Confidarsi con una cara amica virtuale fa bene

Giovanni:

Cara Vitty, come ho raccontato altrove in questo blog mio nonno Mario era stato un industriale idroelettrico. Veniva da una realtà di campagna abbastanza modesta (il paese di Cavour, in Piemonte) e aveva quindi fatto tutto da solo. Era un po’ l’eroe di famiglia, anche perché era coltissimo, scienziato, poeta e conoscitore dell’archeologia e delle principali lingue moderne e antiche. Pensa che anche il re una volta venne a visitare i suoi stabilimenti.

Mio padre nacque a Carrara perché il nonno lì lavorava in quel periodo. Quando vi fu il famoso biennio rosso (1920-21) e quando molti italiani pensarono di fare la rivoluzione come in Russia – notevole fu il movimento dell’Ordine Nuovo capitanato da Gramsci, Togliatti, Tasca e Terracini – molte persone di Carrara, allora e sempre un focolaio rivoluzionario, circondarono la casa dei miei nonni con delle fiaccole gridando:

“Morte ai padroni!! Vi bruceremo tutti vivi!!”.

Evidentemente ciò non successe altrimenti non sarei qui a scrivere queste cose. Ora mio padre in quella notte terribile aveva 10 anni (mi immagino la notte illuminata dalle fiaccole, le urla della folla, lui atterrito che guardava dalla finestra). Puoi bene immaginare quanto la cosa lo colpì nel profondo del cuore. Da allora quando vedeva rosso gli veniva uno sturbo proprio come ai tori ed è comprensibile il dolore che gli diedi molti anni dopo.

Ma andiamo per gradi.

Il prescelto?

Arturo_Benedetti_Michelangeli_1960cr
Il grande Arturo Benedetti Michelangeli. La mia maestra di piano era non a caso l’ugualmente grande Pauline O’Connor. Non che le sue lezioni costassero molto. Ma stava ad Arezzo, e io a Roma

Passano tanti anni – il nonno ormai aveva perso tutto perché mise la sua fortuna in Buoni del Tesoro non prevedendo la sconfitta dell’Italia – e io nasco nel dopoguerra. Ora, siccome suonavo bene la chitarra e cantavo (il mio gruppo, The Dragons / We four, suonò al Piper Club per un certo periodo) e siccome nella mia famiglia c’era come un alone, un sentirsi “i prescelti” (nel quadro dell’ideologia protestante della famiglia di cui ho parlato altrove: vedi la nota 1 sotto, sennò non si capisce nulla del seguito), pensai di essere “un prescelto” anch’io, almeno nella musica, e mio padre quasi quasi ci credette, lui che non mi aveva mai considerato tale, prescelta era solo mia sorella (non che lei c’entrasse, il meccanismo era in lui e lei inconsapevole, ma certo lei un poco ne profittò).

Cominciai pertanto a prendere lezioni di pianoforte.

Niente rock, puah! Per papà – ma ancor più per me stesso – non c’erano mezze misure, potevo solo essere un novello Benedetti Michelangeli, il più grande pianista vivente a quel tempo 😫 😫 – con la fiducia incrollabile nel mio essere il Novello Divo prescelto da un Dio imperscrutabile.

Ora, a 18 anni, cominciare con uno strumento nuovo era una follia, e non parliamo dell’obiettivo sommo … ).

Ma io mi intestardii (e dunque fallii).

La mia maestra di piano (Pauline O’Connor, eccezionale, australiana), e che un poco mi apprezzava, mi disse:

“Sei dotato musicalmente, ma fisicamente le tue mani non si adattano a questo nuovo strumento: non potrai mai fare il concertista”.

La Boheme, Giuseppe (e un filosofo)

Per me fu un crollo reso ancora più duro perché avvenuto poco dopo una cocente delusione amorosa. Me ne andai di casa, a vivere a Trastevere in un appartamentino con coinquilini, a condurre la vita della Bohème mangiando pomodori e patate, rubacchiando qualche spicciolo in famiglia e frequentando prevalentemente americani che lì vivevano numerosi e che furono perlomeno utili per il mio inglese.

Poi un giorno e sempre a Trastevere incontrai un certo Giuseppe, Peppino, un molisano geniale di Montenero di Bisaccia (Termoli), che mi parlò di Gramsci e mi spinse a leggerlo.

Scoprii un mondo pazzesco. Tutte le cose che avevo imparato svogliatamente a scuola (e che mio padre aveva cercato invano di insegnarmi) prendevano vita. Divenni un appassionato di politica, poesia, letteratura e di storia, perché la storia (come Gramsci scrisse dal carcere al figlio Delio, forse poco prima di morire)  …

“riguarda gli uomini viventi e tutto ciò che riguarda gli uomini, quanti più uomini è possibile, tutti gli uomini del mondo in quanto si uniscono tra loro in società e lavorano e lottano e migliorano sé stessi, non può non piacerti più di ogni altra cosa”.

Povero papà. Quello stesso Gramsci che organizzava la rivoluzione a Torino nell’anno in cui la sua casa veniva circondata e quasi data alle fiamme, quello stesso Gramsci, assieme a Giuseppe, era diventato il mio mentore spirituale.

Quando mi iscrissi al Partito Comunista una parte del suo cuore mi cancellò per sempre.

Erano i cosiddetti anni di piombo, in Italia, e la mia colpa più grave fu quella di disturbare con un altoparlante un comizio del potentissimo Forlani. Ciò avvenne in Molise, e sempre a Termoli. Il comandante locale dei Carabinieri impallidì di fronte al terribile misfatto (temeva credo per la sua carriera) e si segnò con sguardo vendicativo il numero della mia targa.

Non so esattamente cosa successe ma dovetti affrontare le conseguenze del mio atto.

Quando arrivarono i giorni del servizio militare mio cognato Tonino, figlio di una medaglia d’oro vivente e quindi in contatto con le altissime sfere militari, mi spinse a fare solo il corso sottufficiali: temeva che contaminassi le forze armate? E papà, che ruolo ebbe? Volevano raschiarmi a forza il comunismo? Non sapevano che ero gramsciano, quindi eurocomunista, dunque non un estremista. Ma per papà, dopo la sua avventura terribile a 10 anni, immagino, il comunista era come un negro: puoi essere molto nero, o lievemente mulatto: sempre negro sei.

Comunque andarono le cose un bel giorno venni convocato da un maresciallo grassoccio il quale, visto l’incartamento che mi riguardava, sussultò come se un insetto l’avesse punto; quindi, fatto un breve discorso, mi congedò. Tempo qualche settimana partii e dopo alcuni mesi di addestramento fui inviato ad Aquileia, in Friuli, in una sorta di caserma di rieducazione.

Fu un periodo durissimo della mia vita, che quasi mi stroncò. Ci umiliavano e non ci facevano mai dormire (venni degradato di fronte a tutti, perché mi ero addormentato sfinito). Ci impegnavano con guardie e servizi a tutto randello e con libera uscita solo un pomeriggio ogni 15 gg. Scorgevamo le stupende giovani friulane, ma come erano possibili le amicizie, con un: “Ci vediamo tra due settimane, pupa!” 😦

Tornato dal militare ero esaurito e per questo motivo mancai una grande occasione, quella di diventare giornalista professionista (cfr. La storia del nostro amore 2) : avevo cominciato a lavorare in un giornale dove apprezzavano il mio lavoro, ma dopo sette mesi intensissimi non ce la feci più, avevo un terribile bisogno di riposo. Quindi mollai, altra delusione.

Epifania (d’amore)

Qualcosa di sorprendente però avvenne, a dimostrazione che la vita riserva sempre delle sorprese.

Poco dopo il giornale mi recai in Grecia con il mio compagno di scuola Riccardo per una vacanza estiva che mi ritemprasse (cfr. La storia del nostro amore 2) e laggiù, nella cornice della stupenda Corfù, conobbi una ragazza romana, una persona eccezionale, bella, dolce intelligente e forte, di cui mi innamorai completamente e che mi fece dimenticare del tutto la mia delusione amorosa e gli altri problemi.

Per lei infatti io ero “speciale” e “speciale” lei era per me.

Ci prescegliemmo a vicenda 😍

Mio padre le disse, forse abbassando la guardia in un momento di debolezza:

“Ma sei sicura? Proprio Giovanni? … “

Non ci interessava. Vivemmo la nostra storia stupenda, ci sposammo e creammo una bellissima famiglia con due figlie adorabili. Personalmente era il baricentro che cercavo alla fine di una fase di estrema confusione: la musica, mio padre, Gramsci, i giorni di scapigliatura a Trastevere, una parentesi di 8 mesi in Francia prima del militare di cui non ho parlato.

Quanto alla politica e al PCI PD rimasi presto deluso (personalismi, si diceva, non più ideali) e mi rifugiai in una specie di limbo sopra le parti, né a sinistra né a destra, a osservare più che a partecipare, anche se ho sempre votato a sinistra e avuto simpatia per questa “tifoseria”, che ormai è praticamente distrutta.

Vitty:

Che storia intensa, eccezionale! Ti ringrazio Giovanni per la fiducia che mi hai dimostrato, confidandomi tutto ciò. La tua vita, con la storia della tua famiglia, è bella e intricata come un romanzo.

Comprendo bene le reazioni di tuo padre di fronte a qualcosa di rosso, dopo il tentato incendio della casa di tuo nonno. Hai descritto benissimo la scena (tu sei molto più bravo di un giornalista! Potresti scrivere un romanzo avvincente sulla tua vita!) e solo a immaginare quelle torce accese nel buio con le persone che gridavano : “ Morte ai padroni!! Vi bruceremo tutti vivi!! ” ti giuro ho sentito dei brividi sulla schiena. Quelle sono scene che si imprimono nella mente e non se ne vanno mai più. Addirittura possono condizionare tutta l’esistenza di chi ha vissuto una simile esperienza.

Nella vita, sono molto fatalista. Secondo me è inutile forzare gli eventi.., forse siamo già destinati a quella che sarà la nostra ultima scelta… ecco dunque spiegato il perché le tue mani non erano adatte per farti diventare un concertista. Però hai avuto la soddisfazione di suonare bene la chitarra, e quello è uno strumento che puoi sempre portare con te, coinvolgendo altre persone nella tua musica! Hai suonato al Piper !!! Hai avuto un complesso “ The Dragons / We four ” che immagino avrà spopolato fra le ragazze!!

Ma evidentemente quella non era la tua strada.

Nell’antica Grecia c’era una parola, Kairos, che significava momento giusto o opportuno, che poteva cambiare la vita delle persone. E’ quello che è accaduto a te con l’incontro con Giuseppe, l’amico molisano che ti fece innamorare di Gramsci.

Vedi dunque che ha senso la tua uscita da casa, andare ad abitare a Trastevere, condividere l’appartamento con altri inquilini, vivere alla giornata, in maniera bohèmien ( a proposito… di bohèmien, mio marito è un pittore, di quelli veri non quelli della domenica. Posso dire che anch’io ho vissuto una vita da bohèmien fino al fatale incontro) … perché allora eri pronto.

Abbracciare l’ideologia di Gramsci ti ha reso più libero, più sicuro di te. Nonostante il dispiacere, comprensibile di tuo padre. Anche disturbare il comizio di Forlani è servito a farti diventare quello che sei ora. Altrimenti non avresti fatto il militare in quella caserma tanto dura, saresti diventato un giornalista e forse non saresti mai partito per la Grecia dove hai incontrato la donna della tua vita.

E’ bello come l’hai descritta, c’è tanto amore nelle tue parole!

ψ

Il dialogo è stato molto più lungo. Ringrazio Vitty perché senza di lei non sarei mai stato in grado di spremere dal mio animo tutte queste cose. E la sua idea del Kairos e del Fato mi sembra bellissima e forse la riprenderò nella rubrica “permanenze dell’antichità

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Nota 1.

Il tratto particolare della mia famiglia paterna, raro nel panorama italiano, era l’origine valdese, quindi protestante. Di un protestantesimo poi tra i peggiori (anche se son tutti bravissime persone) perché influenzato dal Calvinismo (Ginevra è a due passi) e dalla sua terribile teoria della predestinazione.

I predestinati, cioè gli eletti da Dio, sono tutto. Gli altri sono zero, perché dannati e andranno all’inferno (nei paesi protestanti, hell è detto a ogni pie’ sospinto: go to hell, what the hell are you doing, damn (dannazione), hell preacher (il predicatore che urla ai fedeli che bruceranno in eterno tra le fiamme, se non si comportano bene). Nei paesi latini l’inferno esiste teologicamente, ma non se ne parla quasi mai.

La condanna (e il non perdono) senza appello dipende dal fatto che è solo Dio che decide prima della nascita, gli uomini possono solo sforzarsi di dimostrare, con il successo, che sono stati “scelti” da questa entità medievale e disumana. Quindi perdono e remissione dei peccati con la confessione non hanno senso.

Se ciò ha spinto le nazioni protestanti verso la prosperità (le loro religioni son tutte influenzate dal Calvinismo: Chiese Riformate, quella olandese per es., i Luterani, gli Anglicani, la Chiesa di Svezia ecc.), che esistenza è mai questa:

lavoro produrre lavoro produrre lavoro produrre …

Quanto dolore ciò ha creato (agli uomini e al pianeta).

Agli uomini poiché a livello umano il protestante ha più sensi di colpa del normale, è tormentato e tutto ciò che succede è colpa sua e non degli altri (oddio, se in Italia, dove invece è SEMPRE colpa degli altri … vabbè, OK). E il protestante, ricordiamo ad nauseam, non può ricorrere al perdono: Dio, imprescrutabile, ha addirittura scelto prima che uno nasca!

La gente di ambiente culturale cattolico, invece – secondo una felice descrizione, sul mio vecchio blog in inglese, di Andreas Kluth, bavarese americano e corrispondente allora a Berlino per l’Economist:

“A Monaco – parole di mio padre – uno pecca (si gode la vita), poi si confessa e poi torna a peccare (cioè a godersi la vita) con rinnovata gioia”.

ψ

Dicevo di papà …

Non era lui religioso ma una forma mentis rimane: per mio padre io non ero “un eletto” in quanto troppo simile alla famiglia di mia madre (la prima non piemontese in famiglia, messa dunque un po’ dapparte). Lo era invece mia sorella maggiore, una fotocopia al femminile di papà. Una cosa che ha pesato moltissimo su di me e che mi ha creato problemi di self-esteem, di autostima, per tanti anni.

Questa cosa, la collocazionie cioè degli eventi in un preciso ambiente culturale, è la mia interpretazione, naturalmente. Le mie sorelle potranno dissentire, com’è naturale.

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ψ

Che pace regni. E’ la speranza di ogni uomo, specie se avanti negli anni, ma anche di tutti, a prescindere dagli anni …

pax in terra hominibus bonae voluntatis …

ψ

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Per ora pubblicati:
Storia del nostro amore 0
Storia del nostro amore 1
Storia del nostro amore 2

L’Occidente è l’eredità dell’Europa, nel bene e nel male

Ma cosa rimane dell’Occidente. È finito, come teme Joschka Fischer?

Wolfgang Schäuble: «L’Occidente è l’eredità dell’Europa, anche nel senso cattivo. Abbiamo più responsabilità in Africa di qualunque altro continente. Noi siamo l’illuminismo, i diritti umani, la rivoluzione francese e americana, la libertà, la democrazia, lo Stato di diritto e ora anche la sostenibilità ecologica e la coesione sociale. La maggior parte delle persone nel mondo, Cina compresa, vorrebbero vivere secondo valori occidentali. E anche questo rende altri nervosi. Perché dovremmo pensare che questo non significhi più nulla? Certo quello che succede in America mi preoccupa. Gli USA sono un grande paese e noi dobbiamo rispettarli. Ma dopo settant’anni dalla fine della guerra, l’Europa finalmente deve assumersi maggiori responsabilità».

[Brano tratto da un’intervista, apparsa oggi sul Corriere, al cosiddetto “falco” dell’Europa Wolfgang Schäuble, ex ministro delle finanze tedesco e principale bersaglio di chi ha dovuto subire il “rigore” di Bruxelles]

 

Un’Europa senza Italia è inconcepibile

All’inizio dell’intervista Schäuble parla dell’Italia.

«L’Italia è un grande Paese. Per secoli è stata il sogno dei tedeschi. L’Europa, la democrazia e la storia europee senza Italia non sono concepibili. Anche la Germania è un paese meraviglioso, ma io non voglio alcuna Europa che consista solo nella Germania. E comunque anche noi abbiamo molte diversità: Monaco è molto italiana, tutt’altra cosa da Kiel. Devo rispettare come gli italiani votano e decidono e con quelli che eleggono dobbiamo cooperare il meglio, il più strettamente e il più costruttivamente possibile. Questo vale per ogni Paese. E questa è anche la posizione della cancelliera. Dopo la formazione del governo in Italia, che fra l’altro è durata meno di quella tedesca, Angela Merkel ha invitato il presidente Conte e ha detto che bisogna discutere sulle diversità di vedute e sui vari problemi. Sono fiducioso. Italia ha diversità, charme e creatività. Ampie regioni italiane sono economicamente dinamiche e forti. Nella globalizzazione, la pressione è più forte e la sfida molto grande. Ma poiché non possiamo immaginarci – né per il passato, né per il presente, né per il futuro – un’Europa senza l’Italia, risolveremo i problemi insieme».

 

 

Sessantotto, fantasia e disciplina

68 a Parigi
Sessantotto a Parigi (credits)

Siamo la generazione dei baby boomers, i nostri figli sono i millennials, quando eravamo giovani abbiamo vissuto il cosiddetto Sessantotto dell’altro secolo che sicuramente ha incoraggiato il raggiungimento di più libertà e maggiori diritti civili, ma ha prodotto anche molte cose negative, io credo.

Tutto e il contrario di tutto è stato detto su questo argomento. Vorrei avanzare una mia opinione e testimonianza.

Il contrasto delle generazioni è una tendenza naturale ma noi l’abbiamo vissuta in modo drastico. Ogni autorità (1) per noi andava bandita (a casa, a scuola, nella società ecc.) e giudicavamo chi ci precedeva perbenista, conformista e “borghese” (e magari non tutto era campato in aria).

Ma nella generazione dei nostri genitori – che aveva vissuto la guerra e aveva ricostruito il paese – c’erano in realtà tante cose buone e, tra esse, un grande senso di disciplina, e in fondo anche il conformarsi, il mantenere un decoro implicava un non lasciarsi andare e quindi un rigore che noi non capivamo in quanto tra i due poli interdipendenti – libertà e costrizione, fantasia e regole – il primo era per noi sempre da preferire.

[Immagini d’epoca degli orribili anni di piombo che seguirono al ’68]

Così quando siamo diventati educatori (genitori, insegnanti, formatori nei mestieri ecc.) non abbiamo fatto capire ai giovani che libertà e auto-responsabilità devono andare insieme e che per raggiungere un qualsiasi obiettivo c’è bisogno di applicazione, sforzo, sacrificio: per scrivere in buon italiano, per prendersi un titolo di studio, per padroneggiare una lingua straniera o imparare bene una professione.

Lo sport è uno degli esempi più lampanti del fatto che il talento non basta: posso anche essere molto dotato fisicamente ma se non mi applico in modo inflessibile non raggiungerò mai i risultati migliori.

Questo scadere del senso di autorità e disciplina nel sistema scolastico mi è sembrato particolarmente drammatico nel corso degli anni, e il fenomeno non sembra arrestarsi, anzi. Il risultato è che diminuiscono le competenze, scema la cosiddetta cultura generale e nei comportamenti si assiste alla ricerca di scorciatoie e della via in discesa, tanto più comoda (qui a Roma non ne parliamo) di quella in salita (2).

Ψ

Questo in noi del Sessantotto è mancato. E ci sentiamo responsabili.

Visto che in un brano precedente abbiamo parlato dell’Europa del nord, anche lì si è vissuto il Sessantotto ma il risultato è stato alla fine assai diverso. Forse il clima e lo spirito protestante hanno aiutato, poiché questa gente ha in genere più disciplina di noi mediterranei e questo chiaramente ci penalizza in un mondo interdipendente.

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(1) Uno stupendo saggio di Alessandro Cavalli: Principio di autorità, XXI Secolo, Enciclopedia Treccani.
(2) La tendenza alla scorciatoia, alla gratificazione immediata è però controbilanciata dalle dure condizioni (dal 2008 in poi) in cui i giovani dell’attuale generazione hanno cominciato a lavorare, con stage non pagati, salari molto bassi e situazioni bloccate (nepotismi ecc.) che li hanno costretti a lavorare all’estero in gran numero.

Soli nella zattera con onde più grandi di noi?

Ed Dorrell, giornalista britannico, scrisse poco prima del referendum sulla Brexit un articolo per l’Independent in cui spiegava i suoi motivi per votare contro il distacco dall’Unione Europea. Le sue riflessioni mi sembrano valide soprattutto oggi, in un momento in cui la Gran Bretagna si appresta ad affrontare il mondo con le sole sue forze (e qualcuno in Italia, Francia e altrove – i cosiddetti sovranisti – pensa di poter fare lo stesso).

Ψ

“Ero, fino a poco tempo fa, un euroscettico. Perché la Gran Bretagna non poteva fiorire da sola come bastione di medio calibro della democrazia liberale e della crescita in un libero mercato?

Come versione non noiosa della Svizzera trapiantata sul nostro arcipelago nord-atlantico, forse. Il nostro soft power – musica, televisione, film, la letteratura, i giornali e i media – avrebbe esteso la nostra influenza in tutto il mondo. Saremmo sbocciati, liberi dai vincoli dell’Europa, delle sue economie stanche e con legislazioni del lavoro scricchiolanti.

Ma poi, due anni fa, sono andato in viaggio d’affari in Qatar, nel Medio Oriente.
In uno dei pochi bar di quella città-stato, alle due del mattino, mi sono guardato intorno e ho visto il futuro. Era come una cartolina del mondo globalizzato, a cui non fregava un bel niente della Gran Bretagna.

Se in quel bar notavo qua e là uno sparuto gruppo di espatriati europei, la maggior parte degli avventori proveniva dalle nuove potenze globali: cinesi, indiani, arabi e russi. Non ascoltavano musica britannica o statunitense, bensì ritmi africani e pop sudamericano.
Nel futuro globalizzato il ‘soft power’ della Gran Bretagna sarà come sparare ad una pantera con la cerbottana.

Queste nuove potenze non sono le democrazie liberali come le conosciamo. Nelle enormi distese del mondo gli ideali della nostra cultura liberale sono in ritirata. I concetti dello stato di diritto, della libertà di stampa, dei diritti umani e delle libertà civili sono in declino.
Basta guardare Turchia, Russia, Brasile, Sudafrica. Senza considerare il totale disprezzo cinese per la democrazia e per gran parte degli ideali che ci stanno a cuore. O, diciamolo pure, la politica di Donald Trump.

L’Unione Europea non è ideale, ma quale governo democratico lo è? Con le nuove realtà della globalizzazione dobbiamo stare nella giusta squadra. Dobbiamo tenerci stretti i partner con cui abbiamo più elementi in comune”.

Nessuno di noi è innocente

In merito alla vittoria della Juve sul Milan per un rigore all’ultimo momento Mattia Feltri scrive:

“Anche sulle fesserie degli arbitri, come su quelle dell’establishment, si costruiscono le verità parallele, i fatti alternativi della nostra vita: la Juve ci ruba gli scudetti come i politici ci rubano il futuro (che frase scema), e si ignora o si sottovaluta che i conti del Paese sono messi così soprattutto per un welfare enorme e sclerotico, un’evasione fiscale sudamericana, una pubblica amministrazione esorbitante, tassi di assenteismo desolanti, repulsione collettiva per le regole, totale disinteresse per il bene collettivo e poi sì, anche per una classe dirigente inetta e spesso fuorilegge. Insomma, nessuno di noi è innocente davanti al proprio destino: ammetterlo, è il primo passo dei forti”.

Nazionalpopolare non significa triviale

Nel 1986 l’allora presidente della RAI Enrico Manca, irritato per un intervento di Beppe Grillo a Fantastico 7 (il comico genovese aveva detto una battutaccia sui socialisti), disse che era ora di finire con la TV “nazionalpopolare” e che non considerava tale aggettivo come un complimento.

Se guardiamo il termine nazionalpopolare sul Dizionario Italiano Hoepli notiamo due significati:

1) Nella riflessione critica di A. Gramsci, di fenomeni culturali che, esprimendo valori profondamente radicati nella tradizione di un intero popolo, riescono a interpretare le aspirazioni e la specificità della civiltà di una nazione
2) estens., spreg. Che rivela gusto mediocre e appiattimento culturale, detto spec. dei programmi televisivi e dei personaggi che vi compaiono: un programma nazionalpopolare; presentatori nazionalpopolari

Il motivo del secondo significato è dovuto proprio all’uso che del termine fece Manca per la prima volta, credo, e che ebbe, da allora fino a oggi, grande successo.

Ora, se la cosa era comprensibile in quegli anni di lotta politico-culturale tra socialisti e comunisti (“nazionalpopolare” era un concetto gramsciano, quindi comunista, quindi da attaccare), che si continui oggi l’uso dispregiativo, di gusto triviale del termine, è assai meno comprensibile, visto che il pensatore sardo è ormai visto al di fuori dell’appartenenza a questa o quella ideologia partitica (negli USA per es. è studiato sia dalla sinistra che dalla destra come ausilio nelle culture wars).

Gramsci del resto diede 3 esempi molto chiari di nazionalpopolare: la tragedia greca, il teatro elisabettiano e l’opera italiana. Sono esempi, se ci si pensa bene, in cui una comunità riconosce sé stessa con le caratteristiche culturali che la contraddistinguono e che vengono esaltate al massimo livello artistico, e in cui la partecipazione all’evento estetico è degli strati sia alti che bassi della popolazione.

Se si guarda nei Quaderni, opere ecc. nazionalpopolari di una comunità ne cementano il blocco storico, uno dei concetti chiave di Gramsci. Nel blocco storico gli intellettuali distillano a livello alto ciò che è sentito nei vari strati della comunità, per cui si rafforza un comune sentire.

Per poter fare questo gli intellettuali, sottolinea Gramsci, non devono distaccarsi dal sentimento popolare, in modo da non interrompere la circolarità del sentire. Devono fare come gli intellettuali cattolici, sempre attenti a non perdere il contatto con “i semplici”.

Le opere nazionalpopolari, dunque, così come le concepisce il pensatore sardo, non implicano la trivialità, non sollecitano gli istinti bestiali del pubblico, così come non sono triviali la tragedia greca, il teatro di Verdi o le opere di Shakespeare.

Dobbiamo perdonare? Cattolici e protestanti (1)

Ci sono persone cresciute in ambiente cattolico o protestante che dicono: “Sono ateo, sono agnostico, la religione non ha effetto su di me”.

Credo che sia inesatto per lo più. La religione è solo parte di una cultura ma è di solito al centro di essa e influisce su così tanti comportamenti che è difficile non esserne influenzati – a prescindere dalla nostra religione o non religione.

C’è il caso di mio padre, che era ateo e al momento della morte non ha avuto pentimenti al riguardo. La sua famiglia era di origine valdese, un movimento evangelico vicino al calvinismo di Ginevra. Uomo onesto e dignitoso, papà, di un rigore (in senso buono) difficile da trovare in Italia al di fuori di certe valli alpine occidentali.

Mio padre tuttavia aveva un difetto: non sapeva tanto perdonare.

Quando perciò divenni un comunista (gramsciano, la cosa durò solo qualche anno) ebbi l’impressione che una parte del suo cuore (non grande, certo) mi avesse come cancellato. Erano i cosiddetti anni di piombo, in Italia, e la mia colpa più grave fu quella di disturbare con un altoparlante un comizio del potentissimo Forlani.

Non so esattamente cosa successe ma dovetti affrontare le conseguenze del mio atto. Forse qualche parente in contatto con le sfere militari, non so (ma dubito che mio padre c’entrasse, non aveva conoscenze in quel senso).

Di fatto, quando arrivarono i giorni del servizio militare, fui convocato da un maresciallo il quale, visto l’incartamento che mi riguardava, sussultò come se un insetto l’avesse punto; quindi, fatto un breve discorso, mi congedò. Tempo qualche settimana partii e dopo alcuni mesi di addestramento fui inviato in una sorta di caserma di rieducazione dove passai un periodo molto duro della mia vita.

Per questa ed altre ragioni – come una madre cattolica e bonaria per la quale la redenzione era sempre possibile – ho sempre avuto problemi ad accettare le condanne irrevocabili (la pena di morte negli Stati Uniti è tipica e un atto di barbarie, a mio parere) o il principio calvinista secondo cui esistono gli “eletti” (predestinati) scelti da Dio e i “non eletti” (tutti gli altri) che, per quanto cerchino di espiare i peccati, non avranno mai salvezza e perdono (Dio avendo decretato la loro dannazione prima che nascessero).

Ψ

A questo punto, c’è da chiedersi, cos’è successo a molti protestanti? Non tradiscono in qualche modo il messaggio cristiano di compassione e misericordia (così bene evidenziato da papa Francesco)?

Nel Nuovo Testamento Matteo dice (6:14-15):

Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe.

Mi sembra che molti protestanti abbiano abbracciato quelle parti più arcaiche del Vecchio Testamento quando gli Ebrei, in una fase ancora primitiva della loro storia, adoravano uno Dio spietato e sordo al perdono.

[vedi la discussione nata dal brano sopra]

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a) Il tema è molto complicato. Lo scritto riflette un’opinione personale non specialistica. Per affrontare la questione in modo compiuto bisognerebbe considerare e confrontare, anche a grandi linee, almeno i punti di vista cattolico, luterano e calvinista. Il materiale online abbonda.

b) Il brano è la traduzione, con qualche aggiunta, di un post del mio vecchio blog in inglese. Ne nacque (2010) un discreto dibattito tra inglesi e americani, di origine sia cattolica che protestante, di cui riporteremo alcuni frammenti in un prossimo pezzo.

Lo scontento verso le élite, in America e in Italia

Alcuni passaggi da un articolo di John Daniel Davidson apparso sul Guardian alcuni giorni fa:

Di fronte alle proteste in corso contro il presidente Trump, agli appelli alla “resistenza” di politici democratici e attivisti e alla retorica surriscaldata che bolla Trump e i suoi sostenitori come fascisti e xenofobi, si potrebbe perdonare un osservatore esterno se pensasse che l’America è stata espugnata da una piccola fazione di nazionalisti di destra.

L’America è profondamente divisa, ma non è divisa tra fascisti e democratici. E’ più corretto dire che l’America è divisa tra le élite e tutti gli altri e che l’elezione di Trump è stata un rifiuto delle élite.

Questo non vuol dire che moltissimi democratici e progressisti non si oppongano con veemenza a Trump. Ma la folla di manifestanti ha qualcosa in comune con le élite politiche e mediatiche: ancora non capisce perché Trump sia stato eletto o perché milioni di americani continuino a sostenerlo. Anche adesso recenti sondaggi mostrano che la maggioranza degli americani sostiene l’ordine esecutivo di Trump sull’immigrazione, ma la cosa non viene fuori se ci si basa solo sulla copertura dei media.

Il sostegno per il divieto di viaggio (travel ban) di Trump, anzi, per tutta la sua politica di riforma dell’immigrazione, è esattamente il tipo di sostegno che i media mainstream – concentrati sulle enclave urbane lungo le coste – hanno difficoltà a comprendere.

Il fatto è che i folti gruppi di americani che hanno votato per Trump, in particolare quelli delle zone suburbane e rurali nel cuore del paese e nel sud, si sono sentiti a lungo non connessi alle istituzioni che li governano. Su immigrazione e commercio, i temi che hanno portato Trump alla Casa Bianca, vogliono un cambiamento dello status quo.

Durante le due prime settimane in carica, ogni volta che Trump ha fatto qualcosa che ha sbigottito le élite politiche e mediatiche del paese, i suoi sostenitori l’hanno invece applaudito. Hanno gradito che abbia detto al presidente messicano Enrique Peña Nieto che potrebbe esser costretto a inviare truppe oltre il confine per fermare i “cattivi hombres laggiù”. Hanno gradito che abbia minacciato di annullare un accordo dell’era Obama che prevede di accogliere le migliaia di rifugiati che l’Australia si rifiuta di ospitare. E desiderano che Trump smantelli la regolamentazione finanziaria Dodd-Frank di Wall Street e che riveda gli accordi commerciali degli Stati Uniti. Questi sono i motivi per cui l’hanno votato.

L’incapacità di capire perché queste misure siano così popolari presso milioni di americani nasce da un profondo senso di disconnessione, nella società americana, che non ha avuto inizio con Trump o con l’elezione del 2016. Per anni milioni di elettori si sono sentiti abbandonati da una ripresa economica che in gran parte li escludeva, da una cultura che ha deriso ciò in cui credevano e da un governo che ha promesso il cambiamento ma non è riuscito a realizzarlo”.

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In questo c’è una somiglianza con la situazione italiana e con il malcontento nei confronti delle élite, dell’establishment, che temono la capacità dei 5 stelle di capitalizzare tale malcontento e gli scatenano contro i media, così come negli USA i media erano (e sono) quasi tutti coalizzati contro Trump. Personalmente non credo che i 5 stelle rappresentino la soluzione ai mali dell’Italia, ma la campagna stampa orchestrata contro di loro mi sembra disgustosa. I media lo sanno, a mio parere, ma pensano che se ne accorgano solo in pochi e che la palude degli inerti, dei poco informati, di chi reagisce solo per istinto senza riflettere, li seguirà.

Il gioco andrà a buon fine? Difficile a dirsi. Potrebbe anche essere un boomerang, poiché 1) gli italiani non sono stupidi e 2) con i social e simili scavalcano in una certa misura i media tradizionali. Staremo a vedere chi alla lunga capitalizzerà lo scontento del paese, scontento analogo ma non identico a quello americano. C’è da augurarsi che chiunque, nel dopo-Gentiloni, conquisterà il comando della nave italiana abbia il coraggio e le competenze sufficienti per guidarla e riformarla. Altrimenti siamo belli e fritti.

Sessantotto, fantasia e disciplina

Siamo la generazione dei baby boomers, i nostri figli sono i millennials, quando eravamo giovani abbiamo vissuto il cosiddetto Sessantotto dell’altro secolo che sicuramente ha incoraggiato il raggiungimento di più libertà e maggiori diritti civili, ma ha prodotto anche molte cose negative, io credo.

Tutto e il contrario di tutto è stato detto su questo argomento. Vorrei avanzare una mia opinione.

Il contrasto delle generazioni è una tendenza naturale ma noi l’abbiamo vissuta in modo drastico. Giudicavamo chi ci precedeva perbenista, conformista e “borghese” (e magari non tutto era campato in aria). Ma nella generazione dei nostri genitori – che aveva vissuto la guerra e aveva ricostruito il paese – c’erano in realtà tante cose buone, e tra esse un grande senso di disciplina, e in fondo anche il conformarsi, il mantenere un decoro implicava un non lasciarsi andare e quindi un rigore che noi non capivamo in quanto tra i due poli interdipendenti – libertà e costrizione, fantasia e regole – il primo era per noi sempre da preferire.

Così quando siamo diventati educatori (genitori, insegnanti, formatori nei mestieri ecc.) non abbiamo fatto capire ai giovani che libertà e autoresponsabilità devono andare insieme e che per raggiungere un qualsiasi obiettivo c’è bisogno di applicazione, sforzo, sacrificio: per scrivere in buon italiano, per prendersi un titolo di studio, per padroneggiare una lingua straniera o imparare bene una professione. Lo sport è uno degli esempi più lampanti: posso anche essere molto dotato fisicamente ma se non mi applico in modo inflessibile non raggiungerò mai i risultati migliori.

Questo scadere del senso di disciplina nel sistema scolastico mi è sembrato drammatico nel corso degli anni. Ora forse si sta tornando indietro, chi lo sa, ma nelle chat e nel web si nota un italiano sempre più inconsistente e nei comportamenti si assiste alla ricerca di scorciatoie e della via in discesa, tanto più comoda (qui a Roma non ne parliamo) di quella in salita (1).

Questo in noi del Sessantotto è mancato. E ci sentiamo responsabili.

Visto che in un brano precedente abbiamo parlato dell’Europa del nord, anche lì si è vissuto il Sessantotto ma il risultato è stato alla fine assai diverso. Forse il clima e lo spirito protestante hanno aiutato, perché in genere questa gente ha più disciplina di noi mediterranei e questo chiaramente ci penalizza in un mondo interdipendente.

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(1) La tendenza alla scorciatoia, alla gratificazione immediata è però controbilanciata dalle dure condizioni (dal 2008 in poi) in cui questi giovani hanno cominciato a lavorare, con stage non pagati, salari molto bassi e situazioni bloccate che li hanno costretti a lavorare all’estero in gran numero.

Il Continente europeo e le paure ancestrali britanniche

Prima della vittoria dei fautori della Brexit, quando molti britannici lamentavano le disfunzioni della UE, e a un giorno dal Consiglio Europeo del 20 febbraio 2016 sulla rinegoziazione del rapporto UK-UE, lessi uno scambio di opinioni sul Guardian che trascrivo qui:

Dutycard: In quanto non inglese ma europea vissuta nel Regno Unito per 14 anni (ora vivo in Svezia) posso onestamente dire che l’Unione Europea è un’idea brillante mal eseguita. Si è estesa troppo e in modo troppo rapido così che le sue fondamenta sono oggi traballanti. Ora alcuni paesi come il Regno Unito vogliono tornare indietro e si rendono conto che i problemi della UE devono essere affrontati e sistemati […] Tutto il mio appoggio ai britannici per aver ricordato che il sistema è lungi dall’esser perfetto e ha bisogno di miglioramento. Ho sempre ammirato la qualità presente nel Regno Unito. Cameron potrebbe non essere il candidato ideale per affrontare il problema, ma è la persona al potere in questo momento e spero che raggiunga un buon accordo innanzitutto per il Regno Unito e poi per la UE.

Curtissorbecke: D’accordo, ma trovo ironico che la maggior parte della gente comodamente ignori (o onestamente non sappia) che il principale promotore del rapido allargamento dell’UE è stato il Regno Unito. Questo vale per i paesi ex comunisti dell’Europa orientale e centrale e vale oggi per la Turchia.
[La UE] si è estesa troppo e in maniera troppo rapida così che le sue fondamenta sono oggi traballanti
Ah, ma ciò è negativo solo se si vuole realmente un’unione sempre più stretta, no?
Sin dagli anni ’90 mi ricordo che c’era già chi parlava di probabili conseguenze delle politiche di allargamento incoraggiate dalla Gran Bretagna (e dagli Stati Uniti), e che in verità l’obiettivo vero era la destabilizzazione della UE, per evitare una maggiore integrazione europea.
Se questo è vero, ha funzionato come previsto.

A mio parere e per quel che riguarda gli USA, è chiaro che non desiderino la concorrenza di un superstato europeo. Quanto al Regno Unito, non bisogna nutrire rancore per l’ostilità che esso ha sempre mostrato nei confronti del progetto europeo. Come ogni realtà insulare, il Regno Unito è fiero e orgoglioso della propria identità. Inoltre il suo tallone d’Achille è sempre stato il ‘continente’ europeo, verso cui nutre sentimenti ambivalenti e ancestrali. Da lì infatti sono venute le invasioni di Celti, Romani, Anglosassoni, Vichinghi e Normanni. L’unificazione del continente europeo è soprattutto vista dai britannici come il pericolo maggiore alla loro indipendenza. Per questo motivo hanno lottato contro Napoleone e poi Hitler, che volevano unificare l’Europa sotto il loro dominio. Sempre per questo motivo sono ostili a un superstato europeo la cui sola possibilità teorica genera in loro disagio.

Italia laboratorio politico

“Grillo è un esemplare di quell’inventiva italiana troppo poco considerata. Il paese è stato, nel XX e nel XXI secolo, un laboratorio di nuovi movimenti politici – il fascismo negli anni 1920, la democrazia cristiana a partire dagli anni 1930, l’eurocomunismo dal 1960 e Forza Italia nei primi anni 1980, il primo partito creato da un’agenzia di pubblicità. E il Movimento Cinque Stelle è il primo partito a tutti gli effetti scaturito dalle azioni e dal blog di un comico che aveva accumulato credibilità nel corso degli anni per le sue filippiche esilaranti contro la corruzione dello stato” [The Guardian].

Mi ricordo che alcuni decenni fa all’Institut européen des hautes études internationales di Nizza si parlava proprio di questa attitudine italiana, di questo essere cioè l’Italia un laboratorio politico per il resto del mondo. Quindi Trump, per riferirsi solo ad eventi recenti, si spiegherebbe un poco anche con Berlusconi e con Grillo.