Sopravvivenze della religione romana: politeismo e venerazione dei santi (1)

“Ogni cosa è piena di dei”

Sledpress citò un giorno il filosofo greco Eraclito che aveva affermato: “ogni cosa è piena di dei”.

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Il pandemonismo (o animismo, vedi sotto) è comune a popoli indo-europei e non indo-europei ed è centrale anche nella religione romana delle origini.

I romani ad esempio invocavano la dea della febbre, chiamata Febris, al fine di scampare alla malaria. Essi credevano che la febbre stessa (febris, in latino) fosse (o ospitasse) una divinità che poteva essere invocata per potersi salvare dalla malattia.

Profondamente radicato nelle zone rurali il politeismo animistico (un po’ diverso dal panteismo di Eraclito, credo) non scomparve mai, anche quando i romani, a contatto con altri popoli, svilupparono una religione più complessa. L’animismo romano si diffuse nelle terre controllate da Roma (fondendosi a forme locali di animismo e politeismo) e sopravvisse sia alla fine dell’impero sia all’avvento del Cristianesimo. Nel caso di Febris la dea si trasformerà quasi senza soluzione di continuità nella Madonna della febbre (cfr. Rodolfo Lanciani, L’Antica Roma, pp. 68-71)

Tale atteggiamento religioso proseguì per tutto il Medioevo grazie al culto dei santi, delle reliquie e dei miracoli, e solo dal Rinascimento in poi alcuni cristiani l’abbandonarono – i Calvinisti e le Chiese Riformate in particolare – mentre Luterani e Anglicani furono più tolleranti.

Molti protestanti si impegnarono in una ‘guerra contro gli idoli’ vedendo nei santi, non senza ragione, una continuazione degli dei pagani.

Il collegamento tra culto dei santi e religione romana risulterà più chiaro dopo una analisi più dettagliata del pandemonismo dell’antica Roma.

 

Il pandemonismo romano

Il pandemonismo – dal greco pan (πάν, tutto) + demone (δαίμων, entità divina) – implica che ci sia una potenza o volontà in qualsiasi oggetto, azione, idea o emozione. Invocando una simile entità (chiamata numen dai romani) l’uomo si sforza di piegare la natura ai suoi scopi.

Le pratiche religiose relative ai numina erano molto complesse (e in caso di errore nel rituale la cerimonia doveva essere ripetuta). I riti e le parole esatte erano noti solo al pater familias, il sacerdote della famiglia, una figura sacra, e venivano tramandati da padre in figlio.

Al di fuori della famiglia vi era lo Stato (res, regnum), altra entità sacra. A questo livello vi erano i numina pubblici, non domestici, e riti e frasi rituali erano noti in origine solo ai re e ai loro sacerdoti e successivamente, dalla Repubblica in poi, ai pontefici e agli altri collegi sacerdotali. Riti e frasi rituali erano trasmessi di generazione in generazione e divennero immutabili.

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Parlando in generale dei numina romani Robert. H. Barrow [The Romans, Penguin 1949, a cui il precedente paragrafo si è ispirato] osserva come molte divinità domestiche romane “entrarono nel patrimonio delle lingue europee: Vesta, lo spirito del focolare; i Penati, i protettori della dispensa domestica; i Lari, i guardiani della casa. Ma ce n’erano molti altri”.

‘Molti altri’ è understatement britannico. Ve n’erano a centinaia e centinaia e interessavano ogni aspetto della vita umana: la famiglia (comprese le varie parti della casa – la porta, i cardini, la soglia ecc., ognuna con la sua specifica divinità tutelare); il concepimento; le relazioni amorose; le varie fasi della vita di una persona (molto ricco questo articolo della Wikipedia inglese sulle divinità relative alla nascita, all’infanzia ecc.). Per non parlare, in una sfera più pubblica, dell’agricoltura (il sacerdote di Cerere per esempio evocava dodici spiriti all’inizio della stagione della semina); dello Stato (con divinità pubbliche corrispondenti spesso alle divinità domestiche); del commercio; della guerra e così via.

 

Gli spiriti tutelari
nella crescita del bambino

Per esempio, per le varie fasi del bambino ormai nato (Gordon J. Laing, vedi sotto), senza riti che invocavano Lucina il parto non si concludeva bene [Lucina viene da lux, luce – ancora oggi diciamo ‘venire alla luce’ – ed era spesso associata a Giunone – Juno Lucina – o a Diana, ndr].

I riti per propiziarsi Vagitanus [vagitus, vagire, ndr] assicuravano il primo vagito del bambino. Se le dee Cunina [cuna = culla, ndr] o Rumina venivano snobbate non vi era rispettivamente sicurezza nella culla o allattamento al seno. Se Cuba [cubare = stare a letto; cubiculum = stanza da letto, ndr] non era implorata il bambino non dormiva e magari strillava tutta a notte. Oppure, Fabulinus [fabula = discorso, ndr] assicurava che il bambino parlasse al momento giusto. Statanus [e la sua consorte Statina] aiutavano il bambino ad alzarsi e a rimanere in piedi.

Inoltre, come scrive Gordon J. Laing:

Abeona e Adeona proteggono i bimbi che cominciano ad avventurarsi fuori di casa [ab-eo, esco, e ad-eo, ritorno, ndr]; quando arriva a maturità Catius ne affina la mente [catus = acuto di mente, ndr], Sentia [latino sentire, sensus] (o Sentinus) ne approfondisce le sensazioni e Volumna o Volumnus ne fortifica la volontà (di fare bene). E così la persona passa da numen a numen e questo passaggio ha fine solo quando Viduus, alla fine della vita, separa l’anima dal corpo”.

[Gordon J. Laing, Survivals of Roman Religion, Longmans, Green and Co., New York 1931, da dove ho preso la suddetta lista degli spiriti tutelari del bambino e altre informazioni]

Anche le divinità maggiori
erano specializzate

Non solo queste divinità minori facevano parte del pandemonismo romano, ma anche divinità di media e grande importanza, come Fortuna, Diana, Giunone e simili, i cui epiteti mostrano un alto grado di specializzazione, ovvero numerose aree di intervento.

Fortuna per esempio, una dea considerata molto potente dai romani a livello popolare, e di cui ho parlato in un post precedente, si ramificava o specializzava in Fortuna Virginalis (fortuna delle vergini), Fortuna Privata (fortuna dell’individuo privato), Fortuna Publica (fortuna del popolo romano), Fortuna Huiusce Diei (fortuna del presente giorno, fortuna in questo momento), Fortuna Primigenia (fortuna del primogenito), Fortuna Bona (o fortuna buona), Fortuna Mala (la sfortuna), Fortuna Belli (fortuna in guerra), Fortuna Muliebris (fortuna delle donne sposate), Fortuna Virilis (fortuna delle donne con gli uomini), ecc.

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La prossima volta vedremo come questa “idea compartimentale della divinità” (le varie ‘aree di intervento’ indicate dagli epiteti e dalla varietà delle divinità) sia sopravvissuta nel culto dei santi.

 

Confidarsi con una cara amica virtuale fa bene

Giovanni:

Cara Vitty, come ho raccontato altrove in questo blog mio nonno Mario era stato un industriale idroelettrico. Veniva da una realtà di campagna abbastanza modesta (il paese di Cavour, in Piemonte) e aveva quindi fatto tutto da solo. Era un po’ l’eroe di famiglia, anche perché era coltissimo, scienziato, poeta e conoscitore dell’archeologia e delle principali lingue moderne e antiche. Pensa che anche il re una volta venne a visitare i suoi stabilimenti.

Mio padre nacque a Carrara perché il nonno lì lavorava in quel periodo. Quando vi fu il famoso biennio rosso (1920-21) e quando molti italiani pensarono di fare la rivoluzione come in Russia – notevole fu il movimento dell’Ordine Nuovo capitanato da Gramsci, Togliatti, Tasca e Terracini – molte persone di Carrara, allora e sempre un focolaio rivoluzionario, circondarono la casa dei miei nonni con delle fiaccole gridando:

“Morte ai padroni!! Vi bruceremo tutti vivi!!”.

Evidentemente ciò non successe altrimenti non sarei qui a scrivere queste cose. Ora mio padre in quella notte terribile aveva 10 anni (mi immagino la notte illuminata dalle fiaccole, le urla della folla, lui atterrito che guardava dalla finestra). Puoi bene immaginare quanto la cosa lo colpì nel profondo del cuore. Da allora quando vedeva rosso gli veniva uno sturbo proprio come ai tori ed è comprensibile il dolore che gli diedi molti anni dopo.

Ma andiamo per gradi.

Il prescelto?

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Il grande Arturo Benedetti Michelangeli. La mia maestra di piano era non a caso l’ugualmente grande Pauline O’Connor. Non che le sue lezioni costassero molto. Ma stava ad Arezzo, e io a Roma

Passano tanti anni – il nonno ormai aveva perso tutto perché mise la sua fortuna in Buoni del Tesoro non prevedendo la sconfitta dell’Italia – e io nasco nel dopoguerra. Ora, siccome suonavo bene la chitarra e cantavo (il mio gruppo, The Dragons / We four, suonò al Piper Club per un certo periodo) e siccome nella mia famiglia c’era come un alone, un sentirsi “i prescelti” (nel quadro dell’ideologia protestante della famiglia di cui ho parlato altrove: vedi la nota 1 sotto, sennò non si capisce nulla del seguito), pensai di essere “un prescelto” anch’io, almeno nella musica, e mio padre quasi quasi ci credette, lui che non mi aveva mai considerato tale, prescelta era solo mia sorella (non che lei c’entrasse, il meccanismo era in lui e lei inconsapevole, ma certo lei un poco ne profittò).

Cominciai pertanto a prendere lezioni di pianoforte.

Niente rock, puah! Per papà – ma ancor più per me stesso – non c’erano mezze misure, potevo solo essere un novello Benedetti Michelangeli, il più grande pianista vivente a quel tempo 😫 😫 – con la fiducia incrollabile nel mio essere il Novello Divo prescelto da un Dio imperscrutabile.

Ora, a 18 anni, cominciare con uno strumento nuovo era una follia, e non parliamo dell’obiettivo sommo … ).

Ma io mi intestardii (e dunque fallii).

La mia maestra di piano (Pauline O’Connor, eccezionale, australiana), e che un poco mi apprezzava, mi disse:

“Sei dotato musicalmente, ma fisicamente le tue mani non si adattano a questo nuovo strumento: non potrai mai fare il concertista”.

La Boheme, Giuseppe (e un filosofo)

Per me fu un crollo reso ancora più duro perché avvenuto poco dopo una cocente delusione amorosa. Me ne andai di casa, a vivere a Trastevere in un appartamentino con coinquilini, a condurre la vita della Bohème mangiando pomodori e patate, rubacchiando qualche spicciolo in famiglia e frequentando prevalentemente americani che lì vivevano numerosi e che furono perlomeno utili per il mio inglese.

Poi un giorno e sempre a Trastevere incontrai un certo Giuseppe, Peppino, un molisano geniale di Montenero di Bisaccia (Termoli), che mi parlò di Gramsci e mi spinse a leggerlo.

Scoprii un mondo pazzesco. Tutte le cose che avevo imparato svogliatamente a scuola (e che mio padre aveva cercato invano di insegnarmi) prendevano vita. Divenni un appassionato di politica, poesia, letteratura e di storia, perché la storia (come Gramsci scrisse dal carcere al figlio Delio, forse poco prima di morire)  …

“riguarda gli uomini viventi e tutto ciò che riguarda gli uomini, quanti più uomini è possibile, tutti gli uomini del mondo in quanto si uniscono tra loro in società e lavorano e lottano e migliorano sé stessi, non può non piacerti più di ogni altra cosa”.

Povero papà. Quello stesso Gramsci che organizzava la rivoluzione a Torino nell’anno in cui la sua casa veniva circondata e quasi data alle fiamme, quello stesso Gramsci, assieme a Giuseppe, era diventato il mio mentore spirituale.

Quando mi iscrissi al Partito Comunista una parte del suo cuore mi cancellò per sempre.

Erano i cosiddetti anni di piombo, in Italia, e la mia colpa più grave fu quella di disturbare con un altoparlante un comizio del potentissimo Forlani. Ciò avvenne in Molise, e sempre a Termoli. Il comandante locale dei Carabinieri impallidì di fronte al terribile misfatto (temeva credo per la sua carriera) e si segnò con sguardo vendicativo il numero della mia targa.

Non so esattamente cosa successe ma dovetti affrontare le conseguenze del mio atto.

Quando arrivarono i giorni del servizio militare mio cognato Tonino, figlio di una medaglia d’oro vivente e quindi in contatto con le altissime sfere militari, mi spinse a fare solo il corso sottufficiali: temeva che contaminassi le forze armate? E papà, che ruolo ebbe? Volevano raschiarmi a forza il comunismo? Non sapevano che ero gramsciano, quindi eurocomunista, dunque non un estremista. Ma per papà, dopo la sua avventura terribile a 10 anni, immagino, il comunista era come un negro: puoi essere molto nero, o lievemente mulatto: sempre negro sei.

Comunque andarono le cose un bel giorno venni convocato da un maresciallo grassoccio il quale, visto l’incartamento che mi riguardava, sussultò come se un insetto l’avesse punto; quindi, fatto un breve discorso, mi congedò. Tempo qualche settimana partii e dopo alcuni mesi di addestramento fui inviato ad Aquileia, in Friuli, in una sorta di caserma di rieducazione.

Fu un periodo durissimo della mia vita, che quasi mi stroncò. Ci umiliavano e non ci facevano mai dormire (venni degradato di fronte a tutti, perché mi ero addormentato sfinito). Ci impegnavano con guardie e servizi a tutto randello e con libera uscita solo un pomeriggio ogni 15 gg. Scorgevamo le stupende giovani friulane, ma come erano possibili le amicizie, con un: “Ci vediamo tra due settimane, pupa!” 😦

Tornato dal militare ero esaurito e per questo motivo mancai una grande occasione, quella di diventare giornalista professionista (cfr. La storia del nostro amore 2) : avevo cominciato a lavorare in un giornale dove apprezzavano il mio lavoro, ma dopo sette mesi intensissimi non ce la feci più, avevo un terribile bisogno di riposo. Quindi mollai, altra delusione.

Epifania (d’amore)

Qualcosa di sorprendente però avvenne, a dimostrazione che la vita riserva sempre delle sorprese.

Poco dopo il giornale mi recai in Grecia con il mio compagno di scuola Riccardo per una vacanza estiva che mi ritemprasse (cfr. La storia del nostro amore 2) e laggiù, nella cornice della stupenda Corfù, conobbi una ragazza romana, una persona eccezionale, bella, dolce intelligente e forte, di cui mi innamorai completamente e che mi fece dimenticare del tutto la mia delusione amorosa e gli altri problemi.

Per lei infatti io ero “speciale” e “speciale” lei era per me.

Ci prescegliemmo a vicenda 😍

Mio padre le disse, forse abbassando la guardia in un momento di debolezza:

“Ma sei sicura? Proprio Giovanni? … “

Non ci interessava. Vivemmo la nostra storia stupenda, ci sposammo e creammo una bellissima famiglia con due figlie adorabili. Personalmente era il baricentro che cercavo alla fine di una fase di estrema confusione: la musica, mio padre, Gramsci, i giorni di scapigliatura a Trastevere, una parentesi di 8 mesi in Francia prima del militare di cui non ho parlato.

Quanto alla politica e al PCI PD rimasi presto deluso (personalismi, si diceva, non più ideali) e mi rifugiai in una specie di limbo sopra le parti, né a sinistra né a destra, a osservare più che a partecipare, anche se ho sempre votato a sinistra e avuto simpatia per questa “tifoseria”, che ormai è praticamente distrutta.

Vitty:

Che storia intensa, eccezionale! Ti ringrazio Giovanni per la fiducia che mi hai dimostrato, confidandomi tutto ciò. La tua vita, con la storia della tua famiglia, è bella e intricata come un romanzo.

Comprendo bene le reazioni di tuo padre di fronte a qualcosa di rosso, dopo il tentato incendio della casa di tuo nonno. Hai descritto benissimo la scena (tu sei molto più bravo di un giornalista! Potresti scrivere un romanzo avvincente sulla tua vita!) e solo a immaginare quelle torce accese nel buio con le persone che gridavano : “ Morte ai padroni!! Vi bruceremo tutti vivi!! ” ti giuro ho sentito dei brividi sulla schiena. Quelle sono scene che si imprimono nella mente e non se ne vanno mai più. Addirittura possono condizionare tutta l’esistenza di chi ha vissuto una simile esperienza.

Nella vita, sono molto fatalista. Secondo me è inutile forzare gli eventi.., forse siamo già destinati a quella che sarà la nostra ultima scelta… ecco dunque spiegato il perché le tue mani non erano adatte per farti diventare un concertista. Però hai avuto la soddisfazione di suonare bene la chitarra, e quello è uno strumento che puoi sempre portare con te, coinvolgendo altre persone nella tua musica! Hai suonato al Piper !!! Hai avuto un complesso “ The Dragons / We four ” che immagino avrà spopolato fra le ragazze!!

Ma evidentemente quella non era la tua strada.

Nell’antica Grecia c’era una parola, Kairos, che significava momento giusto o opportuno, che poteva cambiare la vita delle persone. E’ quello che è accaduto a te con l’incontro con Giuseppe, l’amico molisano che ti fece innamorare di Gramsci.

Vedi dunque che ha senso la tua uscita da casa, andare ad abitare a Trastevere, condividere l’appartamento con altri inquilini, vivere alla giornata, in maniera bohèmien ( a proposito… di bohèmien, mio marito è un pittore, di quelli veri non quelli della domenica. Posso dire che anch’io ho vissuto una vita da bohèmien fino al fatale incontro) … perché allora eri pronto.

Abbracciare l’ideologia di Gramsci ti ha reso più libero, più sicuro di te. Nonostante il dispiacere, comprensibile di tuo padre. Anche disturbare il comizio di Forlani è servito a farti diventare quello che sei ora. Altrimenti non avresti fatto il militare in quella caserma tanto dura, saresti diventato un giornalista e forse non saresti mai partito per la Grecia dove hai incontrato la donna della tua vita.

E’ bello come l’hai descritta, c’è tanto amore nelle tue parole!

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Il dialogo è stato molto più lungo. Ringrazio Vitty perché senza di lei non sarei mai stato in grado di spremere dal mio animo tutte queste cose. E la sua idea del Kairos e del Fato mi sembra bellissima e forse la riprenderò nella rubrica “permanenze dell’antichità

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Nota 1.

Il tratto particolare della mia famiglia paterna, raro nel panorama italiano, era l’origine valdese, quindi protestante. Di un protestantesimo poi tra i peggiori (anche se son tutti bravissime persone) perché influenzato dal Calvinismo (Ginevra è a due passi) e dalla sua terribile teoria della predestinazione.

I predestinati, cioè gli eletti da Dio, sono tutto. Gli altri sono zero, perché dannati e andranno all’inferno (nei paesi protestanti, hell è detto a ogni pie’ sospinto: go to hell, what the hell are you doing, damn (dannazione), hell preacher (il predicatore che urla ai fedeli che bruceranno in eterno tra le fiamme, se non si comportano bene). Nei paesi latini l’inferno esiste teologicamente, ma non se ne parla quasi mai.

La condanna (e il non perdono) senza appello dipende dal fatto che è solo Dio che decide prima della nascita, gli uomini possono solo sforzarsi di dimostrare, con il successo, che sono stati “scelti” da questa entità medievale e disumana. Quindi perdono e remissione dei peccati con la confessione non hanno senso.

Se ciò ha spinto le nazioni protestanti verso la prosperità (le loro religioni son tutte influenzate dal Calvinismo: Chiese Riformate, quella olandese per es., i Luterani, gli Anglicani, la Chiesa di Svezia ecc.), che esistenza è mai questa:

lavoro produrre lavoro produrre lavoro produrre …

Quanto dolore ciò ha creato (agli uomini e al pianeta).

Agli uomini poiché a livello umano il protestante ha più sensi di colpa del normale, è tormentato e tutto ciò che succede è colpa sua e non degli altri (oddio, se in Italia, dove invece è SEMPRE colpa degli altri … vabbè, OK). E il protestante, ricordiamo ad nauseam, non può ricorrere al perdono: Dio, imprescrutabile, ha addirittura scelto prima che uno nasca!

La gente di ambiente culturale cattolico, invece – secondo una felice descrizione, sul mio vecchio blog in inglese, di Andreas Kluth, bavarese americano e corrispondente allora a Berlino per l’Economist:

“A Monaco – parole di mio padre – uno pecca (si gode la vita), poi si confessa e poi torna a peccare (cioè a godersi la vita) con rinnovata gioia”.

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Dicevo di papà …

Non era lui religioso ma una forma mentis rimane: per mio padre io non ero “un eletto” in quanto troppo simile alla famiglia di mia madre (la prima non piemontese in famiglia, messa dunque un po’ dapparte). Lo era invece mia sorella maggiore, una fotocopia al femminile di papà. Una cosa che ha pesato moltissimo su di me e che mi ha creato problemi di self-esteem, di autostima, per tanti anni.

Questa cosa, la collocazionie cioè degli eventi in un preciso ambiente culturale, è la mia interpretazione, naturalmente. Le mie sorelle potranno dissentire, com’è naturale.

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Che pace regni. E’ la speranza di ogni uomo, specie se avanti negli anni, ma anche di tutti, a prescindere dagli anni …

pax in terra hominibus bonae voluntatis …

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Per ora pubblicati:
Storia del nostro amore 0
Storia del nostro amore 1
Storia del nostro amore 2

Disinteresse del nonno per il mangiare

Quando eravamo bambini si mangiava benissimo a casa grazie alle ricette di nonna Carolina (nonna paterna) e alle più che sperimentate capacità culinarie di Nerina.

Nonna Carolina, dopo una buona pietanza che magari era costata impegno sia a lei che a Nerina, chiedeva al marito se il piatto gli fosse piaciuto.

“Ben cotto”.

Era l’invariabile risposta di nonno Mario.

“In realtà – il commento divertito di papà, dotato di un fine senso dell’umorismo – al nonno non importava un bel niente di quello che aveva mangiato”.

E nel rispondere forse nemmeno se lo ricordava, il piatto.

L’arte culinaria in effetti era un altro aspetto che non rientrava tra gli interessi del nonno. Beh, ce ne aveva talmente tanti, di interessi, che forse lo spazio gli si era ristretto.

In realtà credo la cosa avesse più a che fare con l’educazione calvinista del lato piemontese della famiglia. Il mangiare, come altri piaceri, erano “una debolezza”.

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Tempo fa lessi sul Guardian un commento di una certa Clariana relativo a una recensione su The Young Pope di Sorrentino (nell’icona Clariana è vestita di nero, come una protestante del ‘600):

“Grazie per la bella recensione di ‘The Young Pope’. L’ho visto e mi è piaciuto molto. Credo sia molto italiano come approccio alle cose, con una buona sottolineatura del materiale e del carnale senza però tralasciare un senso di misticismo. In alcuni momenti la mise en scene mi ha ricordato Caravaggio e Tiziano.
Mi è piaciuto come la scoperta che il Papa non gradisca particolarmente il cibo abbia lasciato di sasso il cardinale Voiello, poiché il cibo di solito è una debolezza dei sacerdoti e, in particolare, una debolezza della gran parte dei popoli mediterranei […]”.

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Una debolezza …

Sessantotto, fantasia e disciplina

68 a Parigi
Sessantotto a Parigi (credits)

Siamo la generazione dei baby boomers, i nostri figli sono i millennials, quando eravamo giovani abbiamo vissuto il cosiddetto Sessantotto dell’altro secolo che sicuramente ha incoraggiato il raggiungimento di più libertà e maggiori diritti civili, ma ha prodotto anche molte cose negative, io credo.

Tutto e il contrario di tutto è stato detto su questo argomento. Vorrei avanzare una mia opinione e testimonianza.

Il contrasto delle generazioni è una tendenza naturale ma noi l’abbiamo vissuta in modo drastico. Ogni autorità (1) per noi andava bandita (a casa, a scuola, nella società ecc.) e giudicavamo chi ci precedeva perbenista, conformista e “borghese” (e magari non tutto era campato in aria).

Ma nella generazione dei nostri genitori – che aveva vissuto la guerra e aveva ricostruito il paese – c’erano in realtà tante cose buone e, tra esse, un grande senso di disciplina, e in fondo anche il conformarsi, il mantenere un decoro implicava un non lasciarsi andare e quindi un rigore che noi non capivamo in quanto tra i due poli interdipendenti – libertà e costrizione, fantasia e regole – il primo era per noi sempre da preferire.

[Immagini d’epoca degli orribili anni di piombo che seguirono al ’68]

Così quando siamo diventati educatori (genitori, insegnanti, formatori nei mestieri ecc.) non abbiamo fatto capire ai giovani che libertà e auto-responsabilità devono andare insieme e che per raggiungere un qualsiasi obiettivo c’è bisogno di applicazione, sforzo, sacrificio: per scrivere in buon italiano, per prendersi un titolo di studio, per padroneggiare una lingua straniera o imparare bene una professione.

Lo sport è uno degli esempi più lampanti del fatto che il talento non basta: posso anche essere molto dotato fisicamente ma se non mi applico in modo inflessibile non raggiungerò mai i risultati migliori.

Questo scadere del senso di autorità e disciplina nel sistema scolastico mi è sembrato particolarmente drammatico nel corso degli anni, e il fenomeno non sembra arrestarsi, anzi. Il risultato è che diminuiscono le competenze, scema la cosiddetta cultura generale e nei comportamenti si assiste alla ricerca di scorciatoie e della via in discesa, tanto più comoda (qui a Roma non ne parliamo) di quella in salita (2).

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Questo in noi del Sessantotto è mancato. E ci sentiamo responsabili.

Visto che in un brano precedente abbiamo parlato dell’Europa del nord, anche lì si è vissuto il Sessantotto ma il risultato è stato alla fine assai diverso. Forse il clima e lo spirito protestante hanno aiutato, poiché questa gente ha in genere più disciplina di noi mediterranei e questo chiaramente ci penalizza in un mondo interdipendente.

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(1) Uno stupendo saggio di Alessandro Cavalli: Principio di autorità, XXI Secolo, Enciclopedia Treccani.
(2) La tendenza alla scorciatoia, alla gratificazione immediata è però controbilanciata dalle dure condizioni (dal 2008 in poi) in cui i giovani dell’attuale generazione hanno cominciato a lavorare, con stage non pagati, salari molto bassi e situazioni bloccate (nepotismi ecc.) che li hanno costretti a lavorare all’estero in gran numero.

Al di qua e al di là del Limes (1)

Nel post precedente – sui tempi lunghi o permanenze delle civiltà, ovvero su elementi di continuità nella storia nonostante i cambiamenti (vedi su questo anche 1 e 2) – il brano di Fernand Braudel sottolineava come non casuale il fatto che la Cristianità nel XVI secolo si fosse spaccata tra cattolici e protestanti “esattamente lungo l’asse del Reno e del Danubio, la duplice frontiera dell’Impero Romano”.

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Cerchiamo di svolgere il ragionamento di Braudel con le nostre forze. La linea di confine o Limes Germanicus dell’Impero romano, una sorta di frontiera naturale dell’Impero da Augusto in poi, significava infatti la separazione tra ciò che era romano e ciò che non lo era.

Lo stare di qua e lo stare di là implicava dunque tutta una serie comportamenti diversi man mano che ci allontanavamo dal Limes e la cui disconnessione, come un’onda lunga, ebbe conseguenze anche a 1500 anni di distanza, a partire cioè da quel fatidico 1517 in cui Martin Lutero affisse le sue 95 tesi sul portone della cattedrale di Wittenberg.

Infatti – ed è soprendente – posti di fronte a un bivio i discendenti dei tedeschi romanizzati rimasero per lo più con i cattolici romani mentre i discendenti dei tedeschi non romanizzati, assieme a tanti altri nordici, abbandonarono la chiesa di Roma. Da questa frattura germogliarono Luterani, Olandesi Riformati, Presbiteriani, Calvinisti, Puritani ecc.

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A questo punto conviene esaminare alcune cartine del confine romano volto verso la Germania (1, 2, 3 ecc.) e, raccolte alcune informazioni, esplorare un poco il terreno. In un sito – oggi offline – curato da quei Länder federali che anticamente erano all’interno dell’Impero Romano si leggeva:

“Il Obergermanisch–Raetischer Limes” = ORL (Limes Germania superior – Raetia) segnava l’ultimo confine a nord dell’Impero Romano. Venne eretto contro la gente germanica che rappresentò una costante minaccia per il mondo antico. Su una lunghezza di 550 km, dal fiume Reno nel nordovest fino al Danubio nel sudest, il Limes si estende lungo quattro stati tedeschi: il Palatinato Renano, l’Assia, il Baden-Württemberg e la Baviera”.

Si tratta di gente legata al proprio retaggio e che è riuscita ad ottenere dall’UNESCO un certo numero di siti considerati patrimonio dell’umanità, come Regensburg (Ratisbona). Anche il progetto che l’intero Limes germanico fosse considerato patrimonio dell’umanità (Projekt Weltkulturerbe Limes) ha avuto successo.

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La battaglia iniziale del film Il Gladiatore. Per gli appassionati dei film sugli antichi Romani nell’anno 179 d. C. la fortezza romana Castra Regina (Regensburg) venne fondata nella provincia Raetia dalla Terza Legione Italica durante il regno dell’imperatore Marco Aurelio. Marco Aurelio combatté battaglie lungo il Limes contro tribù germaniche e non. Sembra la scena bellissima della battaglia iniziale del Gladiatore, no? In realtà quella scena si riferiva forse ai Germani che invadevano la Pannonia, ad est della Raetia, o che invadevano la Germania Superior, al nordest. Ma qui non conta tanto dove avvenne la battaglia (peraltro immaginaria), quanto piuttosto l’atmosfera che il regista Ridley Scott ha mirabilmente ricreato (vedi questa carta più dettagliata della Raetia e della Germania Superior).

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Recatici nella Raetia qualche estate fa, una sorta di candido pellegrinaggio, ci siamo resi conto di come Castra Regina sia il nucleo storico o Altstadt di Regensburg (= Ratisbona, che ha ancora i resti delle torri romane). Questa città deliziosa si trova nell’Oberpfalz (Alto Palatinato), in Baviera.

Pfalz deriva dal latino Palatium. Ora Palatium è il Palatino (palatinus è l’aggettivo: mons palatinus, leggo sul Badellino), il primo dei sette colli a ospitare le prime capanne e da esso gradatamente Roma prese forma. Luogo originario e nobile, quindi, tanto che gli antichi romani importanti cominciarono anni dopo a costruirvi fastose dimore o palatia. Ovviamente gli imperatori, i romani più importanti di tutti, non potevano essere da meno. Quindi i termini palazzo (it), palace (uk), Pfalz (de) ecc. indicarono molti secoli dopo una casa importante, simile a quelle degli antichi romani sul Palatino, ma anche una reggia, simile alle dimore fastose degli imperatori romani.

Infatti Palatium in generale (Pfalz ecc.) si riferisce anche a un luogo dove ci sono i palatia imperiali. E in effetti nelle zone tedesche del Palatinatus e altrove si trovavano le varie regge degli imperatori (itineranti) del Sacro Romano Impero – Regensburg era una di queste – impero cominciato da Carlo Magno, un tedesco occidentale, e in seguito passato in mani tedesche orientali. L’impero risorse per vari motivi tra cui quello che la vita non sembrava vivibile senza un Impero Romano (vedi Dante e la sua devozione per l’Impero), sia pure ricreato da tedeschi spesso in zone direttamente influenzate dall’antica Roma, cioè romanizzate.

Come vedete tutto torna, tutto combacia. La storia è un grande puzzle a incastro, giocato sui tempi lunghi. Ma sondiamo sul territorio le continuità o permanenze.

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A Regensburg, che successivamente diverrà in prevalenza protestante, la gente ha un carattere mediterraneo allegro e spensierato ed ama i caffé all’aria aperta, proprio come in Italia. “Siamo l’ultima città italiana” dicono, il che ha fatto un po’ arrabbiare alcuni amici di Monaco di Baviera che sostengono di essere loro gli ultimi italiani, perché sono cattolici, hanno i caffè all’aperto “più di loro” e sono così allegri che si mettono addirittura a ballare sui tavoli durante l’Oktober Fest. Forse l’hanno detto per farci piacere, ma c’è del vero, io credo. Non si spiegherebbe il grande amore dei bavaresi per l’opera (più grande del nostro), per il buon vino (come il nostro), per l’eleganza e tante altre cose.

PS
Non possiamo lasciare il tema del Limes tedesco senza aver parlato di Marcus Junkelmann di Regensburg, un personaggio veramente mitico. Pioniere di fama mondiale dell’archeologia sperimentale vive in un fascinoso castello e si vocifera parli latino quasi come gli antichi romani. Storico delle legioni e dell’esercito romani, ha ricostruito le armi, l’artiglieria romana e anche le tecniche della fanteria e della cavalleria romane. Questo è il suo blog e Wilfried Stroh è uno dei suoi colleghi e probabilmente anche suo amico. Personaggi eccentrici, di grande interesse.

 

 

La Storia ha tempi brevi, lunghi (e lunghissimi)

Nello studio della storia non possiamo comprendere bene gli avvenimenti soltanto nei loro tempi brevi – i pochi anni, per esempio, dalla presa della Bastiglia al compimento della Rivoluzione Francese – ma dobbiamo inquadrarli in una prospettiva di maggior durata, inserendo – per restare nell’esempio – la rivoluzione francese sia nel tempo medio dell’Ancien régime che nel tempo lungo della civiltà europea, cioè a partire almeno dall’epoca carolingia, come ci ha insegnato Henri Pirenne.

Sono le idee di Marc Bloch, di Fernand Braudel e dei loro colleghi dell’École des Annales che si è ispirata per molti versi a Pirenne e che ha sistematicamente esplorato la storia dei tempi più lunghi (a cui bisognerebbe però affiancare i tempi lunghissimi della nostra specie, come il bellissimo libro di Yuval Noah Harari, Homo Sapiens: Breve storia dell’umanità, ci ha eloquentemente mostrato).

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Vogliamo per esempio capire meglio la frattura tra cattolici e protestanti in Europa e i luoghi in cui essa avvenne? Oppure il perché la conquista musulmana del medio oriente, dell’Africa del nord e di una parte della Spagna fu così folgorante?

Sentiamo la voce di Braudel (Il Mediterraneo, Bompiani 1987, traduzione di Elena De Angeli) :

“Che Roma abbia profondamente segnato l’Europa è evidente, ma tuttavia non mancano talune sorprendenti continuità. E’ un caso il fatto che, quando la cristianità si spezza in due nel XVI secolo, la separazione dei campi avvenga esattamente lungo l’asse del Reno e del Danubio, la duplice frontiera dell’Impero Romano? Ed è un caso anche che la conquista folgorante dell’Islam sia stata accettata facilmente sia dal Vicino Oriente sia dalle due zone dominate a suo tempo da Cartagine, l’Africa del Nord e una parte della Spagna? Lo abbiamo detto: il mondo punico era più preparato, nel profondo, ad accogliere la civiltà dell’Islam che ad assimilare la legge romana in quanto la civiltà islamica non rappresenta solo un apporto, ma anche una continuità”.

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Continuità: i tempi lunghi, o permanenze, delle civiltà.

[Sullo stesso tema vedi i due brani successivi, 1 e 2]

Disinteresse del nonno per il mangiare

Quando eravamo bambini si mangiava benissimo a casa grazie alle ricette di nonna Carolina (nonna paterna) e alle più che sperimentate capacità culinarie di Nerina.

Nonna Carolina, dopo una buona pietanza che magari era costata impegno sia a lei che a Nerina, chiedeva al marito se il piatto gli fosse piaciuto.

“Ben cotto”.

Era l’invariabile risposta di nonno Mario.

“In realtà – il commento divertito di papà, dotato di un fine senso dell’umorismo – al nonno non importava un bel niente di quello che aveva mangiato”.

E nel rispondere forse nemmeno se lo ricordava, il piatto.

L’arte culinaria in effetti era un altro aspetto che non rientrava tra gli interessi del nonno. Beh, ce ne aveva talmente tanti, di interessi, che forse lo spazio gli si era ristretto.

In realtà credo la cosa avesse più a che fare con l’educazione calvinista del lato piemontese della famiglia. Il mangiare, come altri piaceri, erano “una debolezza”.

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Tempo fa lessi sul Guardian un commento di una certa Clariana relativo a una recensione su The Young Pope di Sorrentino (nell’icona Clariana è vestita di nero, come una protestante del ‘600):

“Grazie per la bella recensione di ‘The Young Pope’. L’ho visto e mi è piaciuto molto. Credo sia molto italiano come approccio alle cose, con una buona sottolineatura del materiale e del carnale senza però tralasciare un senso di misticismo. In alcuni momenti la mise en scene mi ha ricordato Caravaggio e Tiziano.
Mi è piaciuto come la scoperta che il Papa non gradisca particolarmente il cibo abbia lasciato di sasso il cardinale Voiello, poiché il cibo di solito è una debolezza dei sacerdoti e, in particolare, una debolezza della gran parte dei popoli mediterranei […]”.

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Una debolezza …

Dobbiamo perdonare? Discussione tra cattolici e protestanti (2)

In un brano (2010) del mio vecchio blog in inglese, qui tradotto, parlai della difficoltà di molti protestanti a perdonare. Ne nacque un’accesa discussione tra inglesi e americani, di origine sia cattolica che protestante, di cui riporto qui alcuni frammenti anch’essi tradotti.

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CaesarS [cattolico britannico] Sono un cattolico praticante, almeno nel senso che vado in chiesa la Domenica e dico le preghiere. Qui in Gran Bretagna chi è cattolico è considerato come una specie di stregone che pratica l’Hocus Pocus. Alla base credo ci sia l’incapacità di molti britannici protestanti di perdonare, l’incapacità di comprendere il perdono; li senti ancora parlare dei francesi come dei nemici!

Richard [protestante britannico] Mi dispiace che tu pensi questo dei protestanti britannici, CaesarS. Mi hanno sempre insegnato che il perdono e la carità (cioè l’amore) siano il cuore del messaggio cristiano […]

Andreas Kluth [americano di origine bavarese, estrazione cattolica] Tesi molto perspicace, che anche una persona non religiosa (anzi, atea) possa riflettere l’ambiente culturale della religione dominante all’interno dei suoi circoli sociali. Difficile non essere d’accordo.

Il che mi fa pensare a ciò che diceva sempre mio padre quando ero piccolo a Monaco di Baviera, città allora in gran parte cattolica, ma con un folto numero di protestanti, tutti secolari se non atei.

La cultura cattolica in quella parte del mondo ha per lungo tempo significato godersi la vita (cioè peccare), poi confessarsi e sentirsi bene, quindi godersi la vita di nuovo. La cultura protestante è invece tutto un guardarsi dentro, tormentandosi la coscienza e così via, con il chiaro risultato di peccare (cioè godersi la vita) assai di meno.

Rosaria [italo-americana] Questo mi riporta alle mie prime convinzioni. Sono cresciuta in una forma rigida di cattolicesimo e mia madre era sempre lì a ricordarmi i miei doveri. Per fortuna ho vissuto da adulta tra suore liberate, che andavano con coraggio dove nessun uomo era mai giunto prima. Credevano nel perdono e in una forma gioiosa di celebrazione e di vita  […].

Sledpress [americana di ambiente protestante] Nei miei anni di formazione ho conservato poche tracce dei vari filoni della fede cristiana. Quando mi imbattevo in ferventi battisti del sud (la Virginia è nel Sud degli Stati Uniti) mi sentivo obbligata a prenderli in giro come farebbe chi si trova di fronte a qualcino che si arrabbia o fa una scena imbarazzante se si mettono in forse le sue convinzioni sugli UFO, per fare un esempio.

Riconosco in me però dei residui di protestantesimo: “pensa a te, lavora duro, e soprattutto sta sicuro che tutto ciò che va storto è probabilmente colpa tua”. […]
Il perdono? Lo pratico con molta parsimonia, come si fa col whisky di cinquant’anni. La maggior parte delle persone che ti feriscono sanno benissimo ciò che fanno e sperano di farla franca, o si auto-ingannano di essere giustificate e assai raramente si dispiacciono veramente. Lo scusarsi vero e sincero è raro come il bezoario. E così dovrebbe essere il perdono: raro.

CaesarS Il motivo per cui il cattolicesimo è una delle più grandi religioni del mondo è perché offre qualcosa che la maggior parte delle altre religioni non offrono … la speranza. Uno può peccare per 84 anni ma può ancora pentirsi nell’85esimo anno. Quindi sì, ci sono cose terribili che sono successe [abusi sui minori ecc., MoR], ma è solo perché la chiesa è costituita da esseri umani, molti dei quali si sono approfittati della natura indulgente del cattolicesimo. Sicuramente ciò non ha a che fare con la chiesa, ma con gli esseri umani, no?

Sledpress Sembra fantastico solo se non consideri le follie che avvengono adesso a Roma e che coinvolgono la Chiesa che non solo perdona, ma giustifica, sotto la rubrica del perdono, persone che avevano dimostrato la loro propensione a violare bambini che non avevano nessuno a cui rivolgersi.

Quando una fede diventa un’istituzione l’orrore è sempre dietro l’angolo. Non so chi avrebbe le palle per guardare una di quelle persone negli occhi, le persone che sono state stuprate negli orfanotrofi, e dir loro: “Devi imparare a perdonare il ‘servo di Dio’ che ti ha violato e gli altri ‘servi di Dio’ che non gli hanno chiesto il conto”. Non voglio affrontare il tema di questo scandalo, ma è solo un esempio lampante di ciò che intendo. Quando perdono significa dare un OK a qualcuno che non è dispiaciuto affatto, o a qualcuno che ha 85 anni ed è improbabile che abbia ancora molte opportunità di fare del male, questa non è speranza, è racket.

Richard Davvero, sono sopraffatto da tutto ciò, ma …
1. Le origini dell’ “ama il tuo nemico” sono nel Vecchio Testamento.
2. L’influenza della chiesa celtica [forse qui Richard si riferisce al cattolicesimo celtico, MoR] è ancora sentita nelle isole britanniche.
3. I vittoriani non erano i puritani del mito popolare, la stessa regina Vittoria, in primis. Un po’ ipocriti magari, direi.

Ti prego, non buttare il bambino con l’acqua sporca, Sledpress. E’ importante non confondere il messaggio del perdono con chi si professa depositario del perdono. Il perdono non significa necessariamente un tentativo di guadagnare una sorta di superiorità morale. Il ciclo delle recriminazioni e delle vendette deve finire in qualche modo.

Sledpress Non credo in realtà di aver parlato un gran che di recriminazione o vendetta. Voglio solo dire che le persone che mi fanno del male non sono perdonate a meno che non sia straassolutamente certa che provino un vero rammarico e comprendano il danno che hanno causato. Il numero di persone che fanno questo e poi si trasformano pentendosi è incredibilmente piccolo.

Per quanto riguarda gli altri, non ho bisogno di una libbra di carne o qualsiasi altra valuta; essi sono semplicemente invitati ad andare all’inferno senza passare per “Go”, come si dice nel Monopoli. Dire “ti perdono” è una reazione assurda allo stupro, all’abuso, al furto o alle molestie; e nella mia mente costituisce un cattivo servizio a chiunque altro l’autore potrebbe essere incline a molestare; e aspettarsi il perdono da qualcuno che è stato già ferito una volta equivale a violarlo una seconda volta.

Richard Tralasciando per il momento quei casi per i quali consideri che equivalgano a un ulteriore violazione, che scopo ha non perdonare, Sledpress?

Sledpress Ho la sensazione che siamo sui lati opposti della barricata, Richard […].

Dobbiamo perdonare? Cattolici e protestanti (1)

Ci sono persone cresciute in ambiente cattolico o protestante che dicono: “Sono ateo, sono agnostico, la religione non ha effetto su di me”.

Credo che sia inesatto per lo più. La religione è solo parte di una cultura ma è di solito al centro di essa e influisce su così tanti comportamenti che è difficile non esserne influenzati – a prescindere dalla nostra religione o non religione.

C’è il caso di mio padre, che era ateo e al momento della morte non ha avuto pentimenti al riguardo. La sua famiglia era di origine valdese, un movimento evangelico vicino al calvinismo di Ginevra. Uomo onesto e dignitoso, papà, di un rigore (in senso buono) difficile da trovare in Italia al di fuori di certe valli alpine occidentali.

Mio padre tuttavia aveva un difetto: non sapeva tanto perdonare.

Quando perciò divenni un comunista (gramsciano, la cosa durò solo qualche anno) ebbi l’impressione che una parte del suo cuore (non grande, certo) mi avesse come cancellato. Erano i cosiddetti anni di piombo, in Italia, e la mia colpa più grave fu quella di disturbare con un altoparlante un comizio del potentissimo Forlani.

Non so esattamente cosa successe ma dovetti affrontare le conseguenze del mio atto. Forse qualche parente in contatto con le sfere militari, non so (ma dubito che mio padre c’entrasse, non aveva conoscenze in quel senso).

Di fatto, quando arrivarono i giorni del servizio militare, fui convocato da un maresciallo il quale, visto l’incartamento che mi riguardava, sussultò come se un insetto l’avesse punto; quindi, fatto un breve discorso, mi congedò. Tempo qualche settimana partii e dopo alcuni mesi di addestramento fui inviato in una sorta di caserma di rieducazione dove passai un periodo molto duro della mia vita.

Per questa ed altre ragioni – come una madre cattolica e bonaria per la quale la redenzione era sempre possibile – ho sempre avuto problemi ad accettare le condanne irrevocabili (la pena di morte negli Stati Uniti è tipica e un atto di barbarie, a mio parere) o il principio calvinista secondo cui esistono gli “eletti” (predestinati) scelti da Dio e i “non eletti” (tutti gli altri) che, per quanto cerchino di espiare i peccati, non avranno mai salvezza e perdono (Dio avendo decretato la loro dannazione prima che nascessero).

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A questo punto, c’è da chiedersi, cos’è successo a molti protestanti? Non tradiscono in qualche modo il messaggio cristiano di compassione e misericordia (così bene evidenziato da papa Francesco)?

Nel Nuovo Testamento Matteo dice (6:14-15):

Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe.

Mi sembra che molti protestanti abbiano abbracciato quelle parti più arcaiche del Vecchio Testamento quando gli Ebrei, in una fase ancora primitiva della loro storia, adoravano uno Dio spietato e sordo al perdono.

[vedi la discussione nata dal brano sopra]

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a) Il tema è molto complicato. Lo scritto riflette un’opinione personale non specialistica. Per affrontare la questione in modo compiuto bisognerebbe considerare e confrontare, anche a grandi linee, almeno i punti di vista cattolico, luterano e calvinista. Il materiale online abbonda.

b) Il brano è la traduzione, con qualche aggiunta, di un post del mio vecchio blog in inglese. Ne nacque (2010) un discreto dibattito tra inglesi e americani, di origine sia cattolica che protestante, di cui riporteremo alcuni frammenti in un prossimo pezzo.

Sessantotto, fantasia e disciplina

Siamo la generazione dei baby boomers, i nostri figli sono i millennials, quando eravamo giovani abbiamo vissuto il cosiddetto Sessantotto dell’altro secolo che sicuramente ha incoraggiato il raggiungimento di più libertà e maggiori diritti civili, ma ha prodotto anche molte cose negative, io credo.

Tutto e il contrario di tutto è stato detto su questo argomento. Vorrei avanzare una mia opinione.

Il contrasto delle generazioni è una tendenza naturale ma noi l’abbiamo vissuta in modo drastico. Giudicavamo chi ci precedeva perbenista, conformista e “borghese” (e magari non tutto era campato in aria). Ma nella generazione dei nostri genitori – che aveva vissuto la guerra e aveva ricostruito il paese – c’erano in realtà tante cose buone, e tra esse un grande senso di disciplina, e in fondo anche il conformarsi, il mantenere un decoro implicava un non lasciarsi andare e quindi un rigore che noi non capivamo in quanto tra i due poli interdipendenti – libertà e costrizione, fantasia e regole – il primo era per noi sempre da preferire.

Così quando siamo diventati educatori (genitori, insegnanti, formatori nei mestieri ecc.) non abbiamo fatto capire ai giovani che libertà e autoresponsabilità devono andare insieme e che per raggiungere un qualsiasi obiettivo c’è bisogno di applicazione, sforzo, sacrificio: per scrivere in buon italiano, per prendersi un titolo di studio, per padroneggiare una lingua straniera o imparare bene una professione. Lo sport è uno degli esempi più lampanti: posso anche essere molto dotato fisicamente ma se non mi applico in modo inflessibile non raggiungerò mai i risultati migliori.

Questo scadere del senso di disciplina nel sistema scolastico mi è sembrato drammatico nel corso degli anni. Ora forse si sta tornando indietro, chi lo sa, ma nelle chat e nel web si nota un italiano sempre più inconsistente e nei comportamenti si assiste alla ricerca di scorciatoie e della via in discesa, tanto più comoda (qui a Roma non ne parliamo) di quella in salita (1).

Questo in noi del Sessantotto è mancato. E ci sentiamo responsabili.

Visto che in un brano precedente abbiamo parlato dell’Europa del nord, anche lì si è vissuto il Sessantotto ma il risultato è stato alla fine assai diverso. Forse il clima e lo spirito protestante hanno aiutato, perché in genere questa gente ha più disciplina di noi mediterranei e questo chiaramente ci penalizza in un mondo interdipendente.

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(1) La tendenza alla scorciatoia, alla gratificazione immediata è però controbilanciata dalle dure condizioni (dal 2008 in poi) in cui questi giovani hanno cominciato a lavorare, con stage non pagati, salari molto bassi e situazioni bloccate che li hanno costretti a lavorare all’estero in gran numero.

Nord e Sud. Questione di clima

Il tedesco della Germania protestante viene in una piccola città del centro Italia e al mercato all’aperto in piazza c’è un banco di frutta e verdura. Il cielo è azzurro, il sole è meraviglioso e in giro c’è un’aria di allegria. La gente arriva al banco e parla, chiacchiera, socializza con l’erbivendolo. “Ah, ma qui si passa il tempo a chiacchierare, non a fare compravendita, dobbiamo prendere la verdura, noi!” Ora, il tedesco, una bravissima persona, era in vacanza, si sarebbe anche potuto rilassare.

No. Anche in vacanza tutto deve funzionare come un orologio.

Un’altra volta mi ricordo che nell’isola indonesiana di Lombok, allora intatta e al di fuori delle rotte turistiche, c’era un mercato di oggetti d’artigianato locale basato sulla contrattazione, sul bargain, e un altro tedesco – una persona peraltro preziosa che ci aiutò in occasione di un pericoloso incidente – si meravigliò che non ci fossero i cartellini con i prezzi! Ma certo era tanti anni fa, il mondo era più chiuso, non esistevano i viaggi low cost.

Mi immagino i commenti dei nord europei che venivano in Italia come tappa obbligata del Grand Tour nel 1700 e 1800. Goethe nel Viaggio in Italia ci dà molte testimonianze di intolleranza e critiche da parte dei ‘nordici’. Io perdono la gente del Nord – scrive Goethe – che critica l’Italia perché gli italiani sono veramente tanto diversi da noi.

Tra Nord e Sud d’Europa c’è in effetti una sorta d’attrazione repulsione. Come può esserci infatti una facile comprensione tra i popoli del Mediterraneo e gente che vive in un regno di nuvole, freddo e buio?

In Se questo è un uomo di Primo Levi l’autore, prigioniero nel campo di concentramento di Monowitz (Auschwitz), vede un austriaco anch’egli prigioniero che per reagire all’abbrutimento si lava e si rade perfettamente ogni giorno.

Soluzione adatta ad altri climi, medita lo scrittore.