a qualsiasi tipo di esperienza sensuale”.

Esistevano anche i satiri fanciulli (il che ci sembra veramente terribile) i quali prendevano parte ai riti religiosi di Bacco-Dioniso, che prevedevano spesso anche pratiche orgiastiche.

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A questo punto sono sicuro che qualsiasi lettore non potrà che convenire su un punto: le abitudini sessuali greco-romane erano veramente diverse. Non può esservi ombra di dubbio. Esse erano completamente diverse.

Se potessimo dimenticare di trovarci di fronte a statue classiche e le vedessimo solo con i sensi (senza ragionarci, voglio dire, e fuori dal loro contesto) ci apparirebbero sicuramente pornografiche.

Secondo la Wikipedia inglese “il concetto di pornografia così come viene vissuto oggi non esisteva fino all’avvento dell’epoca vittoriana.

Quando vaste opere di scavo vennero compiute a Pompei nel decennio 1860 molte opere dell’arte erotica romana vennero alla luce il che scioccò gli inglesi vittoriani che si consideravano gli eredi spirituali dell’Impero Romano (cfr. questo nostro post, capitoletto I Vittoriani, gli Italiani e gli Stati Uniti). Non sapevano più come fare con opere che mostravano in modo così esplicito e naturale la sessualità e dunque si adoperarono per nasconderle. Pertanto gli oggetti che potevano essere spostati furono dunque chiusi a chiave nell’area segreta del Museo Nazionale di Napoli”.

Sessualità romana scioccante

Pan che copula con una capra. Wikimedia commons

Non sono d’accordo con la Wikipedia inglese sul come e sul quando sia nato il moderno concetto di pornografia poiché la ricostruzione mi sembra troppo incentrata su di una visione unicamente anglosassone della storia [articolo di allora, non so oggi, ndr].
Posso sbagliarmi, posso aver ragione, cosa conta, quel che conta è che ci troviamo qui di fronte a una situazione di grande comicità. Mi sembra di vederli questi puritani vittoriani presunti eredi della romanitas (per certi aspetti lo erano, almeno a mio parere) i quali un bel giorno pieni d’imbarazzo e orrore si resero conto di quanto fossero pervertiti i Romani (almeno a loro parere) mentre assieme ai napoletani disseppellivano statue e dipinti erotici.

Mi figuro i loro volti pallidi e scossi. Soprattutto mi diverto un sacco a vederli (popolo che amo, sia chiaro, e con cui peraltro mi sono imparentato) mentre pieni di vergogna aiutano in fretta i napoletani a nascondere l’orribile verità.
I napoletani forse anche loro ridevano alle spalle degli inglesi, assai meno turbati, ne sono sicuro, di fronte a tali “esplicite manifestazioni di sessualità” (prova a indovinare il perché, caro lettore italiano) [è forse una delle permanenze o tratti del mondo antico che a mio parere sopravvivono in noi italiani e latini, la disinvoltura in tali questioni ecc., ndr).

Gara a chi ha il sedere più bello

Ma torniamo agli antichi. Questa Afrodite dalle belle natiche (l’immagine qui sopra, statua pare ritrovata tra le rovine della Domus Aurea a Roma, ora al Museo Archeologico Nazionale di Napoli ) si toglie il peplo e si guarda le spalle per valutarsi i fianchi perfetti e il sedere. Il motivo è molto semplice (ma erotico, lo confessiamo).

La cosa ebbe infatti origine da una gara tra due bellissime sorelle per cui la statua, certamente dedicata a Venere-Afrodite, potrebbe in effetti realisticamente rappresentare sia la vincitrice che le sue chiappe. Voglio dire – ed è mero interesse storico, intendiamoci – che esiste qualche possibilità di contemplare qui un deretano greco vero (e non idealizzato, come era il costume dell’arte ellenica).

Il modo della fanciulla di apprezzarsi il sedere era certamente più evidente a quell’epoca poiché gran parte delle statue classiche erano dipinte a colorvivaci, per cui la direzione dello sguardo era probabilmente più palese (le pupille erano dipinte e così via).

Il culto di Venere-Afrodite dalle belle natiche nacque forse nella greca Siracusa (Sicilia) poiché è lì che le belle sorelle nacquero e vissero.

E’ inutile dire, ancora, come sarebbe oggi inconcepibile creare un culto e un santuario solo per un paio di bei glutei femminili (leggete nella Wikipedia inglese la storia peculiare delle due sorelle).

Venere Esquilina, in tutta la sua voluttuosità. Statua trovata nel 1874 all’Esquilino (Piazza Dante, Roma) dal parco degli Horti Lamiani. Musei Capitolini. Cliccare per l’attribuzione

Venere era la dea della bellezza, della fertilità e dell’amore (sia spirituale che carnale).

La Venere romana era nata non a caso attorno a Lavinio poiché laggiù il grande antenato di Roma Enea (per inciso figlio di Venere) forse sbarcò e visse. Per cui, tecnicamente, i Romani erano figli di Venere (oltre che di Marte, Dio della Guerra): folle miscuglio, non vi pare?

A questo pensiamo a volte mentre passeggiamo tra il Colosseo, alla destra, e il Tempio di Venere e Roma, alla sinistra, in direzione della metro “Colosseo”; cioè tra i  simboli conturbanti della Vita e della Morte. Quanto erano complessi i Romani.

L’Afrodite greca era invece nata a Cipro (casualmente l’isola dello studente greco appena conosciuto anche se non crediamo ai segni come fa invece lo scrittore brasiliano Coelho).

Le giovani coppie si recavano vicino ai templi di Venere per pomiciare e fare all’amore. La gioventù era probabilmente riguardosa e discreta ma ciò che è interessante è che il loro amore era come esaltatosantificato dalla vicinanza della Dea, qualcosa ancora una volta inimmaginabile nella società occidentale di oggi, che pure è molto libera. Pensate allo scenario di frotte di teenager che si assembrano vicino a una chiesa cattolica o anglicana in primavera o in qualsiasi stagione dell’anno. Pomiciano e fanno sesso alla grande accanto alle mura della chiesa, con il parroco che li benedice.

Ancora la Venere Esquilina. Alcuni studiosi pensano che la modella usata per scolpire questa Venere sia stata Cleopatra in persona. Immagine da Flickr

Anche solo un’idea del genere può offendere i veri cristiani. Naturalmente chiedo loro perdono, sul serio [en passant sto tornando a una qualche religione cristiana dopo la scrittura del mio primo romanzo, ndr], però per favore anche voi religiosi fate un po’ ‘no sforzo. Non siamo qui per offendere o per fare di questo blog un sito porno (che ci renderebbe più ricchi ma non necessariamente più felici). Siamo qui per parlare delle radici occidentali le quali, nella sfera sessuale, si dà il caso fossero diverse dalle nostre, ci piaccia o meno.

E’ sbagliato? E’ giusto? Difficile a dirsi. Noi preferiamo la visione antica dell’amore ma questa è solo la nostra opinione. Il sesso è bellezza, amore e sesso sono indistinguibili [è banale dirlo oggi, ndr], sono una gioia della vita non necessariamente legata alla riproduzione, come troppi papi (e preti) hanno cercato di inculcarci [papa Francesco forse vorrebbe fare sforzi in questo senso ma non può, succederebbe la rivoluzione, si spaccherebbe la Chiesa che non è solo europea ma mondiale: nel Quebec, per esempio, il Concilio Vaticano II, un’apertura notevole del cattolicesimo, ha totalmente distaccato la popolazione, abb. conservatrice, dalle chiese che sono rimaste deserte, ndr].

Rivoluzione soffocante?

Ok, si potrebbe dire. Se queste sono le nostre radici occidentali dei nostri comportamenti sessuali, che cavolo allora è successo? Perché c’è stata ‘sta rivoluzione soffocante che ha reso una delle gioie più belle della vita qualcosa di cui vergognarsi?

Perché solo un paio di generazioni fa i ragazzini e le ragazzine erano divisi a scuola e dovunque? E’ colpa dei preti? Degli intellettuali cattolici? E’ colpa degli inglesi vittoriani?

Forse in India sì, la terra del primo grande libro sull’amore e sui rapporti sessuali (tutti pensano solo alle posizioni, invece è terribilmente bello, terribilmente poetico, il Kamasutra, oltre che altamente scientifico). Voglio dire, in India forse i vittoriani inglesi avranno avuto pure qualche influenza (dannosa?) in questo settore, al punto che oggi le donne indiane nemmeno si mettono il costume da bagno al mare [nel 2007, oggi chissà]. Non posso però parlare dell’India non essendo indiano.

Per l’Occidente invece sono certo che la risposta – su quel che diavolo sia successo – vada ricercata a partire dall’epoca in cui l’Impero Romano divenne Impero Romano cristiano, cioè da Costantino [e Teodosio] in poi, quindi a partire dal IV secolo dopo Cristo. Anche se per onestà va detto che per reazione agli eccessi precedenti, in quel periodo di transizione sia pagani che cristiani erano già un pochino più … morigerati (anche se dalla morigeratezza alla totale repressione … qualche monaco ma anche teologi come Origene – Ὠριγένης di Alessandria – arrivarono a ‘castrarsi’ per non cadere in tentazione … andiamo!)

Un’ultima cosa. Vi sono ancora residui, oggi, di una simile e più libera visione sessuale? Noi lo crediamo ma non riveleremo il seguito di questa serie dedicata al sesso di Roma.

Gruppo scultoreo romano di Castore e Polluce (o secondo alcuni studiosi di Oreste e del suo amico Pilade). Museo del Prado. Foto Flickr di János Korom

Nell’attesa 1) guardiamoci questa bella immagine dei Dioscuri Castore e Polluce, copia romana dell’originale del grande Prassitele (anch’essa approvata, non senza un certo entusiasmo, dalla nostra esperta romana. 2) Leggiamo infine la splendida preghiera a Venere di Lucrezio.

Lucrezio è un grandissimo poeta romano. Grazie ai suoi versi, se sarete in grado di apprezzarli, vivrete forse l’esperienza unica della macchina del tempo. Potrete cioè cogliere cosa un antico romano sentisse a proposito di Venere. E’ anche questa la forza dei classici. Essere una possente macchina del tempo, per penetrare misteri arcani eppure vicini, più vicini di quel che pensiamo o miei carissimi lettori italiani [testo, la traduz. sotto, tratto dal bellissimo sito Voci del mondo antico]:

O genitrice degli Eneadi, godimento degli uomini e degli dei,
divina Venere, che sotto i segni mutevoli del cielo
il mare che sostiene le navi e le terre che producono i raccolti
vivifichi, perché grazie a te ogni genere di viventi
viene concepito e giunge a visitare, una volta nato, i lumi del sole:
te, dea, te fuggono i venti, te le nubi del cielo
e il tuo arrivo, sotto di te la terra operosa soavi
fiori distende, a te sorridono le distese del mare
e, rasserenato, il cielo risplende di luce diffusa.
Infatti non appena si è manifestato l’aspetto primaverile del giorno
e, dischiusasi, prende vigore l’aura generatrice di favonio,
prima di tutto gli uccelli dell’aria te, o dea, e il tuo
ingresso segnalano, risvegliàti nei cuori dalla tua forza.
Quindi fiere le greggi balzano attraverso i pascoli rigogliosi
e attraversano a nuoto i fiumi vorticosi: a tal punto, colto dalla bellezza,
ciascuno ti segue con desiderio dove ti accingi a condurlo.
Infine per mari e monti e fiumi impetuosi
e frondose case di uccelli e campagne verdeggianti
in tutti infondendo nei petti un dolce amore
fai sì che con desiderio, genere per genere, propaghino le specie.
E poiché tu sola governi la natura delle cose
né senza te alle luminose sponde della luce alcunché
sorge né si produce alcunché di lieto né di amabile,
desidero che tu sia collaboratrice per scrivere i versi
che io sulla natura delle cose tento di comporre
per il nostro Memmiade, che tu, o dea, in ogni occasione
hai voluto si distinguesse dotato di tutte le qualità.
Per cui a maggior ragione da’, o divina, eterna bellezza alle parole.

Marte e Venere, Museo archeologico nazionale di Napoli, (inv. nr. 9248). Da Pompei, Casa delle Nozze di Ercole (o Casa di Marte e Venere). Marte solleva il manto azzurro di Venere, per ammirarne la nudità caratterizzata solo da una catena d’oro disposta ad X. Caratteristica è la rappresentazione dei due sessi che prevede una carnagione bruna per l’uomo e chiara e delicata per la donna. Wikimedia


Fai in modo che frattanto i feroci effetti della milizia
per i mari e le terre tutte riposino assopiti.
Infatti tu sola puoi con la tranquilla pace aiutare
i mortali, poiché i feroci effetti della guerra Marte
signore delle armi gestisce, lui che spesso nel tuo grembo si
getta sconfitto dall’eterna ferita di amore,
e così guardando in alto con il tenero collo ripiegato
soddisfa gli sguardi avidi di amore stando a bocca aperta verso di te, dea,
e dal tuo volto non si stacca il respiro di lui che giace.
Tu, o dea, col tuo corpo santo sopra di lui che giace
stando abbracciata, soavi parole dalla bocca
effondi chiedendo per i Romani, o divina, una pace serena.
Infatti né noi in questo momento turbolento della patria
possiamo vivere con animo sereno né la gloriosa discendenza di Memmio
in tali situazioni (può) mancare al bene comune.

Le cose buone. Quelle cattive. E quelle indifferenti

Ecco come NON bisognerebbe comportarsi di fronte alla paura o al dolore (mummia di Cudzco, credits * a fondo pagina)

Giorgio: “Te lo leggo negli occhi. Adesso hai di nuovo voglia di spararle sui tempi che furono”. Giovanni: “Chi lo sa. In effetti qualcosa mi sarebbe venuta in mente, per cui, dopo la mamma stoica, la curva a U della felicità, il piacere la gioia e il dolore (ma la vera gioia è austera) e altri post sullo stoicismo (la filosofia che andava per la maggiore presso gli antichi Romani – e oggi tra gli Americani e gli Inglesi: leggete qui e soprattutto qui) mi va in effetti di spararle ancora. Si vedrà 🙂

Un’etica semplice (ma tosta)

Zenone di Cizio (336 a.C. – 263 a.C.), il fondatore dello stoicismo, aveva
in fondo un’etica molto semplice, che ci può aiutare nella vita di ogni giorno.

Ci sono, diceva (nota 1), delle cose che sono beni, altre che sono mali e poi ci sono le cose indifferenti. I beni sono la saggezza, la temperanza, la giustizia e il coraggio. I mali il loro contrario, cioè la sventatezza, l’intemperanza, l’ingiustizia e la codardia. Infine ci sono le cose indifferenti, che sono la vita e la morte, il piacere e il dolore, la ricchezza e la povertà, la fama o l’oscurità, la malattia o la salute.

Giorgio: “Hai ragione, è una filosofia etica semplice, ma ad applicarla ci vogliono uomini fortissimi, non uomini normali”.

Vangelo sterile?

Giovanni: “In effetti non è facile seguire un insegnamento del genere. Dopo secoli di grande successo lo stoicismo finì per apparire un vangelo sterile alle masse, poiché troppo arduo. Zenone, Catone l’Uticense, Marco Aurelio o Epitteto in fondo erano dei superuomini che non toccavano le corde intime dei poveretti cenciosi e malati che chiedevano l’elemosina, degli schiavi o delle donne costrette a prostituirsi per sfamare i loro bambini. Ecco allora che la gente comune del mondo antico – che era diversissimo da come ce lo immaginiamo, con povertà inimmaginabile oggi (pure nei paesi poverissimi), con igiene pessima e malattie, pestilenze e invasioni di popoli dalla Germania e dall’Asia centrale -, ecco allora che questa gente comune, dicevo, si rifugiò in quelle religioni e nel Cristianesimo, soprattutto, che offrivano perlomeno consolazione e una speranza in una felicità ultraterrena”.

Filosofia feconda, nonostante tutto

Giovanni: “Però io credo che oggi, stranamente, lo stoicismo sia fecondo, anche perché non conflitta con nessuna religione esistente, se uno ce l’ha. Lo dimostra il successo che ha in tutto il mondo. Paradossalmente, gli stoici
oggi sono molto ma molto più numerosi di quelli ai tempi di Seneca, di Marco Aurelio e di Epitteto. Questo pomeriggio, per fare un esempio, ho avuto una piccola delusione che mi ha procurato dolore. E allora ho pensato: il dolore è “un indifferente” e mi sono sentito meglio. Preferibile per me dell’affidarsi a Qualcuno. Del resto, lo dice anche il proverbio: aiutati che Dio ti aiuta”.

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Giorgio: 😱

Giovanni: 😱

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Nota 1. Cfr. Stoicorum Vetera Fragmenta. Zenone di Cizio. Edizione Hans von Arnim. Frammento 190, riportato nell’edizione Rusconi, Stoici antichi – Tutti i frammenti, 1998, p. 91.

* Immagine (link) tratta dalla Wikimedia Commons. Museo di storia naturale (Florence) – Anthropology and Ethnography section – Peru

Musica, cultura e danza. I Romani sui Greci: “L’uomo che balla? E’ ubriaco o pazzo!”

I Greci e i Romani: un rapporto costante di scambi (e contrasti) fin dalle origini. Stavo leggendo giorni fa due libri sulla storia della musica romana e greca (vedi la nota; me li ha prestati Maria Luisa Migneco, carissima amica ed ex collega). Ciò che mi ha colpito parecchio è che in essi si parla di rapporti culturali e musicali tra i nostri antenati (Lazio e poi Roma) e i Greci addirittura fin dall’epoca micenea (dal 1600 a.C in poi!), come recenti scoperte archeologiche pare abbiano dimostrato.

Pertanto anche nella Roma assai arcaica e ancora prima nel Lazio tutte le forme poetiche di cui ci è giunta notizia – poesia sacrale, canti conviviali, testi drammatici, testi trionfali, lamentazioni funebri – venivano cantate con accompagnamento strumentale e ciò in modo del tutto analogo a quanto avveniva tra i Greci.

In seguito i rapporti tra i due popoli ovviamente si intensificarono: direttamente, attraverso i contatti sempre maggiori con l’Italia meridionale; indirettamente, con l’intermediazione degli Etruschi.

Questo dunque accadeva già nella Roma ai suoi esordi, tanto che i Greci spesso consideravano i Romani dei ‘Greci di periferia’, magari un po’ più rozzi di loro, ma barbari no, erano Greci.

[Mio nonno paterno, un industriale che tra i tanti interessi aveva anche l’etruscologia, faceva ogni tanto vedere alla moglie Carolina, pittrice, riproduzioni di vasi, statue o dipinti etruschi estasiandosi di fronte ad essi. Nonna invece, con cortesia piemontese, liquidava rapidamente la cosa:

“Ma sai Mario, sono solo imitazioni dell’arte greca in fondo, non ti pare?”

Il che, a prescindere se avesse ragione lui o lei, sottolineava il legame culturale forte tra Greci ed Etruschi]

Ora, se la musica romana e greca si assomigliavano, non tutto l’approccio greco alla musica piaceva ai Romani.

Epaminonda danzava e suonava il flauto

Le rovine di Tebe, polis greca della Beozia (credits)

Un uomo di prestigio (un generale, un politico, un avvocato ecc.) che facesse musica e che ballasse per i Romani era assolutamente inconcepibile.

Lo storico romano Cornelio Nepote, nella biografia dedicata al greco Epaminonda (un generale tebano immenso che tra le altre cose sbaragliò Sparta e liberò gli Iloti, popolazione schiavizzata dagli Spartani), scrive:

“Sono sicuro, Attico, che molti lettori, quando leggeranno il nome di chi insegnò la musica ad Epaminonda, e vedranno ricordate, tra le doti di Epaminonda, la grazia nel danzare o la perizia nel suonare il flauto (l’aulos, meglio, strumento ad ancia doppia) giudicheranno poco intonata al carattere dei grandi personaggi questa mia maniera di esporre […] Prima di scrivere d’Epaminonda penso di dover suggerire ai lettori di non giudicare col metro dei loro costumi le abitudini straniere e di non pensare che quanto a loro pare di scarso peso sia ritenuto tale anche presso tutte le altre nazioni. Sappiamo ad esempio che la musica, nel nostro costume, non si confà a un personaggio autorevole e che la danza è addirittura ritenuta una sconvenienza: tutte cose che tra i Greci sono invece ben accette e lodevoli”.

Il danzatore pazzo

Busto di Cicerone ai Musei Capitolini (credits).

Anche Cicerone (nonché tantissimi altri Romani, Catone il Vecchio in primis) era dello stesso avviso. Per lui l’uomo che ballava doveva essere in preda ai fumi del vino o essere del tutto pazzo.

Cicerone all’inizio delle Tuscolane sottolinea alcune differenze tra Greci e Romani:

“Non già ch’io reputi impossibile imparare la filosofia in greco dai Greci [Cicerone stava, nell’opera, per spiegare e discutere in Latino ai Romani la filosofia greca, ndr], ma fu sempre una mia convinzione che i nostri connazionali nell’esplicare le loro attività inventrici furono più saggi dei Greci oppure nel desumere da quelli furono dei perfezionatori e ciò in ogni campo di cui ritennero degno occuparsi. Effettivamente i costumi e le istituzioni civili e l’amministrazione della casa e della famiglia da noi godono di maggior cura e maggior decoro, e lo Stato per opera dei nostri antenati poggia senza dubbio su istituzioni e leggi i migliori. E l’organizzazione militare? In essa i nostri compatrioti furono fortissimi sia per il valore sia ancor più per la disciplina. In quanto poi ai risultati ottenuti con le doti di natura e non con la cultura letteraria, né la Grecia né alcun’altra nazione può reggere il confronto con noi. Infatti chi ebbe mai tanta dignità, fermezza, forza d’animo, probità, lealtà, chi una virtù che tanto eccellesse in ogni campo, da poter essere paragonato con i nostri antenati? Nella cultura e in ogni genere letterario la Grecia ci era superiore, ma era facile vincere chi non contrastava. Giacché, se in Grecia è antichissimo il culto della poesia – Omero e Esiodo vissero prima della fondazione di Roma e Archiloco [il primo grande poeta lirico greco, ndr] visse al tempo di Romolo – noi abbiamo appreso più tardi l’arte poetica”.

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Rapporto contrastato ma proficuo, dunque, quello tra Greci e Romani. Due popoli che, assieme al contributo giudaico-cristiano, ci hanno reso quelli che siamo oggi, nel bene e nel male.


Nota. Ecco i testi prestatimi da Maria Luisa Migneco:
1) Giampiero Tintori, La musica di Roma antica, Akademos 1996.
2) Storia della Musica (a cura della società italiana di musicologia). I, La musica nella cultura greca e romana, di Giovanni Comotti. Corriere della Sera 2018.

La matematica descrive l’universo o “è” l’universo? Pitagora + er Bamboccione

Pitagorici che celebrano l’alba, di Fyodor Bronnikov (1827—1902), pittore russo che visse gran parte della sua vita in Italia. Wikimedia, pubblico dominio.

Giorgio ed io ci troviamo nella “piazzetta” del rione Monti (vedi immagine sotto). La solita gente locale che va qua e là, qualche turista (e i fancazzisti, che a Roma non mancano mai).

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Giorgio. “Qui non siamo a Roma nord. Siamo tu m’insegni in mezzo alle radici del mondo occidentale, che non si è formato nelle nebbie teutoniche ma in Grecia e soprattutto qui, tra queste strade e monumenti”.

Giovanni annuisce affascinato. Giorgio è un economista più che uno storico (o filosofo) ma si sta acculturando rapidamente. A scuola era sempre una spanna più in su degli altri.

Giorgio. “Ora, correggimi se sbaglio, monumentum in latino è testimonianza e infatti i monumenti, palazzi, statue ci ricordano le radici di cui parlavo, proprio come i nonni e i bisnonni rappresentano le radici della nostra famiglia. Bisogna considerare però che oltre ai monumenti di pietra ci sono altre testimonianze dell’antichità, parole e idee che sopravvivono e che costituiscono altrettanti monumenti, anche se immateriali, del mondo antico”.


[La foto della piazzetta è offerta da TripAdvisor]

Giovanni guarda il suo amico. Un viso gradevole e volitivo, anche se un poco quadrato.

Giorgio: “Il pensiero moderno occidentale – continua – è permeato dal pensiero antico ed è Roma ad averlo diffuso nell’Occidente europeo, a quei tempi assai più arretrato del Mediterraneo orientale. E i Greci?”

Giovanni: “I Greci … i Romani presero da loro solo quello che seppero e vollero prendere. Quanto al pensiero, includiamoci anche quello dell’uomo della strada, perché la mente di tutti è come un museo, un’arca che conserva anche i più piccoli fossili dall’età della pietra in poi, e li fa sopravvivere”.

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Si siede con loro Serafino, detto l’Extropian, a cui viene riassunta la conversazione.

La via lattea nella nostra galassia

Extropian. “Le mie scorribande nella scienza mi hanno portato a cogliere una connessione tra la scienza pitagorica e le moderne teorie dell’universo. Pitagora fu il primo, almeno secondo il filosofo Aezio, a chiamare l’universo Kosmos, per indicare qualcosa di armonioso e ordinato. Possiamo ‘dar senso’ all’universo, disse, e dopo di lui seguirono Galileo su su fino a Einstein e oltre.

Giorgio: “Dar senso come”.

Extropian. “Beh, con la matematica. Ma, e questo è il nodo da sciogliere e su cui si dibatte moltissimo, la matematica è solo un precisissimo strumento per descrivere l’universo e prevederne i comportamenti oppure “è” l’universo stesso? Il cosmo in altre parole, come sostiene il fisico del MIT Max Tegmark, non sarà ‘un gigantesco oggetto matematico di cui noi siamo elementi consapevoli’?
Tema affascinante.
Galileo affermò che il libro della natura è scritto in caratteri matematici, ma alla base di tutto, per quanto ne sappiamo, c’è Pitagora. Quindi i Greci – torniamo alle radici di cui parlavi, Giorgio – e un poco anche i Romani, che consideravano Pitagora il “loro” filosofo.

Giovanni: “Insomma, saremmo NOI gli antichi, come sostengo da anni nei miei blog”.

Arriva rotolando er Bamboccione, grasso e godereccio (e non del tutto idiota). Gli viene riassunto tutto.

Er Bamboccione: “Boh. Sarò pure antico, però so’ anche moderno. E pure voi, altrimenti che ce staremmo affa’ qua? A rompese li cojoni?”

Risata generale.


Bibliografia.

Maria Timpanaro Cardini, Pitagorici. Testimonianze e frammenti, 3 voll., Firenze, La Nuova Italia, 1958-64, opera incredibile come incredibile è lei, “Maria d’Arezzo”.
Kitty Ferguson, La Musica di Pitagora, Longanesi 2009
Max Tegmark, L’universo matematico. La ricerca della natura ultima della realtà, Bollati Boringhieri, 2014. Opera coraggiosa e notevolissima, chiara anche per chi la matematica la mastica poco.

I romani mosci? Guardateli che si tuffano nel Tevere a Capodanno

Nel tentativo di spiegare i romani di oggi, scrivevo a Lichanos, un ingegnere del New Jersey che lavorava a NYC, di fronte alle Torri Gemelle 😱:

“L’antico popolo di Roma, quello della prima Repubblica, perse progressivamente le sue forti caratteristiche di semplicità, temperanza e carattere. Coloro che si erano impoveriti [i piccoli proprietari terrieri che avevano perso la terra, ndr] confluirono a Roma, erano orgogliosi di viverci e avevano “panem et circenses” senza alcun merito.

Questo popolino, privilegiato e viziato rispetto ad altre popolazioni perché facente parte della capitale dell’Impero, si fece progressivamente crasso, indolente, cinico, blasfemo, fanfarone, con un atteggiamento di menefreghismo generalizzato, arrivando così fino a noi […]

Siamo tutti figli un poco del Basso Impero, ma nella nostra decadenza [rispetto all’Impero romano, ovviamente, ndr] c’è vitalità e tostaggine: alcuni romani sembrano dei leoni e si tuffano dai ponti del Tevere anche a 70 anni”.

Ψ

Blog di Lichanos. Personaggio eccentrico, con gusto un po’ macabro a mio parere, ma colto, raffinato (e gran commentatore, da lui e da me)

Permanenze dell’antichità. Il Vesuvio ci esplode addosso? “E c’amma a fa. Se è destino …”

ll Vesuvio visto da Pompei, distrutta nell’eruzione del 79 d.C
ll Vesuvio visto da Pompei, distrutta nell’eruzione del 79 d.C. Foto di Morn the Gorn – Own work, CC BY-SA 3.0. https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=7919520

Scrivevo nel post (H)omo de Roma: “Ammettiamolo. In aree centrali e soprattutto meridionali del nostro paese persistono abitudini, mentalità […] i cui svantaggi nei confronti della modernità sono evidenti. Sono solo svantaggi?”.

Vogliamo avere un esempio lampante della permanenza dell’antico, e solo nei suoi svantaggi? Eccolo: il modo di prepararsi alle eruzioni dei pur meravigliosi napoletani.

disastro annunciato

Il disastro è annunciato: i Campi Flegrei con la loro grande caldera (un vulcano, in sostanza) si sollevano, l’eruzione del Vesuvio (un altro vulcano) potrebbe colpire da un momento all’altro, i vulcanologi di tutto il mondo nonché la protezione civile campana (cfr. Cities on Volcanoes 10 tenutosi il 2-7 settembre 2018 a Napoli) parlano della NECESSITA’ ASSOLUTA di costruire meglio e soprattutto fare tante esercitazioni in vista di un esodo (per i paesi vesuviani e flegrei) calcolabile in ben 700.000 persone (50% della popolazione!).

Vesuivio_Eruzione_26.04.1872
Eruzione del Vesuvio del 1872, con distruzione dei paesi di Massa e San Sebastiano al Vesuvio. Giorgio Sommer – Scansione personale, Pubblico dominio. Wikimedia, click on picture for credits. https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=737284

Una domanda percorre il pianeta

Bene, cosa fanno i raffinati (e dei romani più intelligenti ) napoletani??

Visi e volti, nell’Italia e nel mondo, si scrutano preoccupati e s’interrogano:

   Che diavolo fanno i Napoletani???

Le risposte dei partenopei, spesso bisbigliate nei bar e pub romani, giungono in ordine sparso:

“E c'amma fa' ..." "E' esercitazioni portane male!" "A cche serve u pparlà? E' già tutto scritte! (1)”

E accarezzano il corno.

Corno portafortuna

Nota 1. A parte il corno, che così rosso secondo molti studiosi è il membro eretto del dio Priapo (lo si accarezza per fortuna, forza, fecondità), “è già tutto scritto” lo si dice spesso. E in effetti a volte pensiamo:

“Se la mia amica non mi avesse telefonato non sarei andata/o in quel bar; non avrei conosciuto il ragazzo (o la ragazza) con cui poi mi sono sposata/o; non avrei generato figli e nipoti i quali a loro volta non genereranno ecc. Eppoi se la mia amica non mi chiamava magari era perché era indisposta: per condizioni atmosferiche sfavorevoli (o astrali, vai a capire) che avrebbero potuto farla ammalare e impedirgli di fare appunto la “fatidica” telefonata di invito”.

Fatidico deriva dal latino fatum (da fari=dire). Il Fato infatti è “ciò che è detto e che non può essere mutato”, il più delle volte nemmeno dagli dei.

Ecco le radici culturali nostre (vedi sotto nota 2), le “permanenze dell’antichità” nei nostri cervelli! Ecco il senso di quel “è già tutto scritto”.

Vediamo meglio.

Romani e Greci essendo collegati, le Moire erano le dee greche del destino o fato, che i Romani chiamavano ParcaeFata, appunto. Le parche greche per Esiodo erano 3 (per Omero una) tra cui Κλωθώ o Cloto (=la filatrice). Essa è particolarmente significativa per il nostro discorso in quanto gestiva i fili, cioè l’intrecciarsi delle cause che collegano tutto, i mille fili dunque con cui si crea la trama che ci condiziona e si connette (ed è connessa) all’intero universo.

Il neoplatonico Plutarco (o pseudo, non mi interessa qui) nel suo breve testo sul Fato, è chiaro, e super poetico.

ψ

Riporto invece Marco Aurelio, imperatore romano e filosofo stoico (neoplatonici e stoici avevano una visione simile del fato; Epicuro no: non c’è destino né fine nell’universo, che è aggregato pazzesco di atomi) che in greco scrisse delle meravigliose meditazioni (bestseller oggi!) – testo greco: Τὰεἰς ἑαυτόν; testo italiano:

III, 6. “Il destino dato a ognuno è trascinato nel movimento globale e a sua volta trascina”. IV, 4. “Qualcosa ti è accaduto? Bene: tutto ciò che ti accade fin dall’inizio era stato ordito, in tutto l’universo, per esserti dato e allacciato alla tua vita”. IV, 34. “Abbandonati spontaneamente a Cloto, lasciando che ti tessa con qualsiasi evento voglia”.

Più chiaro di così.

ψ

Giorgio: “E le altre due Moire o Parche?”

MoR:Lachesi, che decide la sorte di ognuno. E Atropo, terribile, che taglia il filo della nostra vita quando le pare e piace”.

Giorgio: “E siamo spacciati”.

MoR: “Così pare”.

ψ

Nota 2. Il fato germanico. Per l’Europa, quanto al Destino, esiste non solo il retaggio greco-romano ma anche quello germanico: secondo la mitologia norrena (scandinava, vichinga) esistono le Norne, fanciulle che tessono i fili del destino ai piedi del grande frassino (tasso? quercia?) detto Yggdrasill.

Beh, avendo due generi, uno sannita e uno anglo-vichingo (Isola di Man) devo tener conto di entrambi, no? 😉

Saturnali a Roma: frenesia, banchetti, schiavi e regali (2)

Tempio di Saturno, nel Foro Romano. Retro
Retro del Tempio di Saturno, nel Foro Romano. Nel tempio avveniva il rito e poi il banchetto ufficiale d’inizio dei Saturnalia. Cliccare per l’attribuzione

I Saturnali al tempo di Nerone. Roma, 17 dicembre, 62 d.C. Nerone è a capo dell’impero romano. Il filosofo Lucio Anneo Seneca scrive una lettera (n. 18) all’amico Lucilio:

December est mensis
(E’ il mese di dicembre)
cum maxime civitas sudat.
(quando la vita è più intensa che mai in città.)
Ius luxuriae publice datum est;
(Il diritto all’eccesso è stato ufficialmente proclamato;)
ingenti apparatu sonant omnia […]
(ogni angolo risuona dei chiassosi preparativi […])

L’inizio della festa più amata a Roma e nel resto dell’impero, i Saturnalia, è stato ufficialmente proclamato. L’eccitazione cresce ovunque.

Il filosofo, tranquillamente seduto nel suo elegante tablinum, riflette su ciò che lui e il suo amico debbono fare, se cioè partecipare o meno alla gioia dei banchetti. Egli sembra propendere per una via di mezzo o giusto mezzo (aurea mediocritas, non dispregiativo in latino).

Si te hic haberetur,
(Se ti avessi qui)
libenter tecum conferrem quid estimare esse faciendum […]
(sarei felice di consultarti su ciò che sia opportuno fare […])
utrum nihil ex cotidiana consuetudine movendum,
(se lasciare immutate le nostre quotidiane abitudini,)
an, ne dissidere videremur cum publicis moribus,
(o, per non sembrare fuori sintonia con i costumi della gente,)
et hilarius cenandum et exuendam togam
(se anche noi dobbiamo banchettare allegramente e toglierci la toga)

Banchetto a Pompei. Wikimedia commons

Modalità del rito. Il sacrificio ufficiale – che si celebra nel tempio di Saturno, sul lato occidentale del foro – è probabilmente terminato. Sarà seguito a breve da un banchetto nello stesso tempio durante il quale i partecipanti grideranno il saluto augurale: Io Saturnalia! (che ricorda i nostri brindisi di Capodanno) e dove la celebrazione presto si trasformerà in una festa accesa e caotica.

Banchetti nelle case e doni. L’euforia pervade la città. I banchetti nelle abitazioni private saranno sregolati, come succede ogni anno. Ci si appresta agli ultimi ritocchi a piatti elaborati, biscotti, doni, alla disposizione di candele (cerei) che simboleggiano la rinascita del sole; si preparano pupazzi di pasta (sigillaria) e si finisce di organizzare spettacoli, danze e musiche, tra cui una scelta di canti non di rado scurrili ed altri di tono più elevato, spirituale.

Banchetto romano. Quadro di Joseph Coomans, 1876. Opera di pubblico dominio (dalla Wikimedia commons)

Brevi testi, proprio come i bigliettini dei nostri regali, accompagnano i doni. Il poeta Marco Valerio Marziale, che ne ha composti diversi nei suoi epigrammi, ci dà informazioni sul tipo di regali scambiati:

Tavolette per scrivere, dadi, aliossi [un gioco con ossicini ormai in disuso, ndr], salvadanai, pettini, stuzzicadenti, cappelli, coltelli da caccia, scuri, lampade di vario genere, biglie, profumi, pipe, maiali, salsicce, pappagalli, tavoli, tazze, cucchiai, capi di abbigliamento, statue, maschere, libri, animali domestici.
[Marziale, Epigrammi, libri XIII e XIV; elenco tratto dalla Wikipedia inglese]

Ψ

Licenza degli schiavi, vesti e formulazione di desideri. Agli schiavi sarà permesso ogni tipo di licenza. Un maestro della festa, o ‘re del disordine’, impersonerà il gioviale Saturno con la barba che, scelto a sorte nelle case, orchestrerà il divertimento (personaggio simile al nostro Babbo Natale).

[Un “Lord of Misrule” è figura comune del Natale britannico nel medioevo, con ruolo quasi identico, così come il “Pape des Sots” o “des Fous” in Francia]

Scrive lo storico americano Gordon J. Laing (Survivals of Roman Religion):

Gli schiavi dei Saturnali romani erano “autorizzati a trattare i loro padroni come fossero loro pari. Spesso infatti padroni e schiavi si scambiavano i ruoli e questi ultimi venivano serviti dai primi […] Un ‘re’ scelto a sorte ordinava a un ‘suddito’ di ballare, a un altro di cantare, a un altro ancora di portare sulle spalle una flautista e così via. Con tale gioco i romani ridicolizzavano la regalità”.

Il greco-assiro Luciano di Samosata scrive nei suoi Saturnalia (un dialogo satirico del II secolo d.C. che si svolge tra KronosSaturno e il suo sacerdote):

“Durante la mia settimana [è Crono che parla, ndr] la serietà è bandita; ogni commercio e attività sono proibite. Il bere, il chiasso, i giochi e i dadi, la scelta dei re e la gioia degli schiavi che cantano nudi, il battito frenetico delle mani e i visi con la bocca tappata che vengono tuffati nell’acqua gelida: sono queste le funzioni a cui presiedo […] questo il periodo di festa, quando è lecito ubriacarsi e gli schiavi hanno licenza di insultare i loro padroni”.

Bassorilievo romano del II secolo d.C. raffigurante Saturno con in mano una falce (foto di Jean-Pol GRANDMONT, CC BY 3.0)

Come alla vigilia del moderno Capodanno, è il momento di esprimere i desideri per l’anno a venire. Dice Crono al suo sacerdote:

Crono: “Volgi il pensiero a ciò che mi vuoi chiedere […] farò del mio meglio per non deluderti”.
Sacerdote: “Nessuna originalità in proposito. Le solite cose, per favore: ricchezza, abbondanza d’oro, proprietà di terre, folle di servi, gaie e morbide vesti, argento, avorio, in realtà tutto ciò che è di un qualche valore. O migliore dei Croni, dammi un po’ di queste cose!”.
Eguaglianza sociale.
Il bonnet rouge dei sanculotti

Come si vestiva la gente? In modi che suggerivano l’uguaglianza sociale. Seneca aveva infatti accennato al fatto di togliersi la toga, indumento solenne e d’alto ceto. Le gente ai banchetti indossava infatti la synthesis, un semplice vestito da cena, e il pileus, il berretto conico dei liberti, un cappello di feltro aderente simile al cappello frigio che non a caso in epoche successive diverrà l’icona della libertà nelle rivoluzioni francese e americana (il bonnet rouge dei sanculotti).

I Sansculottes, figura iconica della rivoluzione francese, indossando i berretti della libertà tipici degli ex schiavi e indossati durante i Saturnalia per sottolineare l'uguaglianza sociale
I Sansculottes, figura iconica della rivoluzione francese, indossavano i berretti della libertà tipici degli ex schiavi e indossati durante i Saturnalia per sottolineare l’uguaglianza sociale

Intellettuali in conflitto. Di fronte a tanta frenesia lo stoico Seneca propende per la via intermedia, dicevamo (notate l’accenno alla folla ‘pilleata’, che indossa cioè i ‘pilei’):

Si te bene novi,
(Se ben ti conosco)
nec per omnia nos similes esse pilleatae turbae voluisses
(avresti desiderato che non fossimo né simili alla folla imberrettata)
nec per omnia dissimiles;
(né del tutto dissimili;)
licet enim sine luxuria agere festum diem
(è opportuno infatti partecipare alla festa senza eccessi.)

E’ comprensibile. L’intellettuale tende a comportarsi diversamente dall’uomo della strada, ed è spesso (ma non sempre) infastidito e un po’ blasé di fronte al trambusto della gente comune [Mary Beard].

Durante le feste di dicembre che si svolgono a casa sua “Plinio il giovane – scrive sempre Mary Beard in un articolo sul Times non più raggiungibile – si rifugia altezzosamente nell’attico per continuare a lavorare (non vuole rovinare il divertimento degli schiavi – ma, forse ancor più, non vuole esporsi ai loro giochi ruvidi)”.

Il poeta Catullo a casa dell’amata Lesbia. Sir Laurence Alma Tadema, 1865. Pubblico dominio

Il poeta Gaio Valerio Catullo invece adora i Saturnali (“il periodo più bello”) così come il poeta Publio Papinio Stazio, che alla fine del I secolo d.C. esclama:

“Quanti anni ancora durerà questa festa! Mai il tempo cancellerà un così santo giorno! Finché esisteranno le colline del Lazio e il padre Tevere, finché la tua Roma rimarrà in piedi, e il Campidoglio, che hai restituito al mondo, i Saturnalia vivranno”.

[Silvae, I.6.98 e sgg.]

E infatti, come abbiamo visto, i Saturnali per molti aspetti sopravviveranno.

La bolgia del centro, prima di Natale, l’orticaria (e la Roma che non muore)

Addobbi natalizi della Galleria Colonna, sul Corso.
Addobbi natalizi della Galleria Colonna, sul Corso.

Ieri, domenica pomeriggio, mia moglie mi ha trascinato per la via del Corso (e vie limitrofe), a Roma, in mezzo alla bolgia: da un negozio all’altro, da un tessuto a una sciarpa a una scarpa stivaletto all’altra, con la folla vociante che non ti dava tregua (mi sono messo però i tappi di silicone, è la mia arma segreta quando voglio “staccare”).

E via ancora da un cappello a ciuffone a ciuffetto ai maglioni e i loro colori [“il blu cielo, o ad Antonio (il mio genero il sannita, uomo in gamba, tosto) piacerebbe di più un bordeaux? No, dai, un carminio. Oppure scegliamo tra il blu acciaio e il blu elettrico?”).

Ora io, daltonico, assentivo o negavo, a caso.

L’orticaria

Devi poi sapere, carissima livornese (questo post è un commento scritto per Vitty, che mi ha fatto l’onore di mettermi sul suo albero di Natale: sono cioè una palla 😂), che quando avevo dai 3 ai 6-7 anni mia mamma mi portava nelle zone centrali di via del Corso, via della Vite, via del Gambero, via Condotti ecc. e giocava a vestire il suo bambolotto, cioè il sottoscritto: mi mette il giacchetto 1, toglie il giacchetto 1, mi mette quello 2, no, il 3 è meglio. I pantaloncini corti 1? Nah, meglio i 2. O forse i 3: sì, direi questi!

Via del Corso, in piena frenesia natalizia. In fondo il monumento a Vittorio Emanuele II, in piazza Venezia

Ora io è naturale sfastidiavo e da allora quando mi avvicino a quelle peraltro bellissime strade mi viene l’orticaria (il Corso dal tempo dell’Impero Romano e fino al Rinascimento si chiamava via Lata, e lì i papi avendo deciso di farci le corse dei cavalli per il Carnevale romano (fortemente ispirato ai Saturnalia, leggi qui), si chiamò da allora via del Corso, forse per questo: ci sono tutte le case patrizie (i nobili si affacciavo alle finestre e ai balconi), e come è noto gli stranieri che facevano il Gran Tour soprattutto in Italia (intellettuali e aristocratici) per attingere alle origini della loro cultura, ci abitavano, al Corso, come Goethe).

Via Lata Corso Di Roma
Via del Corso (via Lata), Roma, di giorno e in un giorno normale. Creative Commons Attribuzione 2.0 (CC-BY-2.0). Click for credits

Preso pertanto dall’orticaria, dai colori che non distinguo (e dai tappi che non sbarrano più niente) dico a mia moglie:

“Beh, mo’ basta, me ne vado!!!"

Il mio tono, disperato, è imperioso. Lei si irrita, vuole che goda delle differenze tra il blu acciaio e il blu elettrico (e che io partecipi alla festa dell’amore del dono, come dici tu, Vitty, donna dal cuore grande toscano, ma io sono pessimo, al di là d’ogni redenzione 👿 , forse perché – non cerco scuse – figlio di un padre calvinista che ricevette UN SOLO regalo in tutta la sua infanzia e adolescenza, una pistola, che il padre rovinò per sbaglio SMONTANDOLA: così finì, inutilizzato, il suo UNICO REGALO!!).

“Vado!!!” dico di nuovo.

Vado sentedomi terribilmente egoista. Dici, Vitty:

"Il valore del regalo non è legato al prezzo, ma al suo significato"; bisogna "immedesimarsi nell’altro e renderlo felice!"

Ricerca della pace

Vago allora per il Campo Marzio e cerco un bar dove sedermi in pace a leggere colpevolmente il Messaggero.

Niente.

Tutti i bar e i locali che conoscevo non esistono più.

Pizza al taglio Da Pasquale, a via dei Prefetti 34/a
Pizza al taglio Da Pasquale, a via dei Prefetti 34/a. Cliccare sulla foto per i credits

Alla fine, a via dei Prefetti 34/A, trovo una pizzeria al taglio, Da Pasquale. Mah, dico. Vi entro non convinto ma “è meglio di niente”, penso. A poco a poco sono però catturato dal posto e dalla sua atmosfera …

Lo spazio è ristretto, solo un tavolo in legno, pezzi intagliati da un albero, con panche da entrambi i lati lunghi. Alla destra di dove siedo con le spalle al muro c’è il banco con le pizze esposte dietro un vetro, e un ragazzo che le serve e sta alla cassa. Dietro ancora, vicino ai forni, in una stanza a parte ma semicomunicante con il locale, c’è il pizzaiolo panciuto e gioviale con accanto una donna più giovane, forse la figlia.

La roma vera

Dico al pizzaiolo:

“Non ce la facevo più! Mi’ moje a fa’ la spola da un negozio all’altro!! Non ce se po' créde” 
“Non me lo dica! – ribatte lui mentre inforna – Mia moglie ieri m’ha fatto gira' la testa, so’ tutte uguale!”

“I soliti insensibili, voi uomini” – dice la ragazza sfornando la pizza rossa fumante; ma sorride, la disputa la diverte assai.

Mi giro intorno e noto i miei compagni di tavolo: una bella famiglia romana, due genitori e i figli ventenni.

“Noi qui alla pizzeria veniamo sempre”. “Perché, dove abitate?” “Molto lontano, ma la pizzeria a via dei Prefetti parla da sola”. Arriva la pizza coi pomodorini: mai sentita una così buona, in effetti.

Allora mi accorgo che al di là dei franchising che hanno sostituito quasi tutti gli stupendi negozi storici e hanno snaturato il centro della città c’è ancora una Roma vera, di una volta, che non può morire perché è eterna.

E anche sa rinnovarsi. Ascoltate.

La vichinga con la moto

Vichinga sulla moto in montagna
Immagine presa da Pinterest. Cliccare su di essa per i credits

Si siede di fronte a me una donna molo alta e bionda, occhi pallidi, sguardo nebbioso. “Di dove è?” le chiedo. “Sono tedesca, di Heidelberg. “Wow, tedesca!” le rispondo nel mio tedesco rozzo. “E’ qui per le vacanze con la famiglia?” “No, mio marito è rimasto a casa a lavorare e io giro l’Italia in motocicletta. In genere nelle Alpi liguri e piemontesi, ma per il Natale ho scelto Roma. E’ la prima volta nella città eterna: veramente bella.”

Alla mia sinistra la moglie romana apostrofa, in tedesco impeccabile, Brigitte (così si chiama la biondona) :

“Ho studiato lingue, come mia figlia qui”. Poi si rivolge a me: “Li vedi, sempre co ‘sti cellulari, se li semo perduti”.

Il padre – che parla solo l’italiano e il romano, ma capisce l’inglese – entra nella conversazione, a cui partecipano la tedesca, e i figli. “Ordino il vino per tutti!” dice. Beh, penso, volevo leggere il Messaggero per rilassarmi, ma qui, altro che ‘l Messaggero! …

Beviamo, a tutti si scioglie la lingua, Brigitte è più ciarliera, ride e viene fuori che in realtà è di origine norvegese, che cioè è norse, vichinga. Ha un figlio che è altissimo rispetto a lei. Come è possibile? dice il padre. Quindi è tre metri, dico io. Risate, scambi, occhiate calorose.

ψ

Ora il mio cuore è caldo. Ho ritrovato Roma, i romani (e gli stranieri del Gran Tour). Tutto si compone, arriva mia moglie, parla in tedesco meglio di me con Brigitte, saluta i romani. Usciamo.

Il padre, che era uscito fuori a parlare con amici, mi stringe la mano. “E’ stato un piacere”. “Anche mio – rispondo – veramente”.

ψ

Fuori fa caldo. Torniamo nella bolgia ma per poco. Per vie secondarie camminiamo verso casa, la mano nella mano.

(H)omo de Roma

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Traduzione di un originale in inglese del 2007 (1) pubblicato nel post successivo a questo con i 106 commenti (credits dell’immagine)

Sono romano, nato e vissuto a Roma. Alcuni dei miei antenati materni, fino a qualche secolo fa, erano già romani. Dovrei quindi essere un romano vero, o quasi, anche se dosi di sangue “barbarico” mi scorrono certamente nelle vene, sangue germanico, forse, ma soprattutto gallo-ligure della regione alpina occidentale.

La mia lingua materna è l’italiano parlato a Roma, idioma non troppo diverso dal latino parlato dalla gente comune ai tempi del tardo Impero Romano [il titolo del post è infatti sia latino tardo che romanesco, ndr].

Il motivo per cui mi sforzo di comunicare in inglese – lingua nordica non materna che mi fa un po’ freddo al cuore ma che trovo ricca e fascinosa – è la varietà che mi eccita come una droga e un po’ la stanchezza di comunicare solo con i connazionali, per cui la lingua franca del mondo spero possa aprirmi a un più vasto scambio di idee.

Perché questo blog

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Un motivo, come ho detto, è la più ampia comunicazione. Ma come può un romano di oggi “parlare al mondo”?

[che frase pomposa, se non ci fosse il Web a renderla meno tale]

Sono convinto che sia un privilegio essere nati e cresciuti quaggiù, un posto talmente straordinario che qualcosa deve esser “passato”, qualcosa di distintivo e che valga la pena di trasmettere, per poter, a nostra volta, ricevere.

Spero dunque in un dialogo con occidentali e non occidentali, perché Roma e i Romani, nonostante i difetti (tanti), hanno una natura universale e mediatrice che proviene dal Mediterraneo.

Roma per certi aspetti è più mediterranea che europea.

Ciononostante, già universale all’epoca degli antichi Romani, essa ha continuato ad esserlo come centro religioso, come La Mecca o Gerusalemme.

Roma, dunque, va ben oltre l’Europa (2).

ψ

La religione non sarà un argomento centrale (a parte le religioni antiche), perché pur nutrendo un rispetto profondo per ogni fede personalmente non ne ho alcuna, essendo agnostico.

Mi piace, quasi in un gioco, immaginarmi simile a quei Romani del passato che contavano principalmente sulla ragione e sulla conoscenza (gli stoici e i seguaci di Epicuro, Ἐπίκουρος, per esempio).

Tre ragioni di un’unicità

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Ere sono ormai trascorse da quando questa grande città era la capitale del mondo conosciuto, tale ruolo essendo oggi passato a Londra, New York e un domani Shanghai, chi lo sa.

1. Roma è però unica in primo luogo perché “fra tutte le più grandi città del mondo antico – Ninive, Babilonia, Alessandria, Tiro, Atene, Cartagine, Antiochia – è la sola che abbia continuato ininterrottamente ad esistere, mai ridotta a villaggio semi abbandonato, anzi, trovandosi spesso al centro di avvenimenti di portata mondiale e pagandone altrettanto spesso il prezzo (3)”.

2. In secondo luogo, il che è ancora più importante, Roma è la città dell’anima (così l’hanno sentita Byron, Goethe e Victor Hugo), è la città della nostra autentica anima occidentale, poiché l’Europa e l’Occidente sono stati plasmati qui (non nelle nebbie germaniche) e queste radici sono sacre – per me certamente, e credo e spero per la gran parte di tutti noi.

Tali radici andrebbero riscoperte per poterci aprire agli altri con nuovo spirito di humanitas e conciliazione (due componenti essenziali dello spirito romano eterno).

Dobbiamo insomma, noi dell’Occidente, incoraggiare atteggiamenti nuovi [e non beceri, ndr], che ci permettano di affrontare meglio sia l’attuale crisi di valori sia i cambiamenti radicali che incombono [miliardi di persone in rapidissimo sviluppo in Estremo Oriente ecc. ndr] e che potrebbero causare il nostro rapido declino.

3. Infine Roma, la città eterna, è unica anche perché è una delle più belle città del mondo, se non la più bella.

Al di là delle testimonianze imperiali, dei grandi spazi urbani e piazze, meravigliosi, certo, anche vicoli e piazzette emanano quell’ “aura sacra” che proviene dai millenni e a cui la gente di tutto il mondo porge in misura crescente il suo tributo.

La capitale dei nostri amati e civilizzati cugini francesi, Lutetia Parisiorum (così i Romani chiamavano Parigi, dai Parisii, tribù dei Galli Senoni) non era che un villaggio fino all’anno 1000 dopo Cristo. “Millesettecento anni meno di Roma. Si sentono, e si vedono” (3).

Frammenti in bottiglia

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Frammenti sparsi di un’identità speciale inseriti in una bottiglia e lanciati nel mare del Web: questa l’attività del blog Man of Roma.

Il latore del messaggio conta poco rispetto alla grandezza della sorgente e di un ingrediente che lo stesso latore potrebbe, volente nolente, possedere: l’esser cioè una sorta di fossile di un passato che certo è morto ma è anche enigmaticamente vivo in molti di noi italiani.

Ammettiamolo. In aree centrali e soprattutto meridionali del nostro paese persistono abitudini, mentalità (e altri aspetti della cultura) che lasciano perplessi non pochi stranieri: residui storici i cui svantaggi nei confronti della modernità sono evidenti.

Sono solo svantaggi?

In conclusione

Questo e tanti altri temi verranno discussi da un romano quasi 60enne [70enne, oggi, ndr] le cui conoscenze si collocano a un livello intermedio, con interfacce verso gli strati superiori e quelli inferiori della cultura.

Egli spera di trasmettere qualcosa di utile agli altri (e a sé stesso) avendo insegnato per 16 anni Storia antica e Letteratura nelle scuole superiori per poi, negli ultimi 14 anni, rivolgersi all’ingegneria dei Sistemi informatici e alla formazione aziendale.

Egli si augura che un Weblog (o blog) lo aiuti a rispolverare gli interessi umanistici, il che desta affanno con gli impegni e gli anni che avanzano (per non parlare della follia del doppio blog, in inglese e in italiano).

ψ

Se non la profondità della conoscenza egli potrebbe tuttavia godere di un plus (da dimostrare) nei confronti di commentatori stranieri sia pur cresciuti in aree un tempo province dell’Impero Romano.

Il plus del testimone di quaggiù.

Il vantaggio di esser “(H)omo de Roma”.

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Note
(1) Il blog Man of Roma / A quirky research on Roman-ness durò 7 anni, ora è chiuso ed ebbe un discreto successo e moltissimi accessi (quasi 700.000). Se aveva, che so, 4 mila pagine di articoli, ricevette molto più di 15.000 pagine di commenti (tra cui i miei). Farò un conteggio esatto.

Il primo post in inglese, dal titolo Man of Roma, tradotto qui sopra in Italiano, ricevette 106 commenti (devo riuscire a importarli tutti: fatto -qualche giorno dopo) molti dei quali lunghi quasi quanto il post stesso.

Il blog The Notebook, un taccuino, ha mire assai più modeste, in parte simili ma in gran parte diverse.

(2) Franco Ferrarotti, sociologo, Corriere della Sera, 2 Aprile 2006;
Franco Ferrarotti, intervista apparsa nel quotidiano romano Il Messaggero nel nov. 2005.

(3) Corrado Augias, I Segreti di Roma, Mondadori 2005, p. 13.

Marina (e la risata romana)

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Marina, a pranzo durante la pausa, fotografata con il mio piccolo Nokia qualche anno fa. Qui siamo io e lei ma a volte c’era anche Darryl, di Los Angeles

Giovanni (*quando l’andavo a trovare*: “Marina, andiamo a pranzo?”
Marina (*scherzosa*): “Vabbe’ professo’. Villa Borghese?” Del resto l’ambasciata americana dove lavorava era proprio a due passi.

Marina, in tutti gli anni che ho insegnato IT (Information Technology), ha sempre avuto un’influenza benefica: una medicina, in pratica.

Somiglia moltissimo a Sabrina Ferilli ma con la parlata più romana. La Ferilli, cresciuta a Fiano Romano, vicino a Roma, ha una parlata più ‘burina’ (giornada e non ‘giornata’, passado e non ‘passato’ ecc.), il che rende l’attrice indubbiamente interessante.

Era ed è, Marina, talmente bella, così pura nell’aspetto e nel comportamento, che irradia qualcosa di speciale e quando arrivava all’Elea Spa, una delle società di formazione di cui ero consulente (ormai defunta, purtroppo, dopo la crisi), si scatenava il panico:

“È arrivata Marina! È arrivata Marina!”

Capelli e occhi castani, fare schietto, Marina è una bellezza italiana raggiante e il tipo di “romana” alla Sabrina Ferilli (come già detto sopra). Ma quello che più conta per me è che è stata una delle migliori, più devote e calorose allieve che abbia mai avuto nel corso dei lunghi (e duri) anni di lavoro nell’IT. C’è molto affetto e rispetto tra noi.

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L’attrice Sabrina Ferilli

Flavia [personaggio dei vecchi dialoghi del “Man di Roma”, ndr] è al 60% mia moglie ma è al 40% Marina.

Le due sono simili e, se mia moglie è forse più vicina a Minerva e a Giunone 😲, Marina invece possiede tra le altre cose una qualità speciale che mia moglie non ha:

Marina ride con la risata romana, uno dei migliori esemplari che abbia mai sentito, non scherzo.

Dal vecchio blog Man of Roma:

“Flavia’s ancient Roman laughter pops in the room. It is loud, slightly crass but shining, as it should be and as I hope it will ever and ever be in the future, somewhat like a sympathetic, warm BIG HUG to the world.”

“La risata antica di Flavia schiocca nella stanza. È rumorosa, lievemente volgare ma scintillante, come dovrebbe essere e come spero sempre sarà nel futuro, una specie di espansivo e caldo grande abbraccio al mondo“.

[Mia madre rideva quasi allo stesso modo … ma Anna Magnani, il massimo! 💩, ndr]

Pranzo al sole a Villa Borghese

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Villa Borghese, Roma (credits)

In primavera, durante un pranzo sotto un bel sole a Villa Borghese, con i pini a ombrello tutt’attorno, ci siamo visti di fronte due ricchi vassoi di antipasti misti (fusilli, olive, pomodori, mozzarella, schegge di parmigiano ecc.), il tutto accompagnato da un mezzo bicchiere di vino bianco.

L’appetito ha invogliato alle chiacchiere mentre sia il vino che la primavera, il ver degli antichi. intossicavano a poco a poco l’aria.

Quando è arrivato il momento giusto ho preso il cellulare dalla giacca e ho cominciato a fare un po’ il deficiente (cosa che mi riesce, è noto 😕)

E allora è successo.
Abbiamo riso.
Soprattutto, LEI ha riso.

Beh, non era una delle sue risate migliori – ha visto che ero lì apposta con il cellulare – eppure è una risata romana sana, simpatica, che un minimo rivela la “cultura” della nostra città, con i suoi pro e i suoi contro (come qualsiasi risata è un po’ rivelatrice di qualsiasi cultura, mi sembra sensato affermarlo).

Cliccate su play nella barra audio qui sotto (e giudicate voi).

Dettare (invece di scrivere) al cellulare (oppure al PC). 1

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Il parco di Colle Oppio, con la bella strada che scende gradatamente verso il Colosseo (Di Lalupa – Opera propria, CC BY-SA 3.0 Credits)

Vorrei qui mostrare che invece di digitare faticosamente i nostri pezzi sul cellulare (o sul PC) esiste un metodo alternativo che è faticosissimo all’inizio ma poi diventa facile e molto utile. Trascrivo quanto dettato due giorni fa al mio cellulare, idee necessariamente un po’ sparse e poi corrette (non moltissimo) nel mio studio e con calma.

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“Sono qua al parco di Colle Oppio con la veduta sul Colosseo. Una signora simpatica grida a voce forte:

“A Kalì, vièqquà, non vedi che stai a da’ fastidio ai signori?“

Kalì in effetti stava annusando 5-6 persone che prendevano il sole beate sulle panchine.

Beh, non pensate che il cane si chiami Kali, come la dea indiana con le quattro braccia. No, il suo nome è Caligola – sto sempre dettando – perché i romani, si sa, sono molto attaccati alla storia antica della città eterna. La signora, simpatica e con gli occhi azzurri, è sì carina ma diciamolo anche un po’ rompicoglioni, nel senso solo del rumore che fa, intendiamoci.

Allora mi alzo, le sorrido e mi sposto in una panchina più vicino al Colosseo – di fronte all’entrata della Domus Aurea – per poter dettare in pace gli appunti al mio iPhone.

Dettando (sto dettando) butto giù queste idee per futuri post e altre cose.

Vorrei scrivere:

  • 4 medaglioni, due uomini, Gianvi e Giuseppe (Magister); due donne, Marina e Pauline O’Connor.
  • Come prologo ai quattro medaglioni: “le relazioni tra le persone sono sempre un insegnarsi a vicenda. Non c’è un maestro e l’altro o gli altri zitti e muti. Ci diamo tutti qualcosa, il rapporto è sempre a due o più vie. Siamo tutti cioè mentori l’uno dell’altro.
  • La fruttivendola di un rione vicino (nota 1), morta qualche anno fa, così avrebbe commentato:

“Ma che stai addì, mentore de qua mentore dellà, ma parla come c&ch! che è meglio!!”

Ehm

I 4 medaglioni nei dettagli (sto sempre dettando):

  • Poesia a Gianvincenzo, prima in italiano e poi in inglese, presa dal vecchio blog Man of Roma.
  • Pezzo sul Magister, prima in italiano e poi in inglese.
  • Poi Marina, la mia carissima allieva, con post successivo con la risata romana oppure la SUA risata romana nello stesso post.
  • Infine, Pauline O’Connor, la pianista allieva di Benedetti Michelangeli. Utilizzare il libro delle sue memorie trascritto dal figlio Hugo Belviso, ma soprattutto i miei ricordi di lei e i brani su Michelangeli e sul romanticismo & classicismo (scritti sul mio vecchio blog in inglese); poi lei che sembrava morta poi invece era viva (un po’ patetico, ma vero). Eccetera

Pauline

  • Il pezzo e video mio (in romanesco, imbarazzante) sulla Bibbia del Belli e la proposta a Gianvincenzo della lettura della Divina Commedia: la sua DC è meglio di quella di Benigni, non ho molti dubbi.
  • Altri post, vediamo: Aznavour; il post sul dialogo con Giorgio (il dialogo sui dialoghi, urgh); introdurre i personaggi del blog: i personaggi rinforzano l’idea della dialettica. Ci vuole anche un post semplice e lineare su come funziona la dialettica di Platone, la mia dialettica (addirittura!), quella di Hegel ecc. Lineare cioè come il post di quel polacco su input e output
  • Altri post sull’uso spinto del cellulare con moltissime app, non solo come dettatura che è molto comoda perché si può scrivere passeggiando tranquillamente per la città per la campagna, in un giardino pubblico eccetera.
  • Infine, e chiudo altrimenti non passeggio più, un post su Linux scritto in modo chiaro e semplice in modo che tutti possano capire (anche io). Passo e chiudo
  • C’è poi tutto l’asse pitagorico dei post dal Man of Roma che devo tradurre, dal romanzo in divenire di Massimo Giordano fino a tante altre cose ecc. ecc.
  • Quando poi parlo della scrittura dettata al cellulare posso ovviamente aggiungere che la stessa cosa si può fare con un PC e sempre con un documento di Google o magari provare Siri. Non ho mai visto se Siri è capace di arrivare al livello di Google, in questo, ma non credo. Idem non penso Cortana, di Windows (Microsoft). Spiegare anche il riconoscimento vocale dal punto di vista tecnico informatico, così lo capisco meglio anch’io 🙄
  • Il parco di Villa Celimontana è molto più adatto alla riflessione del parco di Colle Oppio. Qui è meno raccolto. La vista sul Colosseo però è impagabile.

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Il parco di Villa Celimontana, bellissimo (ma senza vista sul Colosseo)

  • Altra cosa importante: inserire qua e là riferimenti al quartiere e ai suoi personaggi: i luoghi, le persone, i bar, i parchi, le piazze, le chiese, e poi le zone vicine: via Merulana, la  multicolore casbah di Roma (piazza Vittorio), il Testaccio eccetera eccetera
  • Infine si possono ricavare dialoghi scontri di opinioni ecc. tra uomini politici, opinionisti, giornalisti, esperti, sempre nello stesso modo, per rafforzare (e praticare) l’idea del dialogo. Prima pagina, su Radio 3, è uno strumento utilissimo e può far risparmiare tempo.
  • Anche un brano con gli estratti più divertenti tratti dai ricordi di Carlo Calcagni.

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Nota 1. Vendeva frutta al mercato dell’Esquilino. Guardava noi giovani e diceva: Ciò du bbelle pere, du cocomeri, du belle Susine, vieqquà a moro … compra qquà. Curioso, la frutta era sempre a coppia. Evvabbè.

Sfascio della scuola (pubblica): le élite ci vogliono caproni? Chiacchierata con Luca Paladini

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Il Giardino degli Aranci sull’Aventino all’imbrunire dove, nelle sere d’estate, la vista sul cupolone è mozzafiato (credits)

In uno scambio precedente, conversando con Kikkakonekka su come evitare gli errori ortografici (da lui e qui), si sono aggiunte annaecamilla e Vitty. Ora, gli antichi passeggiavano e conversavano, tipo Socrate o Aristotele – con la sua scuola peripatetica, itinerante: Περιπατητική Σχολή – e non è strano che mentre scrivo mi immagini tutti e 4 d’estate al Giardino degli Aranci, sul colle Aventino, non lontano dal Tempio di Diana. Il cupolone è meraviglioso al tramonto (e il gelato di Torce’, a viale Aventino, pure 😋).

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Kikkakonekka, visto che tutti scriviamo, se ne esce con: “Quando scrivo il fervore creativo mi fa commettere errori senza che me ne accorga”. MOR: “Usate i Word processor! Propongo i metodi A, B, C blah blah!”. annaecamilla: “Faccio così soprattutto per interviste e recensioni. Ma per tutto il resto butto via come mi viene, con errori. Sono irrecuperabile 😢”. Vitty: “Un amico blogger scrive bene ma trascura sempre l’h di “avere”: il commento ne viene impoverito. Capisco l’importanza dell’ortografia: dovrò cominciare a usare i Wpr. Grazie MOR!”.
MOR: “Penso sempre che se spargiamo le nostre parole per il Web con degli errori ecc. contribuiamo alla diseducazione collettiva”.

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Il Lungomare Regina Margherita, a Brindisi: una lunga via ai bordi del mare (il porto interno) dove la sera si scatena la movida (credits)

Ad un certo punto arriva Luca Paladini, un bell’accento di Lecce, viso franco, poeta ispirato. Stiamo insieme tutti per alcuni minuti, poi gli altri se ne vanno e lasciano MOR e Luca a conversare. Una granita tira l’altra e le menti, se non il corpo, volano a Brindisi (scusami Luca, amo Brindisi per averci lavorato). Attraversano il giardinetto con le belle palme di Piazza Vittorio Emanuele e si dirigono verso il Lungomare Regina Margherita, la passeggiata delle passeggiate a Brindisi, una lunga via lambita dal mare del porto interno che al calare del sole diventa centro della movida cittadina. Sono molte le gelaterie (ancora!) oltre ai ristorantini deliziosi con cucina tipica.

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Luca Paladini, di Lecce. “Di tanto in tanto porto giù un pensiero, meravigliandomi”. Dal suo avatar

Tecnologia. Sì o no?
La “palude” manipolabile

Riporto qui as is, tale e quale (paro paro) il bel dialogo.

luca paladini: Credo che anche ad applicarmi passo dopo passo ad ognuno degli accorgimenti illustrati, passo A, passo B, passo C e poi a seguire tutti gli altri metodi e tutto per uno stesso testo, l’errore mi sfuggirebbe comunque.
Sono dell’idea che quando ancora si scriveva a penna si sbagliava meno e quell’errore sfuggito nella rilettura era subito colto. Davanti ad uno schermo di un pc, del tablet o peggio ancora del telefonino questi, malefici, si perdono inesorabilmente e vengono fuori sempre e solo dopo l’invio. Odiosi!

manofroma: Ah ah ah. Non posso risponderti bene adesso. Comunque sto dettando al mio cellulare. Che siano strumenti malefici, questo è sicuro. Ho abbastanza anni per ricordarmi quanto era bello scrivere con una bella Parker. Oppure, alle elementari, scrivere con pennino e calamaio. Anche se ero un alunno un po’ tardo 🤓

luca paladini: Io sono arrivato a vedere solo il buco nel piano del banco di scuola, che serviva a contenere il calamaio ma il pennino e il calamaio no, neanche l’ombra 😄

manofroma: Se l’erano fregati? 😉
Scherzi a parte, siete venuti dopo di noi, e magari nelle scuole hanno ancora quei vecchi banchi (non voglio fare un discorso politico, ma il potere di ogni colore non sembra tenere a istruire la gente comune e che non ha il privilegio di accedere ad un’istruzione d’élite: più ignoranti meglio è … ).

En passant – sto divagando – i politici di entrambe le tifoserie parlano spesso con disprezzo della “palude, magari in privato, ma ne parlano. La palude che, manipolabile, serve a loro per governare senza grossi problemi. In passato si diceva il popolo bue. Bah, io sono coomunque ottimista.

Tornando al tema, dicevi “sono arrivato a vedere solo il buco nel piano del banco di scuola, che serviva a contenere il calamaio ma il pennino e il calamaio no”.
Beh la tecnologia evolve, anche se troppo in fretta: con la penna a sfera è tutto cambiato. Ora dettiamo ai robot (cell., PC ecc.). MA, scrivere con il pennino a inchiostro era bello.

manofroma: Ti rispondo ancora, dettando al mio dannato IPhone. Poiché questo blog si baserà sempre più su forme di dialogo, ne potrebbe venire un bel dialogo, appunto, da pubblicare qui ma anche altrove, come quello degli errori ortografici, come era l’uso nel mio vecchio blog in inglese (metto un paio di belle foto ecc.).

Blog dialogico.
La tecnologia
ci rende superficiali?

Per cui, se hai altre cose da aggiungere, come certamente ne avrai, fallo, che arricchiamo il tutto. Se non sei d’accordo, incavolati, la dialettica ne trarrà giovamento. Se ti interessano altri argomenti, tranquillo, te ne vai (sei un poeta, non voglio metterti dove magari non vuoi essere); se hai qualche altro / a blogger che potrebbe contribuire, invitalo / a, o restiamo noi due.
Hasta luego
Ora mangio, e poi torno (ma con molta molta calma …)

luca paladini: Magari si tornasse al carta, penna e calamaio.
Non entro in una scuola ormai da trent’anni (tolto le toccate e fuga di quando ci chiamano al voto), sono propenso perciò a pensare i banchi d’oggi non più con il foro sull’angolo superiore per metterci il calamaio ma con l’alloggio per poggiarci l’iPad o un altro tablet, powerbank di supporto compreso per l’alimentazione supplementare. Tornassimo sul serio a quel carta-penna-calamaio.

L’amore per la propria lingua, per la scrittura, per il saper scrivere correttamente ed elegantemente lo si acquisisce iniziando a sporcarsi con l’inchiostro, imparando a dosare il tocco della punta del pennino sul foglio bianco. Oggigiorno la penna a sfera (grande invenzione, per carità) dal tratto perfetto indipendentemente dalla pressione della mano, con la punta che non si inceppa mai e non macchia neanche se ci scrivi per ore e ore o ne strofini come i matti sul foglio, toglie quella bella sensazione di lotta personale per imprimere la parola sul foglio, per vederne in ultimo il risultato nel tema svolto. Ed ecco perché tanta roba che si legge oggi è leggera, manca di passione.

Non parliamo poi di tutto questo battere su tastiere fisiche o peggio su tastiere virtuali che tutt’al più hanno il feedback di ritorno al tatto, tolgono poesia e passione a qualsiasi cosa si scriva.

Che la penna a sfera perfetta sia una volontà del Potere che ci vuole tutti caproni per sottometterci meglio al proprio volere?

Tecnologia
nobilitata dalla Scienza

manofroma: [Scusa, non avevo visto la tua ultima riga. Rispondo alla fine anche a quello.] Tutto questo è verissimo, una persona della mia età non può che condividere. E, l’hai detto del resto tu, non si può fermare il progresso tecnologico.
La scuola, però, per mancanza di fondi e carenze di preparazione degli insegnanti, stenta ad adeguarsi. È noto, il settore educativo pubblico non ce la fa a rivaleggiare con gli stimoli e le nuove diavolerie, ma diciamo pure – se usate bene, utilissime -, il diavolo non è sempre sulfureo 😉

Ci dovrei pensare meglio, essendo stato insegnante di ruolo per 16 anni (lettere) e, successivamente, ingegnere Microsoft delle nuove tecnologie, server vari e reti, sicurezza anti hacker ecc. Voglio dire, bisognerebbe arrivare a una sintesi tra i due mondi, la scienza e la tecnologia. Così di primo acchitto in Italia direi che si fa poca scienza. E troppo umanesimo. Forse da lì si può partire. Che una città come Roma (la capitale!) non abbia un Museo della Scienza la dice lunga sulle nostre carenze. Anche il fatto che siamo ultimi della conoscenza dell’inglese e della matematica, speaks volumes too.

Grazie per aver stimolato il mio pensiero nonché la consapevolezza di non aver riflettuto abbastanza su tutto ciò. Il che è certamente grave, per un informatico letterato.

L’inglese oggi è cruciale

luca paladini: L’inglese (la lingua), il mio cruccio. Mi sono diplomato quale perito informatico che stavo per portare inglese come materia d’esame ed oggi, a distanza di tanti anni, non riesco più a mettere su una frase che non siano le solite frasi fatte where are you from? how old are you? can I go to the bathroom? Is the cat really on the table? Nooo! 😱

Eppure siamo invasi da terminologia english, qualsiasi cosa si acquisti nei manuali trovi sempre inglese e cinese, sul caro world wide web su cento pagine che scorri 99 sono in inglese, le canzoni più in voga sono in inglese, nei menù al ristorante prima l’inglese, tutto lascia presupporre che sia ormai nostro. Niente, non mi entra più. Eh sia, me ne farò una ragione.
Gran bel curriculum Giovanni, complimenti! Al confronto, io che ho fatto per più di vent’anni il tecnicuccio senza arte né parte (da tre mesi a spasso perché la mia figura in azienda era ormai di troppo o troppo scomoda) mi rivedo come una caccola nel naso d’uno re.
Grazie a te per l’interessante chiacchierata 😊.

manofroma: Sto arrivando … dammi 2 min.

manofroma: Dici: Che la penna a sfera perfetta sia una volontà del Potere che ci vuole tutti caproni per sottometterci meglio al proprio volere? Rispondo con un discorso forse confuso, sono successe troppe cose oggi …

Le élite ci vogliono caproni?

Penso proprio, come te, che il potere ci voglia caproni. E le tecnologie certo un po’ ci rimbecilliscono. MA, lo fanno solo se usate male, in modo ascientifico, come si mangia un gelato o si slurpa un popcorn. Ogni cosa bella ecc., ogni tipo di piacere, se andiamo oltre la misura, l’armonia, si trasforma nel suo opposto, il dolore, diceva Seneca.

Quindi concordo con quanto dici sul potere (con la p minuscola, però, altrimenti diviene entità irrazionale: è invece un gruppo di persone di cui si può fare nome e cognome, controllarne – ehm, più o meno – i redditi, le azioni ecc.).

Quindi direi un uso UTILE, di buon senso e soprattutto “scientifico” delle nuove tecnologie (con dentro dosi massicce di matematica, fisica, e arti e musica architettura ecc.! E la scuola ha un ruolo se non scimmiotta l’uso alla popcorn ma dà una formazione seria, com’è suo compito in tutto, del resto. Perché se in aula devo cazzeggiare con un tablet, allora cazzeggio meglio a casa, parliamoci chiaro.

I Sanniti so’ tosti

Espando sui caproni e il potere, ovvero le classi che detengono il potere e che in fondo non gradiscono che la massa si istruisca.

Si tratta di élites istruite a cui non frega un tubo (a qualcuno etico, sì, ma alla gran parte non etica, no) della gente che non ha che la scuola pubblica che poi non forma, non educa. La gente comune, la maggioranza, va così a scatafascio.

Ci sono delle eccezioni che però confermano la regola, come si dice.
Mio genero è molisano, di un paese sperdutissimo che nessuno conosce (solo una strada con alcune case). Ebbene, quest’uomo ormai 35enne è prima diventato assai istruito grazie (1) alla sua volontà – i Sanniti so’ tosti, l’unico popolo che poteva battere i Romani e che si ribellava, si ribellava ma avendo perso i Romani che non ne potevano più hanno fatto terra bruciata di una zona ubertosissima e di un popolo raffinatissimo, e da allora fino ad adesso sono un po’ fuori da tutto – e grazie (2) alla fortuna di avere avuto, a Venafro, ottimi professori. Risultato, ha trovato ottimi lavori in Italia e all’estero (conosce le lingue, tutto da solo!), ed è arrivato con le sue sole forze dove è arrivata mia figlia che veniva da una famiglia istruita e abbiente. Chapeau!

Insomma, al fondo al fondo, e tornando al potere – sono stanco e involuto – l’Italia è sempre stata il paese delle élite, del potere che si è sempre fregiato, a livello alto, di essere al di sopra, au-dessus de la mêlée, al di sopra cioè del livello basso, della canaglia, della maggioranza (che proprio perché tale fa un poco paura). L’Italia, dal Rinascimento in poi (prima con i comuni era diverso) è sempre stata élitista. Lo si nota dai grandi scrittori del Rinascimento, impervi, tutta roba intinta nell’inchiostro di classi sofisticatissime (il rinascimentale e francese Michel de Montaigne invece è molto più popolare, non abbiamo un Montaigne qui che si interroga, che modernamente mostra dubbi, che riflette su tutto, un vero blog del 1500!).

Il popolo qui si cerca di scoraggiarlo, rendendo le cose difficili, astruse: la mancanza di trasparenza [volontà di occultamento, di segretezza, ndr] ci affligge: i siti dei Comuni e dello Stato sono spesso incomprensibili: vai negli uffici e ti trattano come un poveretto imbecille assordandoti di commi, circolari ecc. ecc.

Visto che ero professore di lettere negli Istituti Tecnici e Professionali, I Promessi Sposi sono un campionario attualissimo di ciò: Don Abbondio parlava il latinorum (il latino medievale, lungua franca del passato, come oggi l’inglese) con Renzo e Lucia, povera gente, contadini, così da farli sentire piccoli piccoli e umili e poter così meglio permettere a Don Rodrigo, il nobile potente, di rubare a Renzo la sua futura moglie, portarsela in un castello e divertirsi allegramente con lei, che era dolce, casta e pura.
Quanti ragazzi ricchi di oggi vanno nelle periferie, affascinano le ragazze di là, se le **** e poi le buttano via come un cencio? Moderni Don Rodrighi? “Resurrezione” di Tolstoy è l’esempio sommo di ciò …

Basta. Grazie moltissimo, è stato molto bello, pubblicherò il dialogo 😊

luca paladini: Certo, avrei dovuto scrivere potere con la p minuscola che vive, copula, figlia e governa me tutto nel chiuso della propria casta, nelle camere oscure del proprio microcosmo, da non confondere naturalmente con la politica con la p minuscola (la politica con la P maiuscola è cosa nobile che non ci appartiene più, se mai ci è appartenuta) che del potere è solo un mezzo per muovere le masse a piacimento (guerra, pace, povertà economica e culturale, tutto un muovere di avvenimenti atti a lasciare elitario quel che elitario è, il fine ultimo.

manofroma: Wow, grazie. Fantastico. Sono contento di averti scoperto nel mare magnum del Web! A presto, G

manofroma: L’inglese è cruciale. Imparalo così e così.

manofroma: Mi dispiace che tu sia in questa situazione. Da quello che dici [e dalle poesie che scrivi, ndr] sembri veramente una persona di valore. Dipende anche dagli anni che hai. Ma qualsiasi sia la tua età, niente è mai perduto. Non mollare. Inventati qualcosa. Il tuo settore è fertile. O cambia settore. Anche dedicarsi agli altri fa bene a loro (e a te)

Se mai ti credi perduto, mai perduto sarai.

La convinzione, anche cercata con le unghie e coi denti, spinge sempre avanti.

La mia vita è stata molto dura. Mia madre era sempre malata e ci abbandonò per anni quando eravamo piccoli. In questo articolo di The Notebook – non sono qui per propagandare il mio blog – parlo della forza e come cerco di trovarla.
Qui invece c’è la meravigliosa forza stoica dei Greci e dei Romani loro allievi. Lo stoicismo è oggi una delle filosofie più diffuse al mondo, e sta aiutando tantissima gente. Dovremmo esserne fieri: è il nostro retaggio.
Il messaggio centrale stoico è che se non controlliamo i problemi che ci piombano addosso possiamo tuttavia controllare la nostra reazione ad essi.

luca paladini: Grazie di cuore per il supporto, Giovanni. Devo esserti sincero, ad oggi non ho accusato il colpo, forse ancora devo realizzarlo bene nella sua dimensione, non lo so. Certamente l’intenzione è quella di reinventarmi, fare qualcosa di nuovo che possa ridarmi motivazione, perché altra verità è che ero veramente deluso e frustrato da quanto lasciato alle spalle, tanto che ad un contatto ho rifiutato la proposta che mi è stata offerta (naturalmente peggiorativa rispetto alla posizione lasciata). Devo ora capire dove orientare le vele. Mi citi gli stoici (leggerò certamente tutto quanto mi hai indicato nei collegamenti) e a tal proposito, seguendo l’insegnamento di Seneca, devo poter proteggere l’unica cosa che in natura ci appartiene, il tempo. Devo fare tesoro di questo e trovare il modo di spenderlo al meglio. Ad oggi mi sembra di buttarlo via.
Grazie infinite, un bel regalo l’aver avuto l’opportunità di fare la tua conoscenza. Come a dire: quando meno te lo aspetti qualcosa di bello può sempre accadere 😊

manofroma: Vado a letto. Domanda: posso pubblicare TUTTO? 😴 😴 😴

luca paladini: Certo, non vedo perché no. Una buona notte.

 

 

La storia del nostro amore. Corfù (2)

Corfu By Night
La splendida città di Corfu by night (credits)

“No, la storia del vostro amore noo, anche questa seraaa nooo!!” (siamo quasi all’imbrunire, seduti a cena con vecchi amici nel giardino di una villa toscana con Arezzo sullo sfondo). Il suono dei grilli e delle due ultime cicale viene quasi sopraffatto dalle proteste per una vicenda racconta e ri-raccontata ad nauseam [vedi “Storia del nostro amore 1”].

Non ascolto rimostranze. E comincio inesorabile a raccontare … 😳

ψ

La Storia è qui sotto, per The Notebook arricchita con molti ma molti particolari 🙄

Il giornale

Nino_Longobardi
Nino Longobardi è stato un giornalista, scrittore e conduttore televisivo italiano, opinionista del quotidiano «Il Messaggero». Alla fine della carriera fu assunto da D’Amato in vari ruoli (editorialista di Vita e conduttore di alcune trasmissioni a Tele-Vita). Testo adattato dalla Wiki

Per quasi un anno, prima dell’incontro che capovolse tutta la mia vita, avevo lavorato a un giornale, Vita Sera – di un certo Luigi D’Amato (giornalista, docente e politico) -, che come tutti i giornali della sera usciva il pomeriggio. Era molto comodo per i miei ritmi biologici: mi alzavo molto presto, andavo in redazione a via Parigi 11 e finivo nel tardo pomeriggio. Poi ero libero, giovane com’ero, di scorazzare dedicandomi ad altre cose, tra cui accompagnare al piano una bella pièce d’avanguardia di Nino Lombardo (Macbeth rivisitata, tanta musica (!) perché fondeva Shakespeare e Verdi). Teatrini “off” si chiamavano, – e chiamano, credo. E a Roma, negli anni ’70, a Trastevere e altrove, pullulavano.

Nino Lombardo bravo regista
Il bravissimo regista Nino Lombardo, oggi. Litigammo (per colpa mia). Credits

Il lavoro al giornale era abbastanza duro ma a me piaceva, conoscendo già quasi tutti per aver anni prima lavorato a Roma Notte, altro quotidiano della sera che poi purtroppo chiuse e dove conobbi il carissimo (e umanissimo) Franco Papitto a cui tutti volevano bene e che poi passò a La Repubblica dove lo seguii anni dopo (nonostante lui fosse allora corrispondente da Bruxelles) nella redazione romana diretta in quegli anni da Guglielmo Pepe.

Giorgio (sorseggiando un rosato): “Fesso, potevi fare il giornalista professionista!”
Giovanni: “Sono il campione delle occasioni mancate, lo so, ma quel che ho conosciuto del mondo giornalistico mi ha dato tanto. Fesso sarai tu”.

Ricordo il grande salone openspace popolato da gente intelligente e umoristica (Nino Longobardi in primis) nonostante il proprietario D’Amato – persona peraltro acuta e di grande esperienza – ogni tanto CAZZIASSE giornalisti e collaboratori in modo orrendo, umiliandoli di fronte a tutti.

Verso l’estate mi trovai a cartucce scariche. Lavorare di giorno in redazione e di notte nei teatrini mi aveva stremato ma non era solo questo. Ero entrato nel giornale poco dopo aver finito 13 mesi di naja, 10 dei quali trascorsi in una caserma punitiva per sessantottini dove mi avevano quasi stroncato, vicenda descritta in un brano precedente.

Grecia
Il mare unico della Grecia. Corfù? Forse (public domain pic)

A metà luglio mentre me ne stavo a casa abbastanza depresso mi telefoni tu, Riccardo [voci di impazienza anche sua coprono il canto dei grilli, ndr] e mi chiedi se accompagnarti in Grecia per l’intero mese di agosto.

[Qui il racconto della Storia si astrae dalla cena nella campagna aretina e vola nell'empireo dei ricordi, con qualche folata di zolfo resa forse più lieve dal sottofondo, nello studio di casa mia a Roma, della musica di Keith Jarrett, ndr]

Nasce l’amicizia con Riccardo

Non avendo altri piani colgo la palla al balzo e gli dico in due secondi di sì. Richard rimane di stucco. Non gli era mai successo che uno decidesse in un attimo di un intero mese di vacanze.

“Tipico. Solo ***** fa così”

Impossibile descrivere l’espressione e il tono suoi quando così commentò anni dopo. Mi voleva bene. La mia bizzarria Calcagni (la nonna materna romana di 7 generazioni) evidentemente gli piaceva.

C’eravamo conosciuti a soli 10 anni, alla fine degli anni ’50, quando incontrammo delle difficoltà per l’esame di 5a elementare (allora la scuola non scherzava) e dovemmo ricorrere alle ripetizioni del maestro Ciccarelli, conosciuto in quartiere per le operazioni di ciuco-salvataggio.

Somari a scuola lo eravamo, ma per motivi diversi.

Lui, di famiglia napoletana, era appena arrivato da Como dove aveva vissuto diversi anni per motivo del lavoro del padre. Era quindi spaesato.

Io, di famiglia piemontese romana e toscana, avevo appena avuto l’epatite alimentare di tipo A, che allora era detta itterizia. Un giorno chissà perché mangiai tantissime uova (erano contaminate?). Il giorno successivo, mannaggia, mi ritrovai tutto giallo e rimasi diversi mesi a letto a leggere.

Ma, spaesato lo ero anch’io perché per natura un po’ solitario. Ora, in lui lo spaesamento è stato di breve periodo, la napoletanità aiutandolo rapidamente a integrarsi (i Parioli erano così belli allora, così vissuti da un mare di residenti! Oggi sono purtroppo popolati quasi solo da impiegati che ne affollano vocianti i bei bar 😰).

Dunque spaesato lo ero allora e lo sarò successivamente, nonostante i tanti amici maschi di cui avevo bisogno, circondato com’ero dalle tantissime femmine della famiglia.

Il lamento di papà:

“Mio figlio mi diventerà omosessuale!”

Il Piper Club e Vladimir

Club
Foto di Marcello Linzalone. Credits

Diciamo che un carattere un poco solitario ha comportato anche vantaggi. Prendevo fittoni autistici e così per es. imparai bene l’inglese già a 15 anni; o la chitarra a 12, skill che mi rivendetti 5 anni dopo poiché a 17 anni, assieme a Sergio L., creammo “The Dragons / We Four”, una band che arrivò a suonare addirittura al Piper, il club a quei tempi più famoso d’Italia.

Le ragazze finalmente si inginocchiarono al mio cospetto, ma solo dopo una lunga traversata nell’arido deserto della sfiga, cioè una marcia solitaria senza la … , a voler usare la parola (ehm) nell’uso letterale. Vantaggi, quel tipo di carattere con la testa per aria, ma anche svantaggi, come in tutte le cose (più gli svantaggi, a voler tirar le somme; vedi il post Solitudine positiva e negativa).

Vladimir (sei questo qui?), l’intelligentissimo serbo con cui feci amicizia studiando a Nizza (e che mi disse che una ragazza inglese molto carina era adattissima a me, ma la cosa non successe), Vladimir dicevo, quasi vent’anni dopo l’episodio del maestro Ciccarelli, un giorno mi disse di sé:

“Sono a mio agio dappertutto, e dappertutto a disagio”.

Bello. Mi restò dentro.

Il puzzo dei piedi

Dunque alla fine degli anni ’50 ci conoscemmo, Riccardo ed io, dal maestro Ciccarelli assieme a un gruppetto di altri somari che cercavano di farcela all’esame di 5a elementare. Non dimentichiamoci che l’Italia dell’immediato dopoguerra era molto diversa da quella di oggi (le pecore per Roma, gli zampognari, le processioni con le fiaccole). Mi ricordo un lungo tavolone di bambini malvestiti – molti svantaggiati socialmente – con le faccette da impuniti (saremo stati una quindicina) in gran parte affetti da ADHD, cioè deficit di attenzione e iperattività, che allora si chiamavano semplicemente: ragazzacci, discolacci, piccoli delinquenti, a scelta.

Oggi non scegli: ADHD.

Dunque, facevamo un micidiale casino e Ciccarelli col suo vocione cacciava un urlo e riusciva ad ammutolirci.

Qualche volta.

Indimenticabile quando improvvisamente si sentì un gran puzzo.

“Qui a qualcuno gli puzzano le fette!”

Disse elegante il maestro.

Ci guardammo l’un l’altro sentendoci in colpa. Poi guardammo sotto il tavolo per identificare la fonte dell’insolente emanazione, ognuno cercando disperatamente di scagionarsi. Annusa che ti annusa – un bambino è praticamente un cane, ha i sensi acuiti – vedemmo alla fine dei piedozzi con delle scarpe di cuoio marrone scuro.

Ma … come era possibile?

Risaliamo confusi dalle scarpe alla persona e … tableau! Scoppia un’inconcepibile risata a cui segue, sgangherato, un coro :

Il maestro Ciccarelli!! Il maestro Ciccarellii!!!

Che gioia! Che diluvio di risate! Rimase negli annali il povero Ciccarelli che oramai anziano sentiva un puzzo di fette ma non si accorgeva che era il suo. Personaggio dalla bella pancia e i capelli tinti, Ciccarelli, che però svolse assai bene il suo compito poiché quasi tutti fummo promossi con buoni voti.

Riccardo, cosa ci legò oltre a quell’episodio? (certo, essere seduti vicini a sghignazzare, da cui principiò una bella amicizia resa poi definitiva dal casuale nostro inserimento nella stessa classe alle Medie di via “Boccioni” – il nome già un programma – e al Liceo Classico Goffredo Mameli di via Micheli.

Il tradimento (finisce l’amicizia con Riccardo)

tradimento
Il tradimento contro chi si fida è il peccato più grande per Dante (e non solo). Credits

Ma credo ci legò anche un pizzico di nordicità comune e soprattutto il tuo fare caldo del Sud, il bel calore umano del Mezzogiorno d’Italia di cui ho sempre avuto bisogno nella vita per quel tenace residuo alpino che a volte non concede ai sentimenti.

Tu che quasi a 30 anni dall’epoca del maestro Ciccarelli mi tradirai per mediocre tornaconto (e vigliaccheria); anzi, tradirai soprattutto mia moglie e la sua generosità, meglio ignorare come …

Non so perché ne scrivo ora, sono confuso, questo post mi è costato moltissimo. Comunque, Riccardo, anche oggi che non ti vedo più da tanti anni ti dico che non ti perdonerò mai anche se non posso dimenticare le cose passate insieme e soprattutto il fatto che hai reso possibile l’incontro con la donna che mi ha cambiato l’esistenza.

Se leggi, come forse leggerai, ascolta e ricorda …

La partenza

Fine della Via Appia a Brindisi
La fine della via Appia a Brindisi, con i resti delle due colonne che danno sul canale che protegge le navi che arrivono e partono

Dunque i primi d’agosto della fine degli anni ’70 entriamo con armi e bagagli (pochissimi) nella Renault 5 di Richard e lui imperterrito guida fino a Brindisi neanche troppo piano (una guida sparata-calma, una cosa incredibile), cioè fino a Brundisium (o Βρεντεσιον, per i Greci), dove finiva (e finisce in due colonne ammalianti) la regina viarum via Appia poiché laggiù gli antichi Romani si imbarcavano per veleggiare verso il fascinoso e culturalmente più evoluto Oriente mediterraneo (Egitto, Grecia, Cirenaica, Asia Minore ecc.) e dove noi emuli degli antichi (vabbè) imbarchiamo la macchina e noi stessi su un traghetto diretto all’isola di Corfù.

La famiglia di Riccardo era proprietaria di un piccolo appartamento che era stato affittato a due studenti greci che frequentavano l’Università Sapienza di Roma (moltissimi Greci studiavano e studiano nel Belpaese e conoscono l’italiano).

Arrivati nella stupenda città di Corfù (Κέρκυρα, Kérkyra), la capitale dell’isola dallo stesso nome (le nostre due figlie, poverette, tra i vari nomi hanno anche Kérkyra 🙀 ), andammo a trovare questi due ragazzi greci e i loro genitori. I ragazzi schizzarono via, desiderosi di rivedere i loro vecchi amici, è naturale, e non li rivedemmo più; e i genitori ci accolsero a braccia veramente aperte: a parte la lingua, ci sembrava veramente di stare tra italiani.

“Una faccia una razza”

Si diceva (e si dice) sempre da quelle parti, per sottolineare la consanguineità delle due culle dell’Occidente (vedi 1, 2, 3, 4 ecc. ecc. ecc. 😴)

L’isola e la città erano stupende …

[continua]

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Piacere, gioia e dolore. Ma la vera gioia è austera

Concert dancing

Oggi il mondo ci alletta in mille modi. Possiamo mangiare fino a scoppiare, fare shopping compulsivo in modi impensabili solo pochi anni fa, abboffarci di oggetti tecnologici, viaggiare in auto treno aereo in luoghi esotici quando prima non ci si spostava mai, possiamo vestirci nei modi più ricchi e fantasiosi (i vestiti prima si facevano a casa e ogni figlio più piccolo riceveva gli abiti dei più grandi raggiustati).

Possiamo ingolfarci di musica spettacoli film ecc. dal divano di casa o fuori, partecipare a feste concerti cenoni, praticare il sesso liberamente purché in modo consensuale (assurdo, oggi bisogna specificarlo) ecc. ecc. La lista è molto lunga.

Eppure, la gente è sempre più angosciata e infelice. I mille piaceri e gioie a disposizione sembrano produrre il loro contrario, il dolore.

Come è possibile?

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Ora poiché la specie Homo Sapiens è la stessa da 150.000 anni e oltre mi sembra lecito interrogare i nostri cari antenati di duemila anni fa (un battito di ciglia) alla ricerca di risposte fuori dal coro.

Al tempo di Lucio Anneo Seneca, quando l’imperatore era Nerone, i problemi erano per fortuna molto simili, mutatis mutandis. Dico per fortuna perché così forse possiamo capirci qualcosa.

Roma era sempre più potente e vedeva affluire immense ricchezze dalle province del suo impero (nota 1). Ne potevano usufruire strati sempre più ampi della popolazione che si permettevano cose inimmaginabili solo poche generazioni addietro – nella Capitale dell’Impero, certamente, ma non solo.

Frequentavano terme sontuose, andavano al mare per la tintarella, indulgevano in cene interminabili, facevano sesso a tutto spiano (i Romani pagani erano più liberi dei cristiani anche se i costumi erano più austeri ai tempi della prima repubblica), la ghiottoneria nelle dette cene dilagava, feste e spettacoli gratuiti venivano offerti quasi ogni giorno (mediamente un giorno sì e uno no!! E’ il calcolo dello storico francese Jérôme Carcopino). Ecc., ecc.

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Moderna rapprentazione di banchetto romano crapulone

Seneca osserva la società del suo tempo e vede che molta gente salta da una cosa all’altra, da una gioia all’altra, è sospinta da piaceri effimeri e passeggeri ed egli considera tutto questo un male perché questa folle rincorsa non può che generare ansia e dolore (si pensi alla pena dei lussuriosi di Dante, sospinti senza pace da un vento di qua, di là, di giù, di sù, e che rispecchia l’idea della dipendenza che non dà mai tregua).

La vera gioia duratura, per Seneca, è invece dentro di noi, è nella libertà dalle dipendenze che ci rendono schiavi, è nella meditazione, nella moderazione, nel controllo di noi stessi e delle nostre scelte (la “centralina di controllo” di cui parla la mamma stoica). E’ questa la via per sfuggire al grande marasma dell’epoca sua (e nostra).

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Dice il filosofo al suo amico e allievo Lucilio (lettera 23):

Prima di tutto, caro Lucilio, impara a gioire […] Tu credi proprio che io ti voglia togliere molti piaceri …. ? Al contrario, desidero che non ti manchi mai la gioia, anzi che ti nasca in casa; e nascerà, purché essa sia dentro a te stesso. Le altre forme di contentezza non riempiono il cuore, sono esteriori e vane […]

Credimi, la vera gioia è austera […]

Vorrei che anche tu possedessi questa gioia: essa non ti verrà mai meno, una volta che ne avrai trovato la sorgente. I metalli di scarso valore si trovano a fior di terra; quelli preziosi si nascondono nelle profondità del sottosuolo, ma daranno una soddisfazione più piena alla tenacia di chi riesce ad estrarli. Le cose di cui si diletta il popolino danno un piacere effimero e a fior di pelle; e qualunque gioia che viene dall’esterno è inconsistente. Questa di cui parlo e a cui tento di condurti è una gioia duratura, che nasce e si espande dal di dentro.

Ti scongiuro, carissimo Lucilio, fa’ la sola cosa che può darti la felicità: disprezza e calpesta codesti beni che vengono dal di fuori, che ti sono promessi da questo o che speri da quello; mira al vero bene e gioisci di ciò che ti appartiene.

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Busto di Seneca

Mi domandi che cosa ti appartiene? Sei tu stesso e la parte migliore di te. Anche questo nostro povero corpo, senza il quale non possiamo far niente, consideralo una cosa piuttosto necessaria che importante. Esso tende a piaceri vani e passeggeri, seguiti poi dal pentimento e destinati, se manca il freno di una grande moderazione, a passare al loro contrario: intendo dire che

il piacere sta in bilico, e se non ha misura si volge in dolore.

Ma è difficile avere il senso della misura riguardo a ciò che si crede un bene. Solo il desiderio del vero bene, per quanto grande, è senza pericoli.

Mi chiedi che cos’è questo vero bene, e donde ha origine? Te lo dirò, nasce dalla buona coscienza, dai pensieri onesti e dal retto operare,

dal disprezzo degli avvenimenti fortuiti, dal sereno e costante sviluppo di un’esistenza che batte sempre la stessa via. Infatti coloro che saltano da un proposito all’altro o, peggio, si fanno trascinare da una qualunque circostanza, sempre incerti e vaganti, come possono avere una condotta sicura e stabile?

Sono pochi quelli che decidono saggiamente su se stessi e sulle proprie cose. Tutti gli altri, a somiglianza degli oggetti che galleggiano nei fiumi, non vanno da sé, ma sono trasportati.

Alcuni, dove la corrente è più lenta, sono spinti mollemente; altri sono travolti dalla corrente più rapida; altri sono depositati vicino alla riva, dove la corrente si affievolisce; altri infine sono scagliati in mare con moto impetuoso. Dunque, dobbiamo stabilire ciò che vogliamo ed essere perseveranti nella decisione presa.

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Per approfondire, su questo blog:

Quando la passione ci divora
Come si può riuscire a vivere meglio?
Disgrazie? Paure? Dolori? Chiedi aiuto agli antichi romani
Giorgiana, l’autostima e la mamma stoica

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Testo integrale delle meravigliose Lettere a Lucilio di Seneca

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(Nota 1) Quanto alle classi più ricche il colonnello Stanislas Marie César Famin scrive:

“Ogni contrada del mondo conosciuto contribuì a servire lo sconsiderato e folle lusso dei romani. L’India inviava loro collane di perle raffinate e del valore di numerosi milioni di sesterzi; l’Arabia i suoi più dolci profumi; Alessandria, Tiro e l’Asia Minore preziosi broccati trapunti di oro e seta; Sidone i suoi specchi di metallo e vetro. Altre nazioni inviavano a Roma porpora, oro, argento, bronzo e ogni prodotto sia dell’arte che della natura, i vini più preziosi e gli animali più rari. All’epoca del secondo Scipione uomini di grande autorità vennero visti dilapidare le proprie sostanze con favoriti/e, altri con cortigiane, o in concerti e festini dispendiosi avendo assorbito i gusti greci nel corso delle guerre persiane; tale disordine divenne follia presso i giovani”.

Greci e Romani ci parlano ancora. Settimana Stoica a Londra il 1 ottobre 2018

Modern Stoicism

Incredibile il lavoro che questa gente sta facendo sulla filosofia stoica, una filosofia estremamente pratica e con i piedi per terra. Guardate questa impressionante lista di articoli.

Come italiani dovremmo essere fieri del successo internazionale (non solo anglosassone) di questa filosofia, visto che tali idee, nate in terra greca 2300 anni fa, sono poi fiorite a Roma (Seneca, Musonio Rufo, Epitteto e Marco Aurelio) e da Roma successivamente trasmesse a tutto l’Occidente.

Se Meredith Kunz me ne dà il permesso tradurrò qualche altro articolo di questa perspicace “mamma stoica” californiana.

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Dal 2012 si tiene ogni anno lo Stoicon, nella cui cornice (se ho ben capito) si svolge la Settimana Stoica organizzata dal gruppo Modern Stoicism. Vi partecipano, con conferenze e workshop, fior fior di studiosi e appassionati di questa arte del ben vivere. Nel 2018 la Settimana Stoica si terrà dall’1 al 7 ottobre a Londra. Qui i dettagli.

Giorgiana, l’autostima e la mamma stoica

Marcus Aurelius
Marco Aurelio, imperatore e filosofo stoico

Giorgiana nel suo E tu? Come ti senti oggi? ha scritto: “Fermati a pensare, prenditi qualche minuto di pausa e guardati dentro … Come tratti te stesso/a, che parole e pensieri ti stai rivolgendo? Sii gentile, sii gentile con te stesso/a, devi essere tu per primo/a a farlo e non permettere a nessuno di farti sentire inferiore.
Smetti di giudicarti e criticarti per cose passate, amati, ammirati per tutto ciò che sei riuscito/a a superare, PERDONATI e vai avanti col sorriso.
Sei bellissimo/a così come sei, tutti lo siamo. Fai pace con te stesso/a e adesso, oggi, comincia a fare qualcosa per cambiare ciò che vorresti. Inizia col rivolgerti parole gentili…

Giovanni. Molto vero, molto bello (e molto utile). La stima di sé. Ho sempre creduto in questo principio, non so come chiamarlo, di “volontarismo psicologico”. In generale gli antichi Romani (antenati non solo miei ma anche tuoi, credo) dicevano: spesso non controlliamo gli eventi esterni (disgrazie, maldicenze ecc.) ma possiamo cercare di controllare la nostra reazione ad essi. Era la filosofia stoica, che oggi ha molto successo nel mondo perché insegna in modo pratico, senza intellettualismi, a vivere bene.

Giorgiana. Ti ringrazio per questo tuo commento. Non possiamo controllare gli eventi esterni (famiglia inclusa), ma possiamo controllare e cambiare le circostanze e in un certo senso questa è una forma di libertà, che bisogna sfruttare.  Sì, il nostro modo di agire e pensare è ciò che fa la differenza. Come mi sento oggi è una mia scelta.

Giovanni. E’ chiaro che possiamo cambiare le circostanze di tantissime cose (e dobbiamo farlo), ma non di tutte. Per esempio, se un albero cade sulla nostra macchina e la sfracassa non resta che far buon viso a cattiva sorte, come si dice.
Non sono un esperto di stoicismo, sto solo cercando di capire. Qui ne parlo nel mio blog.

 

Meredith Kunz, the Stoic Mom

 

Sentiamo cosa ha da dire in proposito Meredith Kunz, scrittrice della California settentrionale, madre di due figlie e autrice del bel blog The Stoic Mom:

Sono seduta fuori all’ombra di una quercia di 200 anni. È una calda giornata estiva. Guardo le mie due figlie nuotare mentre penso allo stoicismo e alla felicità. Sento le loro risate e gli schizzi, le foglie che frusciano, il ronzio delle macchine che passano.

Mi guardo attorno e so che ho molto di cui essere grata: la mia famiglia, la casa, il lavoro, il benessere fisico, tra le altre cose. Prima però di iniziare con lo Stoicismo non la vedevo così. Badavo solo a ciò che mancava, a ciò che non c’era o che non andava sufficientemente bene.

Attribuisco alle idee stoiche il fatto che posso fermarmi e provare gioia in quest’attimo presente – con la chiara consapevolezza che passerà come tutti gli altri.

È un attimo che mi sono ben sudata. Nel corso degli anni ero oppressa da ansie e insicurezze. Crescendo ero intelligente, intellettuale, il che mi rendeva diversa dalla maggior parte degli altri bambini. Fui spinta a dimostrare quanto valevo attraverso il riconoscimento del mio valore come studente più brava. Per motivarmi ho attinto al potere del pensiero negativo. Temevo il fallimento. Una voce nella mia testa mi parlava severamente per disciplinarmi e spingermi avanti.

Funzionò. Studiai duro e dimostrai il mio valore. Ho continuato a conseguire risultati accademici e ho preso lauree nelle migliori università.

Ma, un risultato simile mi aveva resa contenta e soddisfatta, o felice, in altre parole? Non esattamente. Ero ancora preoccupata e incerta rispetto alle scelte e alla mia incapacità di controllare molte cose della vita che pensavo di dover essere in grado di gestire. Atteggiamento che non mutò fino a quando non iniziai a studiare la filosofia stoica.

La conoscenza, acquisita grazie allo stoicismo, che non si possono mai controllare i pensieri, le emozioni o le azioni degli altri è stata una grande liberazione. Non sento più la pressione per gestire o manipolare tali cose, il che ha notevolmente ridotto una serie di ansie.

Mi colpisce di meno quando gli altri mi giudicano o si comportano in modi che non mi piacciono. Le persone hanno i loro progetti e problemi. Come sottolinea Marco Aurelio, molti si allontanano dalle facoltà razionali e non conoscono la differenza tra il bene e il male.

Oggi faccio affidamento il più possibile su una mia “centralina di controllo” per prendere le decisioni. Faccio quello che penso sia giusto, e cerco di non soffermarmi sui giudizi altrui o confrontarmi con tutti gli altri. Soprattutto, non uso le lodi (o le critiche) altrui come fonte della mia autostima come essere umano. E sono molto più appagata, di conseguenza.

“Che differenza farà per me se qualcun altro mi critica per azioni che erano giuste e rette? Non farà alcuna differenza “, ci ricorda Marco Aurelio (Meditazioni 10, 13).

Insegno questo approccio ai miei figli. Li ho resi consapevoli della “dicotomia del controllo”. Condivido idee [nel blog The Stoic Mom, ndr] per compiere scelte sagge e coraggiose. Cerco di dimostrare che l’umorismo e la felicità si possono trovare anche in circostanze difficili.

Breve è la nostra esistenza in questo vasto universo. I pensatori stoici ci ricordano spesso anche questo. Tuttavia, attingendo ai principi chiave dello stoicismo possiamo vivere la gioia in questo momento fugace.

La Francia, l’Italia e l’eredità di Roma

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Moda francese stile impero. Courtesy of http://www.metmuseum.org

 

L’eredità di Roma è più grande di quanto pensiamo – lingua, letteratura, diritto, sistemi di governo, architettura, ingegneria, medicina, sport, arte ecc. – e l’Impero romano è stato un potente mito nel corso dei secoli.

Dopo la caduta, nel 476 d.C., dell’Impero romano d’Occidente il Sacro Romano Impero prese a risorgere quando nell’800 d.C. Papa Leone III incoronò a Roma Carlo Magno “Imperatore e Augusto dei Romani” (Augustus Imperator Romanorum gubernans Imperium).

Tale risorto impero, prima franco, poi germanico e infine austriaco (dissoltosi solo nel 1806) si considerava l’erede della “Prima Roma” (l’Impero romano originale), mentre l’ellenizzato Impero romano d’Oriente, con capitale Bisanzio, era chiamato la “Seconda Roma” e durò molto più a lungo dell’Impero romano d’Occidente.

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Quando nel 1453 d.C. anche la “Seconda Roma” cadde sotto i colpi degli Ottomani il conquistatore Maometto II pensò di continuare il potere (e l’idea) di Roma e cercò di “unificare l’Impero”, sebbene la sua marcia verso l’Italia venne arrestata nel 1480 dagli eserciti del Papa e di Napoli. Dunque persino i Turchi cercarono di ricostituire l’Impero di Roma.

Caduta la “Seconda Roma” qualcuno cominciò a considerare Mosca come la “Terza Roma”, dal momento che gli zar russi si sentivano gli eredi della tradizione cristiana ortodossa dell’Impero romano d’Oriente.

[Ricordiamo altresì che i sovrani dei due grandi imperi continentali dissoltisi con la prima guerra mondiale, l’impero tedesco e quello russo, portavano rispettivamente il nome di Kaiser e Tsar, cioè “Cesare” nelle loro lingue]

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Caspita, ma quanti eredi di Roma! Sembra un gioco storico bislacco.

Non lo è.

Vediamo se altre nazioni hanno rivendicato l’eredità di Roma.

 

I Vittoriani, gli Italiani e gli Stati Uniti

I britannici vittoriani, ad esempio, si sono sempre sentiti i successori spirituali dei Romani.

Un magnifico articolo sul Victorianist approfondisce il legame tra i vittoriani e l’antica Roma, con numerose note che costituiscono una buona bibliografia sull’argomento. Vi si cita, tra l’altro, Henry John Newbolt (poeta e politico inglese, 1862 – 1938) che a proposito della sua personale esperienza nelle scuole vittoriane del tempo scrisse:

“Vi era un canone romano, particolarmente adatto ai bisogni dello scolaro inglese […] che richiedeva a noi […] le virtù di leadership, coraggio e indipendenza; il sacrificio di interessi egoistici all’ideale della fratellanza e al futuro della razza. […] [In breve,] al fine di impersonare l’Uomo Oraziano nel mondo, il gentiluomo [doveva ispirarsi] allo stile alto romano che faceva dello stoicismo un’arte raffinata, quasi una religione”.

Anche i patrioti italiani risorgimentali che unificarono l’Italia si ispirarono a Roma. Per non parlare del dittatore italiano Benito Mussolini.

Sia i patrioti italiani che i fascisti si sentivano in sostanza gli eredi dell’antica Roma e i creatori (ancora!) di una “Terza Roma”: dopo la capitale del mondo pagano e dopo la capitale del cattolicesimo Roma doveva essere la capitale di un Nuovo Mondo.

Un’idea sproporzionata, non c’è dubbio.

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E gli Americani? Beh, gli Americani trovano spesso somiglianze tra la loro super-potenza e la super-potenza del mondo antico: basta digitare su Google America new Rome per ottenere una lista interessante di risultati. La Costituzione Americana del resto si ispirò alla Repubblica antico-romana (nota 1), gli edifici del governo a Washington vennero eretti in stile neo-romano ecc.

[Curioso il caso di George Washington che, come Cincinnato, lasciò il potere per tornare ad occuparsi della sua fattoria. Qui sotto lo scultore Horatio Greenough lo ritrae nel 1840 quasi come un dio romano]

Washington

 

Oggi parleremo però della Francia (omettendo la Spagna per motivi di brevità).

Ha la Francia mai rivendicato l’eredità di Roma?

 

Il primo impero francese

La Francia ha assorbito molti elementi da Roma a seguito della conquista della Gallia da parte di Giulio Cesare: lingua, abitudini alimentari, comportamenti, geni, tecnologie e un atteggiamento estetico di fondo, tra le altre cose.

Abbiamo già parlato di Carlo Magno e della (ri)nascita del Sacro Romano Impero d’Occidente (che irritò l’Impero romano d’Oriente ancora in vita). Ci sono anche indizi importanti come le somiglianze tra la Legione straniera francese e le legioni romane per quel che riguarda l’addestramento, le abitudini di combattimento, la gestione del territorio (costruzione di strade ecc.) e così via.

Più significativa però è la tradizione statale di Roma che secondo numerosi studiosi venne conservata nel centralismo monarchico francese (nota 2) e nello spirito nazionale statale del popolo francese.

La persona che consolidò tale statalismo e centralismo (poi proseguito imperterrito nei secoli) fu Luigi XIV (1638 – 1715: “l’Etat c’est moi!”), uno dei re più grandi di sempre. Chiamato Re Sole (le Roi Soleil) venne associato ad Apollo Helios, il dio greco-romano del Sole (e il culto principale del tardo Impero romano). Le Roi Soleil incoraggiò tra l’altro anche il classicismo nelle arti e Voltaire lo paragonò all’imperatore romano Augusto.

Altri grandi personaggi come Napoleone Bonaparte portano tracce dell’eredità romana.

Napoleone si ispirò inizialmente alla Repubblica romana diventando primo console della Repubblica francese. Quindi il 2 dicembre 1804 ricevette la corona da Papa Pio VII (a Parigi, questa volta, e non a Roma come ne caso di Carlo Magno) e divenne Imperatore del popolo francese incoraggiando uno stile imperiale classico (neoclassico) nell’architettura, nelle arti decorative, nei mobili e persino negli abiti femminili ispirati alle tuniche della Grecia antica portate come allora liberamente senza busti e steccati, uno stile presto popolare nella maggior parte dell’Europa e delle sue colonie anche dopo la caduta di Bonaparte.

Scrive Il Costume e la moda:

"La vita fu portata sotto al seno, la scollatura abbassata, i vestiti alla greca chiamati "alla Flora", "alla Diana", all'Onfale" erano talmente sottili che non c'era posto per le tasche e si dovette inventare una borsetta a sacchetto, detta alla latina reticule. I piedi erano calzati da coturni, le teste acconciate alla greca e fasciate da bende ricamate, il corpo così esibito esaltava la giovinezza e la bellezza delle forme, certamente ispirandosi alla statuaria greca del periodo classico.

Napoleone Bonaparte [...] finanziò il Journal des Dames et des Modes, un periodico che conteneva numerose tavole illustrate e che contribuì alla diffusione del gusto".

 

Erede di Roma

Napoleone si identificava con Giulio Cesare, ne studiava continuamente le opere e riuscì a diventare uno dei più grandi generali di sempre, assieme a Cesare e ad Alessandro Magno.

Molti intellettuali francesi hanno sempre guardato all’eredità di Roma. Nell’Histoire d’un crime Victor Hugo (1802 – 1885) scrisse:

“Ogni uomo di cuore ha due patrie in questo secolo: la Roma del passato e la Parigi di oggi”.

Quest’antica patria associata a quella moderna presuppone che la Francia sia in effetti l’erede di Roma.

 

Francesi e Italiani. Chi invidia chi?

Andando un poco fuori tema e spostando l’attenzione sul rapporto tra italiani e francesi si può cercare di indagare, perché no, il tema dell’invidia tra i due paesi.

Scrive Antonio Gramsci nel Quaderno 28:

La Francia rappresentò un mito per la democrazia italiana, la trasfigurazione in un modello straniero di ciò che la democrazia italiana non era mai riuscita a fare [...] La Francia era la Rivoluzione francese [...] era la partecipazione delle masse popolari alla vita politica e statale, era l’esistenza di forti correnti d’opinione, la sprovincializzazione dei partiti, il decoro dell’attività parlamentare ecc., cose che non esistevano in Italia [...] Ma non era francofilia nel senso tecnico e politico: anzi c’era, proprio in questi democratici, molta invidia per la Francia [...]

Aggiungerei più semplicemente che anche i nostri cugini francesi provano invidia quando considerano la ricchezza storica italiana, la bellezza delle nostre città ecc. Un’invidia che emerge ogni volta che facciamo qualcosa meglio: col calcio, la Ferrari, la diffusione mondiale della nostra cucina e moda e così via.

Ψ

Facciamoci però un favore. Siamo onesti.

Se i francesi ci invidiano, noi li invidiamo di più.

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Note.

(1) Sull’influenza che gli antichi Greci e Romani ebbero sui Padri fondatori della Repubblica americana:
Carl J. Richard, The Founders and the Classics: Greece, Rome, and the American Enlightenment.
Carl J. Richard, Greeks & Romans Bearing Gifts: How the Ancients Inspired the Founding Fathers.

(2) Un interessante articolo del New York Times del 14 febbraio del 1864 in cui si parla dell’eccessiva centralizzazione dello Stato Francese e se ne tracciano la origini. La cosa colpiva molto gli Americani che vivevano e vivono in uno stato decentrato federale fin dagli inizi della Repubblica americana. Ne traduciamo un brano:

La centralizzazione è il potere onnipresente dello Stato che con la scusa di un’eccessiva preoccupazione per il benessere dell’individuo lo spoglia d’ogni responsabilità municipale e lo riduce alla condizione d’automa che vive si muove e conduce la propria vita semplicemente come la vuole l’autorità sovrana.

È difficile per un americano di qui concepire quanto possa essere castrante e demoralizzante il sistema in vigore in Francia. Quando Luigi XIV esclamò “L’etat, c’est moi” esistevano ancora i parlamenti francesi delle province; e sebbene la Monarchia fosse dispotica la gente possedeva alcuni privilegi corporativi. Ma oggi, a metà del XIX secolo e sotto l’imperialismo democratico dei Buonaparte, come stanno le cose? Per quale ragione non c’è in Francia un prefetto dipartimentale o municipale che non sia indicato dall’Esecutivo; non c’è un sindaco in tutto l’Impero, dai quaranta sindaci delle metropoli al più umile sindaco della più oscura comunità, che non sia un candidato dell’Esecutivo; e non c’è un maestro di villaggio dalla Manica ai Pirenei che non sia nominato dall’Esecutivo […]