Che i figli siano felici, è la cosa più bella. Un matrimonio italo-britannico

E ora il matrimonio della figlia più piccola in Piazza Grande, Arezzo. Il neo marito è Thomas Savage (Isola di Man, UK).
And now my youngest daughter’s marriage in Piazza Grande, Arezzo, Tuscany, Italy. Her husband is Thomas Savage (Isle of Man, UK)

Elena e Tom sono ora felici. Tutto cominciò 5 anni fa, a Londra. Prima di allora conducevano due vite parallele che non s’incontravano (cito discorsi di Tom e dei suoi amici, perché i britannici fanno discorsi in queste e altre occasioni 😲 ).

Cresciuti in culture diverse, parlando due lingue diverse, avendo vissuto esperienze diverse (Tom a Parigi ed Elena a Barcellona e in Cina), si sono alla fine conosciuti al terzo piano d’uno studio di architettura a Londra, separati da una stampante.

Una divisione che è durata poiché Tom venne poi spostato in un altro piano anche se non c’è divisione che tenga, con l’amore. In Italia diremmo che un colpo di fulmine, un canale e una bottiglia di vino furono galeotti.

Ed eccoli adesso insieme, sposati e in luna di miele in Grecia, dove i genitori di Elena si sono conosciuti.

Da anni vivono in un appartamento non lontano da quel canale che li ha visti uniti per la prima volta.

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Post Scriptum
Come detto a Mary nel post precedente ora che il matrimonio della figlia “britannica” si è concluso posso / possiamo tornare alle nostre abitudini e, quanto a me, al blog.
Stamattina, ormai qui a Roma, sfiniti, mia moglie ed io ci siamo guardati negli occhi e ci siamo detti:

“Ora le abbiamo sbolognate entrambe! [pausa interdetta] … pensa se avevamo 6 figli!! Ci avrebbero direttamente portati all’obitorio!!”

😱 😱 😱

Cani, gatti (canini) e un matrimonio

ElenaPetLondra_2
Mia figlia Elena a Londra con il pet dell’architetto capo. Niente a che vedere con la microscopica Lilla di casa nostra, di cui parlo sotto 😦

Comunicando con le blogger vengono spontanei i ricordi, le confidenze. Una volta Vitty si è dovuta sorbire la storia della mia vita 😳. Poi con Mary e sempre Vitty sono saltati fuori i ricordi di un mio gatto maschio Iappanula e della minuscola Lilla, una bolognese 🐶🐱.

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Che dirvi, le donne sono delle confidenti nate, praticamente delle ostetriche (come la madre di Socrate Fenarete), nel senso che ti tirano fuori tutti i pensieri personali. A me piace quest’arte della levatrice anche perché uno degli obiettivi di questo blog è raccogliere abbastanza ricordi da farne un libro di famiglia da lasciare ai discendenti quando, meno presi dalla vita, avranno interesse ad esplorare le loro origini.

Proprio come ha fatto il fratello di mia nonna Agnese, Carlo Calcagni, grazie al quale sappiamo tante cose delle nostre radici familiari romane, ricordi bizzarri e fantasiosi con lo sfondo di una Roma papalina seducente a cavallo tra 1800 e 1900, fatta di romani ricchi e potenti e di romani poveri, poverissimi (i Calcagni erano Conti ridotti in miseria: la famiglia Negroni (cfr. nota 1) della nonna di Carlo Calcagni aveva perso tutto al gioco e il padre di Carlo era rimasto orfano di padre; non si sa perché a lui non rimase nulla).

Il solito amico Giorgio (rompiballe)

Giorgio: “Sei lo sfruttatore di ignare fanciulle del Wide Web”.
Giovanni: “E’ che con due sorelle, otto cugine, una moglie e due figlie sono abituato a confrontarmi con l’animo femminile”.
Giorgio: “Ribalto la cosa: tuo zio montalcinese non diceva: ‘la donna è danno’?”
Giovanni: “Ma statte zitto. Se la donna è danno, allora è un danno niente male 😊”

A Mary e a Vitty, grazie e un abbraccio! [Marzia, toccherà presto anche a te ;-)]

Un gatto e un cane (vabbè)

Mary. La Corsica è un’isola che non lascia mai indifferenti. Una montagna nel mare. […] Crocevia da 4.000 anni di rotte e di popoli, l’isola, secondo una leggenda, venne chiamata Kallìste, ossia la più bella, dai Greci. Oggi è chiamata “L’Île de Beauté”, ovvero l’isola della bellezza. […] La prima [nostra visita, ndr] fu nel 1985 a Solenzara, situata nella parte sud dell’isola. Rispetto alla Sardegna, trovai l’isola selvaggia e verdeggiante. […]

Giovanni. Bellissimo viaggio e bellissime foto, Mary. Anch’io fui colpito dal fatto che la Corsica aveva montagne alte rispetto alla Sardegna ed era molto più verde, forse proprio per questo, chissà.

Prima di quel viaggio (fine degli anni ’70) avevo già avuto esperienza con i corsi, due o tre anni prima. Mi trovavo a studiare a Nizza e appena arrivato lo staff mi chiese:

“Vuole una stanza dove i giovani cantano e fanno festa oppure in corridoi dove c’è più silenzio?”.

Io ventenne optai ovviamente per la prima soluzione. Non l’avessi mai fatto. Era il corridoio con le stanze dei corsi, che facevano un casino della Madonna a tutte le ore e che mi presero di mira perché pensavano fossi francese. Una volta di notte allagarono addirittura la mia stanza!! Quando però dissi loro che ero italiano mi rispettarono e da allora non ho avuto mai più problemi.

Poi 2-3 anni dopo feci un viaggio in Corsica con la mia futura moglie, sua sorella e mia sorella piccola. Un giorno parcheggiamo la nostra 500 blu su un’altura per goderci una vista meravigliosa su una baia.

Un uomo corpulento si avvicina e dice:

“Il y a un panneau là!”

Non capimmo, era pronunciato con stizza, velocemente. Ripeté:

“Il y a un panneau là!!”.

Iappanula
Il gatto Ula (il suo sosia)

Alla fine capimmo che era divieto di sosta, perché c’era un cartello, un panneau, appunto. Togliemmo in fretta la 500. Le risate che facemmo poi! Rimase memorabile.

Tornati a Roma prendemmo un gattino meraviglioso, lo portammo a casa e lo chiamammo Iappanòla, Iappanula, poi semplicemente Ula.

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Vitty. [Ugo il cane e Oliver il gatto, ndr] Insieme formano una coppia formidabile … quando decidono di mangiare qualche biscottino, che tengo in alto su una mensola, lavorano in coppia. Il gatto salta sulla mensola, butta giù la scatola … mentre Ugo con le zampe tira fuori i biscotti … quindi se li pappano con molta soddisfazione.
Anche nel terrazzo si danno un gran daffare! Prima del loro arrivo tra fiori e qualche ortaggio, il mio terrazzo era quasi lussureggiante … con la loro presenza tutto è cambiato. Hanno tirato fuori la passione del giardinaggio, portandoli a scavare, estirpare qualsiasi tipo di pianta o germoglio che osava mettere fuori il capino… Quest’anno, che non ho piantato o seminato niente, sono rimasti quasi indifferenti alle erbe che sono spuntate naturalmente.

Giovanni. Ah ah ah ah, la passione del giardinaggio che estirpa tutto, questa è bella! L’accoppiata Ugo-Oliver è fortissima. Gli animali in casa sono dei malandrini, ma li amiamo parecchio, come delle persone furbacchio-dolci (nuova categoria: bah, a quest’ora anche se non è prestissimo sono in coma, dopo vedi perché). In effetti i cani sono territoriali, guai a violare il loro piccolo spazio.

Quanto ad abitudini strambe il mio gatto Iappanula, di cui ho parlato a Mary, mi attaccava da sopra gli armadi, da dietro le cassapanche e i divanni, come Keto nella Pantera Rosa. E Lilla, la nostra bolognese minuscola (l’avevano voluta le nostre figlie!) ci saltava addosso, in perenne carenza affettiva, come un ragno ventosa. Mi vergognavo un po’ a portarla a spasso, per un piccolo e bizzarro residuo di machismo.

Lilla piccola
Lilla era così da piccola. Ma da grande non è che il criceto cane crebbe chissà che …

Un giorno ad un parco qui vicino ci saranno stati 50 extracomunitari con i CANI GIGANTESCHI dei loro datori di lavoro. Stavano concentrati in uno bello spiazzo erboso, mischiati a tutti questi mostri pelosi con le zanne bianche.

Arrivo io nello spiazzo erboso.

Ho il criceto cane al guinzaglio.

Risata generale fragorosa. Sgangherata.

Così fu. Così avvenne il fatto. Cosa non si fa per le figlie. Nessuno la portava fuori, Lilla: le due adolescenti erano prese da ben altro e mia moglie era sempre troppo occupata. La portavo allora a spasso io, mosso da pietà e sopportando con filosofia, che dovevo fare. Ma evitando quel parco.

Il più delle volte.

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Accidenti ma quanto è grande Ugo! Ha la testona quasi il doppio di quella di tua figlia, che è così bella e pepata, ne ero sicuro. Dal suo viso si intravede meglio il tuo aspetto e la tua anima, cara Vitty, ugualmente bella e offerta ai lettori con generosità alle spezie.

Dunque il tuo Ugo è un incrocio fra levriero irlandese e spinone. Gli incroci sono così intelligenti. E’ l’origine della creatività italiana nei millenni, è provato, vaglielo a dire a …

Ma lasciamo perdere.

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Sono appena tornato un poco distrutto: due giorni fa tre ore di bivacco all’aeroporto di Schipol (Amsterdam) con successiva partenza alle 5 di mattina! E ieri notte tardi mia moglie ed io in mezzo alla campagna romana ad aspettare in mezzo ai grilli – sempre per ritardo, e te pareva – l’arrivo all’aeroporto di Ciampino dell’altra figlia, la londinese sbarazzina (foto in alto, ndr) che vi somiglia nel pepe e che è venuta qui ad organizzare il suo matrimonio (ad Arezzo!) col suo fidanzato inglese.

Amano tantissimo la nostra casa in campagna. Gli inglesi vanno in fissa con la Toscana, ça va sans dire. Ovvio verrà una caterva di parenti anglosassoni e magari vorranno pure il discorso del padre della sposa in inglese di fronte a 100 persone, come nei film, è il loro costume, va accettato.

Beh, sono pronto, non mi tiro indietro, per carità.

Un abbraccio forte e a presto,
Giovanni

Camillo-Negroni
Il conte Camillo Negroni, inventore nel 1919-20 a Firenze del famoso cocktail

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Nota 1. Sul cocktail inventato dal conte Camillo Negroni, si legge qui:

"Uno dei cocktail più amati in Italia e nel mondo è da attribuire al conte Camillo Negroni che, nel 1919 a Firenze, presso il Caffè Casoni di Via de’ Tornabuoni, chiese al barman Fosco Scarselli di realizzare una variante dell’aperitivo Milano – Torino (o Americano, in onore del pugile Primo Carnera) composta da 1/3 di Vermouth Rosso (probabilmente Martini), 1/3 di bitter Campari, 1/3 di Gordon’s gin, ½ di fetta d’arancia ed una scorza di limone".

Cfr. Luca Picchi, Sulle Tracce del Conte: La Vera Storia del Cocktail “Negroni”.
Cfr. anche quest’articolo del sito Blueblazer (Le cose buone da bere) dedicato al cocktail

La Francia, l’Italia e l’eredità di Roma

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Moda francese stile impero. Courtesy of http://www.metmuseum.org

 

L’eredità di Roma è più grande di quanto pensiamo – lingua, letteratura, diritto, sistemi di governo, architettura, ingegneria, medicina, sport, arte ecc. – e l’Impero romano è stato un potente mito nel corso dei secoli.

Dopo la caduta, nel 476 d.C., dell’Impero romano d’Occidente il Sacro Romano Impero prese a risorgere quando nell’800 d.C. Papa Leone III incoronò a Roma Carlo Magno “Imperatore e Augusto dei Romani” (Augustus Imperator Romanorum gubernans Imperium).

Tale risorto impero, prima franco, poi germanico e infine austriaco (dissoltosi solo nel 1806) si considerava l’erede della “Prima Roma” (l’Impero romano originale), mentre l’ellenizzato Impero romano d’Oriente, con capitale Bisanzio, era chiamato la “Seconda Roma” e durò molto più a lungo dell’Impero romano d’Occidente.

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Quando nel 1453 d.C. anche la “Seconda Roma” cadde sotto i colpi degli Ottomani il conquistatore Maometto II pensò di continuare il potere (e l’idea) di Roma e cercò di “unificare l’Impero”, sebbene la sua marcia verso l’Italia venne arrestata nel 1480 dagli eserciti del Papa e di Napoli. Dunque persino i Turchi cercarono di ricostituire l’Impero di Roma.

Caduta la “Seconda Roma” qualcuno cominciò a considerare Mosca come la “Terza Roma”, dal momento che gli zar russi si sentivano gli eredi della tradizione cristiana ortodossa dell’Impero romano d’Oriente.

[Ricordiamo altresì che i sovrani dei due grandi imperi continentali dissoltisi con la prima guerra mondiale, l’impero tedesco e quello russo, portavano rispettivamente il nome di Kaiser e Tsar, cioè “Cesare” nelle loro lingue]

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Caspita, ma quanti eredi di Roma! Sembra un gioco storico bislacco.

Non lo è.

Vediamo se altre nazioni hanno rivendicato l’eredità di Roma.

 

I Vittoriani, gli Italiani e gli Stati Uniti

I britannici vittoriani, ad esempio, si sono sempre sentiti i successori spirituali dei Romani.

Un magnifico articolo sul Victorianist approfondisce il legame tra i vittoriani e l’antica Roma, con numerose note che costituiscono una buona bibliografia sull’argomento. Vi si cita, tra l’altro, Henry John Newbolt (poeta e politico inglese, 1862 – 1938) che a proposito della sua personale esperienza nelle scuole vittoriane del tempo scrisse:

“Vi era un canone romano, particolarmente adatto ai bisogni dello scolaro inglese […] che richiedeva a noi […] le virtù di leadership, coraggio e indipendenza; il sacrificio di interessi egoistici all’ideale della fratellanza e al futuro della razza. […] [In breve,] al fine di impersonare l’Uomo Oraziano nel mondo, il gentiluomo [doveva ispirarsi] allo stile alto romano che faceva dello stoicismo un’arte raffinata, quasi una religione”.

Anche i patrioti italiani risorgimentali che unificarono l’Italia si ispirarono a Roma. Per non parlare del dittatore italiano Benito Mussolini.

Sia i patrioti italiani che i fascisti si sentivano in sostanza gli eredi dell’antica Roma e i creatori (ancora!) di una “Terza Roma”: dopo la capitale del mondo pagano e dopo la capitale del cattolicesimo Roma doveva essere la capitale di un Nuovo Mondo.

Un’idea sproporzionata, non c’è dubbio.

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E gli Americani? Beh, gli Americani trovano spesso somiglianze tra la loro super-potenza e la super-potenza del mondo antico: basta digitare su Google America new Rome per ottenere una lista interessante di risultati. La Costituzione Americana del resto si ispirò alla Repubblica antico-romana (nota 1), gli edifici del governo a Washington vennero eretti in stile neo-romano ecc.

[Curioso il caso di George Washington che, come Cincinnato, lasciò il potere per tornare ad occuparsi della sua fattoria. Qui sotto lo scultore Horatio Greenough lo ritrae nel 1840 quasi come un dio romano]

Washington

 

Oggi parleremo però della Francia (omettendo la Spagna per motivi di brevità).

Ha la Francia mai rivendicato l’eredità di Roma?

 

Il primo impero francese

La Francia ha assorbito molti elementi da Roma a seguito della conquista della Gallia da parte di Giulio Cesare: lingua, abitudini alimentari, comportamenti, geni, tecnologie e un atteggiamento estetico di fondo, tra le altre cose.

Abbiamo già parlato di Carlo Magno e della (ri)nascita del Sacro Romano Impero d’Occidente (che irritò l’Impero romano d’Oriente ancora in vita). Ci sono anche indizi importanti come le somiglianze tra la Legione straniera francese e le legioni romane per quel che riguarda l’addestramento, le abitudini di combattimento, la gestione del territorio (costruzione di strade ecc.) e così via.

Più significativa però è la tradizione statale di Roma che secondo numerosi studiosi venne conservata nel centralismo monarchico francese (nota 2) e nello spirito nazionale statale del popolo francese.

La persona che consolidò tale statalismo e centralismo (poi proseguito imperterrito nei secoli) fu Luigi XIV (1638 – 1715: “l’Etat c’est moi!”), uno dei re più grandi di sempre. Chiamato Re Sole (le Roi Soleil) venne associato ad Apollo Helios, il dio greco-romano del Sole (e il culto principale del tardo Impero romano). Le Roi Soleil incoraggiò tra l’altro anche il classicismo nelle arti e Voltaire lo paragonò all’imperatore romano Augusto.

Altri grandi personaggi come Napoleone Bonaparte portano tracce dell’eredità romana.

Napoleone si ispirò inizialmente alla Repubblica romana diventando primo console della Repubblica francese. Quindi il 2 dicembre 1804 ricevette la corona da Papa Pio VII (a Parigi, questa volta, e non a Roma come ne caso di Carlo Magno) e divenne Imperatore del popolo francese incoraggiando uno stile imperiale classico (neoclassico) nell’architettura, nelle arti decorative, nei mobili e persino negli abiti femminili ispirati alle tuniche della Grecia antica portate come allora liberamente senza busti e steccati, uno stile presto popolare nella maggior parte dell’Europa e delle sue colonie anche dopo la caduta di Bonaparte.

Scrive Il Costume e la moda:

"La vita fu portata sotto al seno, la scollatura abbassata, i vestiti alla greca chiamati "alla Flora", "alla Diana", all'Onfale" erano talmente sottili che non c'era posto per le tasche e si dovette inventare una borsetta a sacchetto, detta alla latina reticule. I piedi erano calzati da coturni, le teste acconciate alla greca e fasciate da bende ricamate, il corpo così esibito esaltava la giovinezza e la bellezza delle forme, certamente ispirandosi alla statuaria greca del periodo classico.

Napoleone Bonaparte [...] finanziò il Journal des Dames et des Modes, un periodico che conteneva numerose tavole illustrate e che contribuì alla diffusione del gusto".

 

Erede di Roma

Napoleone si identificava con Giulio Cesare, ne studiava continuamente le opere e riuscì a diventare uno dei più grandi generali di sempre, assieme a Cesare e ad Alessandro Magno.

Molti intellettuali francesi hanno sempre guardato all’eredità di Roma. Nell’Histoire d’un crime Victor Hugo (1802 – 1885) scrisse:

“Ogni uomo di cuore ha due patrie in questo secolo: la Roma del passato e la Parigi di oggi”.

Quest’antica patria associata a quella moderna presuppone che la Francia sia in effetti l’erede di Roma.

 

Francesi e Italiani. Chi invidia chi?

Andando un poco fuori tema e spostando l’attenzione sul rapporto tra italiani e francesi si può cercare di indagare, perché no, il tema dell’invidia tra i due paesi.

Scrive Antonio Gramsci nel Quaderno 28:

La Francia rappresentò un mito per la democrazia italiana, la trasfigurazione in un modello straniero di ciò che la democrazia italiana non era mai riuscita a fare [...] La Francia era la Rivoluzione francese [...] era la partecipazione delle masse popolari alla vita politica e statale, era l’esistenza di forti correnti d’opinione, la sprovincializzazione dei partiti, il decoro dell’attività parlamentare ecc., cose che non esistevano in Italia [...] Ma non era francofilia nel senso tecnico e politico: anzi c’era, proprio in questi democratici, molta invidia per la Francia [...]

Aggiungerei più semplicemente che anche i nostri cugini francesi provano invidia quando considerano la ricchezza storica italiana, la bellezza delle nostre città ecc. Un’invidia che emerge ogni volta che facciamo qualcosa meglio: col calcio, la Ferrari, la diffusione mondiale della nostra cucina e moda e così via.

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Facciamoci però un favore. Siamo onesti.

Se i francesi ci invidiano, noi li invidiamo di più.

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Note.

(1) Sull’influenza che gli antichi Greci e Romani ebbero sui Padri fondatori della Repubblica americana:
Carl J. Richard, The Founders and the Classics: Greece, Rome, and the American Enlightenment.
Carl J. Richard, Greeks & Romans Bearing Gifts: How the Ancients Inspired the Founding Fathers.

(2) Un interessante articolo del New York Times del 14 febbraio del 1864 in cui si parla dell’eccessiva centralizzazione dello Stato Francese e se ne tracciano la origini. La cosa colpiva molto gli Americani che vivevano e vivono in uno stato decentrato federale fin dagli inizi della Repubblica americana. Ne traduciamo un brano:

La centralizzazione è il potere onnipresente dello Stato che con la scusa di un’eccessiva preoccupazione per il benessere dell’individuo lo spoglia d’ogni responsabilità municipale e lo riduce alla condizione d’automa che vive si muove e conduce la propria vita semplicemente come la vuole l’autorità sovrana.

È difficile per un americano di qui concepire quanto possa essere castrante e demoralizzante il sistema in vigore in Francia. Quando Luigi XIV esclamò “L’etat, c’est moi” esistevano ancora i parlamenti francesi delle province; e sebbene la Monarchia fosse dispotica la gente possedeva alcuni privilegi corporativi. Ma oggi, a metà del XIX secolo e sotto l’imperialismo democratico dei Buonaparte, come stanno le cose? Per quale ragione non c’è in Francia un prefetto dipartimentale o municipale che non sia indicato dall’Esecutivo; non c’è un sindaco in tutto l’Impero, dai quaranta sindaci delle metropoli al più umile sindaco della più oscura comunità, che non sia un candidato dell’Esecutivo; e non c’è un maestro di villaggio dalla Manica ai Pirenei che non sia nominato dall’Esecutivo […]

Creatività e relax

Nel romanzo Deception Point (La verità del ghiaccio) Dan Brown descrive la redazione della ABC News, “at a fever pitch 24 hours a day”, cioè colta da spasmo febbrile 24 ore al giorno. All’arrivo poi di una notizia superimportante si va anche ben oltre questo stato già parossistico: “redattori con occhi stralunati strillano l’un l’altro a voce altissima al di sopra degli scomparti divisori …”

Poi Dan Brown parla di un’altra ala dell’ufficio le cui stanze protette da spessi vetri isolanti sono consacrate ai decision makers, cioè a chi deve prendere decisioni importanti e ha quindi bisogno di quiete per riflettere.

In effetti per ideare veramente c’è bisogno di quiete e calma. Mi ricordo un’agenzia pubblicitaria ad alto livello dove alla fine degli anni 80 creativi superpagati si aggiravano in accappatoio o prendevano il sole in un’elegante terrazza con vista superba sulla Roma dei Parioli.

Inizialmente sconcertato mi resi poi conto che in effetti le idee si manifestano meglio così poiché, come è stato osservato, esse si presentano spesso all’improvviso, quando siamo rilassati e non quando ci sforziamo di concepirle (ed è vero anche quando cerchiamo di ricordare qualcosa: più ci sforziamo e meno ce la ricordiamo).

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Cfr. anche la meditazione buddista (o la meditazione tout court) e la sua efficacia sulla creatività e la salute psico-fisica.

Cfr. anche la genesi della scoperta scientifica, tanto dibattuta nei paesi di lingua inglese. In Gran Bretagna si è parlato della “legge delle tre B”: Bed, Bath, Bus, cioè di quelle situazioni (il letto, il bagno e l’autobus) in cui la mente vaga libera e le illuminazioni sono favorite.

Evidentemente gli autobus britannici sono molto più rilassanti di quelli romani.

Soli nella zattera con onde più grandi di noi?

Ed Dorrell, giornalista britannico, scrisse poco prima del referendum sulla Brexit un articolo per l’Independent in cui spiegava i suoi motivi per votare contro il distacco dall’Unione Europea. Le sue riflessioni mi sembrano valide soprattutto oggi, in un momento in cui la Gran Bretagna si appresta ad affrontare il mondo con le sole sue forze (e qualcuno in Italia, Francia e altrove – i cosiddetti sovranisti – pensa di poter fare lo stesso).

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“Ero, fino a poco tempo fa, un euroscettico. Perché la Gran Bretagna non poteva fiorire da sola come bastione di medio calibro della democrazia liberale e della crescita in un libero mercato?

Come versione non noiosa della Svizzera trapiantata sul nostro arcipelago nord-atlantico, forse. Il nostro soft power – musica, televisione, film, la letteratura, i giornali e i media – avrebbe esteso la nostra influenza in tutto il mondo. Saremmo sbocciati, liberi dai vincoli dell’Europa, delle sue economie stanche e con legislazioni del lavoro scricchiolanti.

Ma poi, due anni fa, sono andato in viaggio d’affari in Qatar, nel Medio Oriente.
In uno dei pochi bar di quella città-stato, alle due del mattino, mi sono guardato intorno e ho visto il futuro. Era come una cartolina del mondo globalizzato, a cui non fregava un bel niente della Gran Bretagna.

Se in quel bar notavo qua e là uno sparuto gruppo di espatriati europei, la maggior parte degli avventori proveniva dalle nuove potenze globali: cinesi, indiani, arabi e russi. Non ascoltavano musica britannica o statunitense, bensì ritmi africani e pop sudamericano.
Nel futuro globalizzato il ‘soft power’ della Gran Bretagna sarà come sparare ad una pantera con la cerbottana.

Queste nuove potenze non sono le democrazie liberali come le conosciamo. Nelle enormi distese del mondo gli ideali della nostra cultura liberale sono in ritirata. I concetti dello stato di diritto, della libertà di stampa, dei diritti umani e delle libertà civili sono in declino.
Basta guardare Turchia, Russia, Brasile, Sudafrica. Senza considerare il totale disprezzo cinese per la democrazia e per gran parte degli ideali che ci stanno a cuore. O, diciamolo pure, la politica di Donald Trump.

L’Unione Europea non è ideale, ma quale governo democratico lo è? Con le nuove realtà della globalizzazione dobbiamo stare nella giusta squadra. Dobbiamo tenerci stretti i partner con cui abbiamo più elementi in comune”.

La stampa critica tutti, e va bene, ma critica anche sé stessa?

Roy Greenslade insegna giornalismo nella City University di Londra e da anni tiene un blog sul Guardian dove svolge la funzione di critico della stampa britannica.

Greenslade ha lasciato il blog a fine gennaio. Intervistato dalla Press Gazette, ha detto:

“Mi rattrista dover chiudere il blog ma credo che il lavoro di chieder conto ai giornali – ai loro proprietari, ai controllori, gli editori e i giornalisti – sia vitale perché essi fissano ancora l’agenda e quindi rimangono molto influenti.

“Il Guardian mi ha dato grande libertà in questo ruolo di critica, sia con il blog negli ultimi dieci anni che nei 16 anni precedenti in cui ho scritto settimanalmente per il giornale. Il giornalismo è stato il tema centrale della mia vita per 53 anni e spero che continui ad esserlo, per cui sono lieto di poter in futuro mantenere un rapporto con il giornale.

“Non amo i cliché del tipo ‘sono pronto a nuove sfide’ ma è esattamente quello che mi propongo di fare. Non posso parlare del progetto specifico in cui sono coinvolto – che non ha nulla a che vedere con i media giornalistici – ma esso è reale ed esaltante. Inoltre sto aumentando il mio impegno di professore presso la City University di Londra “.

Nel novembre 2015 Greenslade ha parlato nel British Journalism Review dell’importanza del giornalismo sui media in risposta ad un attacco contro di lui da parte di Peter Oborne che ha dipinto il ruolo di ‘commentatore dei media’ come “patetica auto-indulgenza”.

La risposta di Greenslade: “I giornalisti non accettano di esser l’oggetto di quel giornalismo che essi stessi praticano. A loro sta bene chiamare a responsabilità le istituzioni – Westminster, il governo, la magistratura, la polizia, la chiesa, le banche e le imprese – e sta anche bene rimproverare e ridicolizzare tutti nella vita pubblica, siano essi politici o celebrities.

“Ma guai a quei cattivi ‘commentatori’ che trattano il mestiere dei giornalisti con scrutinio analogo e che considerano i media, e in particolare la stampa, come un’istituzione che dovrebbe essere chiamata anch’essa a rispondere nell’ambito del più generale interesse pubblico”.

Ha poi aggiunto: “Se i giornali fanno il loro mestiere dovrebbero considerare anche la responsabilità di altri giornali. Non si tratta di tradimento. Non si tratta di ‘auto-indulgenza’. Si tratta di trasparenza e, in ultima analisi, dell’adempiere al giusto ruolo in una democrazia”.

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Viene in mente la difesa corporativa della stampa italiana, che c’è sempre stata e che in questi ultimi tempi si è fatta particolarmente vivace. Criticare la stampa – si dice – è un attacco alla democrazia. Senza pensare che quando la stampa non si presta a critiche allora sì che – come osserva Greenslade – è la nostra democrazia a correre dei rischi.

Il Continente europeo e le paure ancestrali britanniche

Prima della vittoria dei fautori della Brexit, quando molti britannici lamentavano le disfunzioni della UE, e a un giorno dal Consiglio Europeo del 20 febbraio 2016 sulla rinegoziazione del rapporto UK-UE, lessi uno scambio di opinioni sul Guardian che trascrivo qui:

Dutycard: In quanto non inglese ma europea vissuta nel Regno Unito per 14 anni (ora vivo in Svezia) posso onestamente dire che l’Unione Europea è un’idea brillante mal eseguita. Si è estesa troppo e in modo troppo rapido così che le sue fondamenta sono oggi traballanti. Ora alcuni paesi come il Regno Unito vogliono tornare indietro e si rendono conto che i problemi della UE devono essere affrontati e sistemati […] Tutto il mio appoggio ai britannici per aver ricordato che il sistema è lungi dall’esser perfetto e ha bisogno di miglioramento. Ho sempre ammirato la qualità presente nel Regno Unito. Cameron potrebbe non essere il candidato ideale per affrontare il problema, ma è la persona al potere in questo momento e spero che raggiunga un buon accordo innanzitutto per il Regno Unito e poi per la UE.

Curtissorbecke: D’accordo, ma trovo ironico che la maggior parte della gente comodamente ignori (o onestamente non sappia) che il principale promotore del rapido allargamento dell’UE è stato il Regno Unito. Questo vale per i paesi ex comunisti dell’Europa orientale e centrale e vale oggi per la Turchia.
[La UE] si è estesa troppo e in maniera troppo rapida così che le sue fondamenta sono oggi traballanti
Ah, ma ciò è negativo solo se si vuole realmente un’unione sempre più stretta, no?
Sin dagli anni ’90 mi ricordo che c’era già chi parlava di probabili conseguenze delle politiche di allargamento incoraggiate dalla Gran Bretagna (e dagli Stati Uniti), e che in verità l’obiettivo vero era la destabilizzazione della UE, per evitare una maggiore integrazione europea.
Se questo è vero, ha funzionato come previsto.

A mio parere e per quel che riguarda gli USA, è chiaro che non desiderino la concorrenza di un superstato europeo. Quanto al Regno Unito, non bisogna nutrire rancore per l’ostilità che esso ha sempre mostrato nei confronti del progetto europeo. Come ogni realtà insulare, il Regno Unito è fiero e orgoglioso della propria identità. Inoltre il suo tallone d’Achille è sempre stato il ‘continente’ europeo, verso cui nutre sentimenti ambivalenti e ancestrali. Da lì infatti sono venute le invasioni di Celti, Romani, Anglosassoni, Vichinghi e Normanni. L’unificazione del continente europeo è soprattutto vista dai britannici come il pericolo maggiore alla loro indipendenza. Per questo motivo hanno lottato contro Napoleone e poi Hitler, che volevano unificare l’Europa sotto il loro dominio. Sempre per questo motivo sono ostili a un superstato europeo la cui sola possibilità teorica genera in loro disagio.