Paul e Thérèse Costopoulos, di Montreal, Québec

Il centro storico di CIvitavecchia di notte
Il centro storico di Civitavecchia di notte. Cliccare sulla foto per i credits
traduction en français

Il 5 novembre scorso sono andato a salutare un blogger e sua moglie, a Civitavecchia. Ci eravamo già visti precedentemente tre volte, una nel Nuovo Mondo e due in Italia. È bello quando il virtuale si fa reale. Mia figlia Elena, 31 anni, su WhatsApp: “Com’è andata con i canadesi??” Le avevo accennato a un blogger canadese, Paul, – presente anche su The Notebook (vedi 1, 2, 3, 4 ecc.) – con cui avevo dialogato molto.

Giovanni: “È andata molto bene. Lui 87 anni, lei 83. Partono da Civitavecchia in crociera per il Mediterraneo e l’Atlantico, un viaggio romantico insieme. Sono franco-canadesi del Québec, di Montreal. Lingua materna francese naturalmente [e non “madre”, fa notare giù Claudio Capriolo, ndr], ma parlano benissimo anche inglese. Hanno questa superiorità, i canadesi, rispetto agli “americani” (che non amano: Paul li chiama Usaers 😂): quasi tutti i canadesi, non solo quelli di Montreal, conoscono le due lingue. Questo, forse, porta a un’apertura mentale più grande”.

Paul Costopoulos, franco-canadese di Montreal
Paul Costopoulos, detto Costo: a 87 anni è ancora un leone. Qui ritratto in un bar vicino al loro albergo

Giovanni: “Paul Costopoulos ha avuto madre francese del Québec e padre greco, emigrato in Canada prima della Seconda Guerra Mondiale. Il greco, più scuro di pelle, si è innamorato di questa splendida ragazza dalla pelle chiarissima. La coppia ha avuto Paul e altri due maschi. Lei però non voleva che il padre parlasse in greco a Paul. Era molto rigida. Pertanto, quando Paul aveva 10 anni, l’emigrante greco tornò in Grecia”.

“Paul si trovò allora in una situazione molto dura. I greci di Montreal lo consideravano francese. I francesi lo consideravano greco. Ma lui si è fatto forza e ha combattuto, si è tirato su, a scuola studiava studiava, leggeva di nascosto la letteratura francese della Francia considerata troppo osé a quel tempo in Canada 😂, studiava i capolavori della letteratura inglese, questi finalmente un po’ puritani 😂”

[A questo punto mia figlia avrà pensato: "Noo, il solito pi***ne di papà". Non ha però usato questa parola, la usa suo padre, ndr]

Le père Lachance, un prete e suo prof, lo ha aiutato a costruirsi, intellettualmente e moralmente. Poi Paul ha conosciuto Thérèse, una splendida ragazza dalla pelle bianchissima e gli occhi azzurri, come la madre, di 4 anni più giovane. Si sono innamorati e sposati”.

Thérèse Costopoulos, 83 anni
Thérèse Costopoulos, 83 anni, valida e vivace compagna di vita di Paul

“Paul Costopoulos, greco canadese che non sa il greco (ma sa il latino meglio di me) ha lavorato fino alla pensione in una struttura per il recupero di delinquenti minorenni annessa al riformatorio di Mont-real, struttura del comune cittadino che, rispetto a Roma, funziona come un orologio. Ha fatto del bene a questi giovani, che l’hanno rispettato e amato. Non era tenero. Poneva dei limiti. Di questo avevano bisogno”.

“Paul e Thérèse Costopoulos hanno tre figli, André, che lavora all’università e scrive di archeologia in contatto con gli specialisti del settore nel mondo. E due figlie gemelle identiche, che avevano fatto una bella carriera a Toronto (la Milano del Canada) ma poi hanno deciso di tornare a vivere con i genitori, non essendosi sposate (il che è incomprensibile, essendo spiritose, intelligenti e carinissime)”.

Piazza Leandra, a Civitavecchia
Piazza Leandra, il cuore del centro storico di Civitavecchia. Cliccate sulla foto per i credits

Ψ

“Cara Elena, ti ho raccontato la storia di Paul e Thérèse. Paul è stato uno dei migliori commentatori, forse il migliore, del mio vecchio blog in inglese, compagno di tante avventure della mente sia emotiva che intellettuale. Per cui non posso dimenticarlo”.

“Non è un uomo ricco, ma è più ricco più di tanti e tanti ricchi”.

Ψ

“D’altronde, riusciva a dire in 2 righe quello che a me ne richiedeva 50 😂😂”.

Marina (e la risata romana)

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Marina, a pranzo durante la pausa, fotografata con il mio piccolo Nokia qualche anno fa. Qui siamo io e lei ma a volte c’era anche Darryl, di Los Angeles

Giovanni (*quando l’andavo a trovare*: “Marina, andiamo a pranzo?”
Marina (*scherzosa*): “Vabbe’ professo’. Villa Borghese?” Del resto l’ambasciata americana dove lavorava era proprio a due passi.

Marina, in tutti gli anni che ho insegnato IT (Information Technology), ha sempre avuto un’influenza benefica: una medicina, in pratica.

Somiglia moltissimo a Sabrina Ferilli ma con la parlata più romana. La Ferilli, cresciuta a Fiano Romano, vicino a Roma, ha una parlata più ‘burina’ (giornada e non ‘giornata’, passado e non ‘passato’ ecc.), il che rende l’attrice indubbiamente interessante.

Era ed è, Marina, talmente bella, così pura nell’aspetto e nel comportamento, che irradia qualcosa di speciale e quando arrivava all’Elea Spa, una delle società di formazione di cui ero consulente (ormai defunta, purtroppo, dopo la crisi), si scatenava il panico:

“È arrivata Marina! È arrivata Marina!”

Capelli e occhi castani, fare schietto, Marina è una bellezza italiana raggiante e il tipo di “romana” alla Sabrina Ferilli (come già detto sopra). Ma quello che più conta per me è che è stata una delle migliori, più devote e calorose allieve che abbia mai avuto nel corso dei lunghi (e duri) anni di lavoro nell’IT. C’è molto affetto e rispetto tra noi.

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L’attrice Sabrina Ferilli

Flavia [personaggio dei vecchi dialoghi del “Man di Roma”, ndr] è al 60% mia moglie ma è al 40% Marina.

Le due sono simili e, se mia moglie è forse più vicina a Minerva e a Giunone 😲, Marina invece possiede tra le altre cose una qualità speciale che mia moglie non ha:

Marina ride con la risata romana, uno dei migliori esemplari che abbia mai sentito, non scherzo.

Dal vecchio blog Man of Roma:

“Flavia’s ancient Roman laughter pops in the room. It is loud, slightly crass but shining, as it should be and as I hope it will ever and ever be in the future, somewhat like a sympathetic, warm BIG HUG to the world.”

“La risata antica di Flavia schiocca nella stanza. È rumorosa, lievemente volgare ma scintillante, come dovrebbe essere e come spero sempre sarà nel futuro, una specie di espansivo e caldo grande abbraccio al mondo“.

[Mia madre rideva quasi allo stesso modo … ma Anna Magnani, il massimo! 💩, ndr]

Pranzo al sole a Villa Borghese

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Villa Borghese, Roma (credits)

In primavera, durante un pranzo sotto un bel sole a Villa Borghese, con i pini a ombrello tutt’attorno, ci siamo visti di fronte due ricchi vassoi di antipasti misti (fusilli, olive, pomodori, mozzarella, schegge di parmigiano ecc.), il tutto accompagnato da un mezzo bicchiere di vino bianco.

L’appetito ha invogliato alle chiacchiere mentre sia il vino che la primavera, il ver degli antichi. intossicavano a poco a poco l’aria.

Quando è arrivato il momento giusto ho preso il cellulare dalla giacca e ho cominciato a fare un po’ il deficiente (cosa che mi riesce, è noto 😕)

E allora è successo.
Abbiamo riso.
Soprattutto, LEI ha riso.

Beh, non era una delle sue risate migliori – ha visto che ero lì apposta con il cellulare – eppure è una risata romana sana, simpatica, che un minimo rivela la “cultura” della nostra città, con i suoi pro e i suoi contro (come qualsiasi risata è un po’ rivelatrice di qualsiasi cultura, mi sembra sensato affermarlo).

Cliccate su play nella barra audio qui sotto (e giudicate voi).

To My Eldest Brother

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Rome’s rooftops at dawn (credits)

Rome, April 2004, 6 am. A cold but bright morning. I am sitting in my terrace, looking at the Roman rooftops. It’s almost dawn and I’m cold. I had two sisters and 8 female first cousins,you know, and I met him at 3. He therefore became my eldest brother.

My Eldest Brother

I’ve heard him on the phone last night, after many years of silence. So now on the first shred of paper I’ve found I’m quickly jotting down, here on my terrace, the words I got in my head before I forget them.

Words thrown spontaneously – and a bit wild too, perhaps.

1950s-1960s remote, antediluvian stuff?

God knows. We lived in immediate post-war Italy, a different world altogether. Judge for yourself.

Gianvi13 anni
My ‘brother’ at 13. We had the same colours, green eyes and blonde hair, but he was blonder. They took us for real brothers

To My Eldest Brother

My friend, companion of happy adventures
during the prime of life,
at 6 am in a Roman morning,
a cold breeze running over the rooftops
of a pagan city,
you, companion and brother,
I come to celebrate
as in an ancient rite,
a pencil splashing words
on a page, rapidly,
words alive, unlaboured.

You taught me to enjoy this life,
its primordial side and strength;
I, more fearful,
brought up in a world of women,
the manly ways
by you was taught,

the male attributes, or nuts,
you always had,
and have: do not forget!

Oh fuck, male attributes,
may the Lord be thanked!
In a world
full of empty jaded phony people,
you were example, always,
friend and brother,
of strength and courage,
more than my father was.
You – and my mother’s brothers,
so dear and much beloved.

My father, though,
who meant a lot to me,
from him I took a few things.
But you were vast to me.
One more year is a lot
when one is a child,
A primacy, it establishes,
I’ve always recognized you.

Here, now, on this small terrace
facing the city of Rome,
in front of the ancient temples
of our primeval culture,
I you honour, brother,
I you celebrate, my friend,
that primacy still recognizing
that wasn’t only of age.

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At this point red wine I’d drink
(but it’s early in the morning…)
the full-bodied red, Tuscan wine
of our wonderful winter evenings
(in our Arezzo countryside: do you recall?)
when, meat roasted over embers,

the Dionysian pleasures
of meat and wine you did deliver
and of the women
grabbed by the hair
and gently, strongly,
sweetly loved.

bacio1

The breeze is warmer.
and words begin to fail.

I only hope,
my friend & strong companion
& ‘eldest brother’,
to have conveyed you
memories & emotions
during abrupt awakening
after a telephone call.

[Geraldine, a Dubliner blogger, made the translation from the Italian original; I, now (20 oct 2018) totally remade it. This dear Celtic woman is btw not responsible for the four letter word – f@#k, I have decided to use, not her]

GianviEpadre
My friend at 22 with his dad Michele. They had a very strong bond. While Gianvi’s mum was Tuscan, his dad was from Salerno, which meant a lot to both of us

 

Joys (and sorrows) we had in our relationship, but all was lived with exuberance and almost violent intensity.

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Arezzo and its country. There’s a third friend and we were like the 3 Musketeers. Shot years ago with my small Nokia E63

He had a beautiful house across from mine but when we first met over the wall at 3-4 years of age (I was alone, he with his grandma, a gentle lady as from an old-time painting, ) we did not like each other at all. He looked prissy and too well-groomed to my taste.

Then one day his mother took him to our house for an official visit (the two mums were close friends). Disturbed we were a bit so we began to throw pebbles at a can placed on a stone table at 10 yards from where we were, just to kill moodiness.

The throwing-pebbles-at-a-can thing triggered ALL. We have never left each other since then (apart from a few intervals.) Thing being, our brains knew how to fly together, and we laughed and laughed and we laughed out loud. His mind, odd and humorous, rich with ideas, well connected with mine.

In the picture below I am 18. From then on we had the first break. A long one.

giov_tessera_18_c
Man of Roma at 18 (1966.) Our friendship was about to go on a hiatus. Pauline O’Connor, my piano teacher, had just arrived. Magister will also, though in 1972

 

Now that we are old, we feel even closer and there won’t be intervals any more.

It’s this desire we have to stay close at the end of a marvellous adventure we did begin together, in the company also of the loved ones from his side and from my side – who make our life more humane (and who console us of its miseries.)

Al mio fratello maggiore

I tetti di Roma all'alba
Alba romana ad aprile (originale).

Roma, aprile 2004. Le 6 di una mattina fredda e luminosa. Guardo i tetti di Roma. Sono seduto nella mia terrazza. E’ quasi l’alba e ho freddo.

Ho risentito Gianvincenzo ieri sera al telefono dopo anni di silenzio. Scrivo velocemente a matita sul primo pezzaccio di carta che trovo parole che ho in testa, per timore di dimenticarle.

Parole buttate là, piene dell’emozioni di quegli anni, i 1950 e ’60, e dunque anche un po’ selvagge e d’epoca remota, superata.

Che volete che vi dica, era l’Italia del dopoguerra. Giudicherete voi.

Gianvi13 anni
Mio ‘fratello’ a 13 anni. Avevamo gli stessi colori, occhi verdi e capelli biondi, ma lui era più biondo. Ci prendevano per dei ‘veri fratelli’

 

Al mio fratello maggiore

Amico mio, compagno
di scorribande felici
nella fase più piena della vita,
alle 6 di un mattino romano,
la fredda brezza che corre
sui tetti di una città pagana,
io te, compagno mio e fratello,
vengo qui a celebrare
come in un rito antico,
schizzando con la matita
rapide su un foglio
parole vive e non lavorate.

Mi hai insegnato a godere della vita
l’aspetto primordiale e forte;
io, con più timore,
cresciuto in un mondo femminile,
il lato virile mi hai insegnato,
quello con gli attributi,
che hai sempre avuto,
e hai,
non lo dimenticare!

E cazzo vivaiddio gli attributi!
In un mondo spompato
pieno di gente vuota stanca fasulla,
sei sempre stato esempio,
caro fratello mio,
di forza e di coraggio,
molto più che mio padre;
tu, e i miei zii materni,
i carissimi e amati
fratelli di mia madre.

GianviEpadre
Il mio amico a 22 anni, con il papà Michele. Erano molto legati l’uno all’altro. Se la madre di Gianvi era toscana, il papà era di Salerno, il che ha avuto significato nella nostra amicizia

A mio padre,
che pure fu tanto,
devo altre cose,
ma tu sei stato molto per me,
un anno in più vuol dire,
quando si è giovanissimi:
aiuta a stabilire il primato
che sempre ho riconosciuto.

E qui, in questa piccola terrazza
della città di Roma,
di fronte ai templi antichi
della nostra cultura primigenia,
io qui ti onoro,
fratello mio maggiore;
io qui ti celebro,
quel primato ancora riconoscendo
che non fu solo d’età.

A questo punto vino rosso berrei
(ma è mattino presto…)
il vino rosso forte, toscano,
di quelle serate d’inverno
meravigliose
della nostra campagna d’Arezzo.
In cui tu,
la bistecca arrostita sulle braci,
i piaceri dionisiaci consegnavi
della carne, del vino
e delle femmine prese per i capelli,
e dolcemente, fortemente,
teneramente amate.

La brezza ora è più calda
e le parole cominciano a mancare.

Spero soltanto,
amico caro, mio forte compagno
e fratello maggiore,
di averti comunicato
le mie emozioni al brusco risveglio
dopo una telefonata.

ψ

Arezzo e la campagna attorno dove crescemmo insieme. C’è un terzo amico, perché eravamo come i 3 Moschettieri. Ne parlerò. Scattato con il mio piccolo Nokia E63

Nota. I nostri cervelli sapevano volare insieme, e ridevamo, ridevamo a crepapelle. Aveva una mente bizzarra, umoristica, piena di idee. Ci intendevamo per questo.

Qui sotto ho 18 anni. Sono serio. Dì li in poi ci fu il primo lungo intervallo. Mi ero urtato perché era stato, secondo me, insensibile nei confronti di una relazione amorosa mai sbocciata tra me e una certa Cristiana, bruna con gli occhi neri, aretina. Lei 15 anni, io 17.

Giovanni in 1966. I’m not THAT vain to put only myself here. “My photo is arriving” he said yesterday. Well, we will see. Our frienship was about to go on a hiatus. Pauline O’Connor had just arrived. Magister will also, in 1972

Adesso che siamo vecchi, o quasi, ci sentiamo ancora più vicini e non ci saranno intervalli.

Credo che sia la voglia di finire l’avventura meravigliosa cominciata insieme, anche con tutte le altre persone care accanto a lui e accanto a me, che ci rendono la vita più umana (e ci consolano delle sue miserie).

Where are you, John Bauer from Kansas City? We were playing Bach in Trastevere, vicolo della Penitenza, in the 1970’s

PianoKeyboard
A piano keyboard (credits)

We lived together for a while in that apartment, so many stairs, no elevator.

I was studying Bach’s English suites, you Bach’s French suites although you were a much better pianist.

Your hands were big and very white, mine smaller and not as white as yours. We played in totally different ways (Lutheran, you, Italian from the Michelangeli school, I).

The piano was your instrument, not mine, my hands were smaller, yours big and very white. We both loved Bach.

I will never forget, as long as I live, your performance of Bach’s Fugue in C# minor, BWV 849, WTC.

If you don’t read this message in a bottle in a few days or weeks … it is OK. You will, some day. In this world, or another.

Giovanni

Penitenza
Un palazzo di Vicolo della Penitenza a Trastevere (credits)

Sledpress, la strega

Sledpress Sixteen Tons nel suo studio, Virginia del Nord, compagna di mille scorribande virtuali (credits)

Questo post vuole celebrare Sledpress, una feconda dialogatrice (e scrittrice) nel gruppo di persone della blogosfera in inglese.

Sled non si dà arie, è colta, competente. Diciamo che ha pure un brutto carattere. E’ per questo forse che ci frequentiamo.

Ora Sled, che ha sufficientemente sangue celtico nelle vene, è una rossa (o roscia) a cui piacciono i gatti e ha molti amici che li amano pure. Non sarà mica una strega?

Perché vedete, le streghe sono molto popolari oggi, non sto scherzando, e capiscono guarda caso anche le lingue antiche.

Tempo fa ho udito delle parole (1) uscire dalla sua stanza. Una voce maschile, misteriosa, come d’altri tempi:

Hey Sled, tibi gratias ago!
Res mira, res mira Sledpressa domna!
Plane nobis Fortuna bona!
Modo omnia evenire possunt …. modo omnia evenire possunt …

Era un inganno. L’uomo stava ora uscendo dalla stanza e si avvicinava lentamente brandendo un gladio romano istoriato e dall’impugnatura scarlatta.

Ma lei lo “percepisce” con la coda dell’occhio, si gira di scatto e lo stende con un pugno violentissimo sul naso.

Perché vedete, Sledpress, oltre alle doti di cui sopra, è anche una culturista. La T-shirt dice:

“E’ mezzanotte.
Sapete dove si trova
il vostro muscolo piriforme?”

____
(1) “Hey Sled, grazie grazie!! Una cosa meravigliosa, una cosa meravigliosa, Signora Spedpressa!! E’ chiaro che la Fortuna è con noi!! Ora tutto può succedere … tutto può succedere …”

E infatti è successo 😉

La storia del nostro amore. Corfù (2)

Corfu By Night
La splendida città di Corfu by night (credits)

“No, la storia del vostro amore noo, anche questa seraaa nooo!!” (siamo quasi all’imbrunire, seduti a cena con vecchi amici nel giardino di una villa toscana con Arezzo sullo sfondo). Il suono dei grilli e delle due ultime cicale viene quasi sopraffatto dalle proteste per una vicenda racconta e ri-raccontata ad nauseam [vedi “Storia del nostro amore 1”].

Non ascolto rimostranze. E comincio inesorabile a raccontare … 😳

ψ

La Storia è qui sotto, per The Notebook arricchita con molti ma molti particolari 🙄

Il giornale

Nino_Longobardi
Nino Longobardi è stato un giornalista, scrittore e conduttore televisivo italiano, opinionista del quotidiano «Il Messaggero». Alla fine della carriera fu assunto da D’Amato in vari ruoli (editorialista di Vita e conduttore di alcune trasmissioni a Tele-Vita). Testo adattato dalla Wiki

Per quasi un anno, prima dell’incontro che capovolse tutta la mia vita, avevo lavorato a un giornale, Vita Sera – di un certo Luigi D’Amato (giornalista, docente e politico) -, che come tutti i giornali della sera usciva il pomeriggio. Era molto comodo per i miei ritmi biologici: mi alzavo molto presto, andavo in redazione a via Parigi 11 e finivo nel tardo pomeriggio. Poi ero libero, giovane com’ero, di scorazzare dedicandomi ad altre cose, tra cui accompagnare al piano una bella pièce d’avanguardia di Nino Lombardo (Macbeth rivisitata, tanta musica (!) perché fondeva Shakespeare e Verdi). Teatrini “off” si chiamavano, – e chiamano, credo. E a Roma, negli anni ’70, a Trastevere e altrove, pullulavano.

Nino Lombardo bravo regista
Il bravissimo regista Nino Lombardo, oggi. Litigammo (per colpa mia). Credits

Il lavoro al giornale era abbastanza duro ma a me piaceva, conoscendo già quasi tutti per aver anni prima lavorato a Roma Notte, altro quotidiano della sera che poi purtroppo chiuse e dove conobbi il carissimo (e umanissimo) Franco Papitto a cui tutti volevano bene e che poi passò a La Repubblica dove lo seguii anni dopo (nonostante lui fosse allora corrispondente da Bruxelles) nella redazione romana diretta in quegli anni da Guglielmo Pepe.

Giorgio (sorseggiando un rosato): “Fesso, potevi fare il giornalista professionista!”
Giovanni: “Sono il campione delle occasioni mancate, lo so, ma quel che ho conosciuto del mondo giornalistico mi ha dato tanto. Fesso sarai tu”.

Ricordo il grande salone openspace popolato da gente intelligente e umoristica (Nino Longobardi in primis) nonostante il proprietario D’Amato – persona peraltro acuta e di grande esperienza – ogni tanto CAZZIASSE giornalisti e collaboratori in modo orrendo, umiliandoli di fronte a tutti.

Verso l’estate mi trovai a cartucce scariche. Lavorare di giorno in redazione e di notte nei teatrini mi aveva stremato ma non era solo questo. Ero entrato nel giornale poco dopo aver finito 13 mesi di naja, 10 dei quali trascorsi in una caserma punitiva per sessantottini dove mi avevano quasi stroncato, vicenda descritta in un brano precedente.

Grecia
Il mare unico della Grecia. Corfù? Forse (public domain pic)

A metà luglio mentre me ne stavo a casa abbastanza depresso mi telefoni tu, Riccardo [voci di impazienza anche sua coprono il canto dei grilli, ndr] e mi chiedi se accompagnarti in Grecia per l’intero mese di agosto.

[Qui il racconto della Storia si astrae dalla cena nella campagna aretina e vola nell'empireo dei ricordi, con qualche folata di zolfo resa forse più lieve dal sottofondo, nello studio di casa mia a Roma, della musica di Keith Jarrett, ndr]

Nasce l’amicizia con Riccardo

Non avendo altri piani colgo la palla al balzo e gli dico in due secondi di sì. Richard rimane di stucco. Non gli era mai successo che uno decidesse in un attimo di un intero mese di vacanze.

“Tipico. Solo ***** fa così”

Impossibile descrivere l’espressione e il tono suoi quando così commentò anni dopo. Mi voleva bene. La mia bizzarria Calcagni (la nonna materna romana di 7 generazioni) evidentemente gli piaceva.

C’eravamo conosciuti a soli 10 anni, alla fine degli anni ’50, quando incontrammo delle difficoltà per l’esame di 5a elementare (allora la scuola non scherzava) e dovemmo ricorrere alle ripetizioni del maestro Ciccarelli, conosciuto in quartiere per le operazioni di ciuco-salvataggio.

Somari a scuola lo eravamo, ma per motivi diversi.

Lui, di famiglia napoletana, era appena arrivato da Como dove aveva vissuto diversi anni per motivo del lavoro del padre. Era quindi spaesato.

Io, di famiglia piemontese romana e toscana, avevo appena avuto l’epatite alimentare di tipo A, che allora era detta itterizia. Un giorno chissà perché mangiai tantissime uova (erano contaminate?). Il giorno successivo, mannaggia, mi ritrovai tutto giallo e rimasi diversi mesi a letto a leggere.

Ma, spaesato lo ero anch’io perché per natura un po’ solitario. Ora, in lui lo spaesamento è stato di breve periodo, la napoletanità aiutandolo rapidamente a integrarsi (i Parioli erano così belli allora, così vissuti da un mare di residenti! Oggi sono purtroppo popolati quasi solo da impiegati che ne affollano vocianti i bei bar 😰).

Dunque spaesato lo ero allora e lo sarò successivamente, nonostante i tanti amici maschi di cui avevo bisogno, circondato com’ero dalle tantissime femmine della famiglia.

Il lamento di papà:

“Mio figlio mi diventerà omosessuale!”

Il Piper Club e Vladimir

Club
Foto di Marcello Linzalone. Credits

Diciamo che un carattere un poco solitario ha comportato anche vantaggi. Prendevo fittoni autistici e così per es. imparai bene l’inglese già a 15 anni; o la chitarra a 12, skill che mi rivendetti 5 anni dopo poiché a 17 anni, assieme a Sergio L., creammo “The Dragons / We Four”, una band che arrivò a suonare addirittura al Piper, il club a quei tempi più famoso d’Italia.

Le ragazze finalmente si inginocchiarono al mio cospetto, ma solo dopo una lunga traversata nell’arido deserto della sfiga, cioè una marcia solitaria senza la … , a voler usare la parola (ehm) nell’uso letterale. Vantaggi, quel tipo di carattere con la testa per aria, ma anche svantaggi, come in tutte le cose (più gli svantaggi, a voler tirar le somme; vedi il post Solitudine positiva e negativa).

Vladimir (sei questo qui?), l’intelligentissimo serbo con cui feci amicizia studiando a Nizza (e che mi disse che una ragazza inglese molto carina era adattissima a me, ma la cosa non successe), Vladimir dicevo, quasi vent’anni dopo l’episodio del maestro Ciccarelli, un giorno mi disse di sé:

“Sono a mio agio dappertutto, e dappertutto a disagio”.

Bello. Mi restò dentro.

Il puzzo dei piedi

Dunque alla fine degli anni ’50 ci conoscemmo, Riccardo ed io, dal maestro Ciccarelli assieme a un gruppetto di altri somari che cercavano di farcela all’esame di 5a elementare. Non dimentichiamoci che l’Italia dell’immediato dopoguerra era molto diversa da quella di oggi (le pecore per Roma, gli zampognari, le processioni con le fiaccole). Mi ricordo un lungo tavolone di bambini malvestiti – molti svantaggiati socialmente – con le faccette da impuniti (saremo stati una quindicina) in gran parte affetti da ADHD, cioè deficit di attenzione e iperattività, che allora si chiamavano semplicemente: ragazzacci, discolacci, piccoli delinquenti, a scelta.

Oggi non scegli: ADHD.

Dunque, facevamo un micidiale casino e Ciccarelli col suo vocione cacciava un urlo e riusciva ad ammutolirci.

Qualche volta.

Indimenticabile quando improvvisamente si sentì un gran puzzo.

“Qui a qualcuno gli puzzano le fette!”

Disse elegante il maestro.

Ci guardammo l’un l’altro sentendoci in colpa. Poi guardammo sotto il tavolo per identificare la fonte dell’insolente emanazione, ognuno cercando disperatamente di scagionarsi. Annusa che ti annusa – un bambino è praticamente un cane, ha i sensi acuiti – vedemmo alla fine dei piedozzi con delle scarpe di cuoio marrone scuro.

Ma … come era possibile?

Risaliamo confusi dalle scarpe alla persona e … tableau! Scoppia un’inconcepibile risata a cui segue, sgangherato, un coro :

Il maestro Ciccarelli!! Il maestro Ciccarellii!!!

Che gioia! Che diluvio di risate! Rimase negli annali il povero Ciccarelli che oramai anziano sentiva un puzzo di fette ma non si accorgeva che era il suo. Personaggio dalla bella pancia e i capelli tinti, Ciccarelli, che però svolse assai bene il suo compito poiché quasi tutti fummo promossi con buoni voti.

Riccardo, cosa ci legò oltre a quell’episodio? (certo, essere seduti vicini a sghignazzare, da cui principiò una bella amicizia resa poi definitiva dal casuale nostro inserimento nella stessa classe alle Medie di via “Boccioni” – il nome già un programma – e al Liceo Classico Goffredo Mameli di via Micheli.

Il tradimento (finisce l’amicizia con Riccardo)

tradimento
Il tradimento contro chi si fida è il peccato più grande per Dante (e non solo). Credits

Ma credo ci legò anche un pizzico di nordicità comune e soprattutto il tuo fare caldo del Sud, il bel calore umano del Mezzogiorno d’Italia di cui ho sempre avuto bisogno nella vita per quel tenace residuo alpino che a volte non concede ai sentimenti.

Tu che quasi a 30 anni dall’epoca del maestro Ciccarelli mi tradirai per mediocre tornaconto (e vigliaccheria); anzi, tradirai soprattutto mia moglie e la sua generosità, meglio ignorare come …

Non so perché ne scrivo ora, sono confuso, questo post mi è costato moltissimo. Comunque, Riccardo, anche oggi che non ti vedo più da tanti anni ti dico che non ti perdonerò mai anche se non posso dimenticare le cose passate insieme e soprattutto il fatto che hai reso possibile l’incontro con la donna che mi ha cambiato l’esistenza.

Se leggi, come forse leggerai, ascolta e ricorda …

La partenza

Fine della Via Appia a Brindisi
La fine della via Appia a Brindisi, con i resti delle due colonne che danno sul canale che protegge le navi che arrivono e partono

Dunque i primi d’agosto della fine degli anni ’70 entriamo con armi e bagagli (pochissimi) nella Renault 5 di Richard e lui imperterrito guida fino a Brindisi neanche troppo piano (una guida sparata-calma, una cosa incredibile), cioè fino a Brundisium (o Βρεντεσιον, per i Greci), dove finiva (e finisce in due colonne ammalianti) la regina viarum via Appia poiché laggiù gli antichi Romani si imbarcavano per veleggiare verso il fascinoso e culturalmente più evoluto Oriente mediterraneo (Egitto, Grecia, Cirenaica, Asia Minore ecc.) e dove noi emuli degli antichi (vabbè) imbarchiamo la macchina e noi stessi su un traghetto diretto all’isola di Corfù.

La famiglia di Riccardo era proprietaria di un piccolo appartamento che era stato affittato a due studenti greci che frequentavano l’Università Sapienza di Roma (moltissimi Greci studiavano e studiano nel Belpaese e conoscono l’italiano).

Arrivati nella stupenda città di Corfù (Κέρκυρα, Kérkyra), la capitale dell’isola dallo stesso nome (le nostre due figlie, poverette, tra i vari nomi hanno anche Kérkyra 🙀 ), andammo a trovare questi due ragazzi greci e i loro genitori. I ragazzi schizzarono via, desiderosi di rivedere i loro vecchi amici, è naturale, e non li rivedemmo più; e i genitori ci accolsero a braccia veramente aperte: a parte la lingua, ci sembrava veramente di stare tra italiani.

“Una faccia una razza”

Si diceva (e si dice) sempre da quelle parti, per sottolineare la consanguineità delle due culle dell’Occidente (vedi 1, 2, 3, 4 ecc. ecc. ecc. 😴)

L’isola e la città erano stupende …

[continua]

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“La storia del nostro amore?” “Nooooo!!!” (1)

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Il giardino della villa di Gianvi quasi all’imbrunire, con Arezzo nella distanza

Agosto. Un giorno imprecisato dei primi anni ’80. Un giardino e degli amici 35enni nella campagna aretina. La sera è finalmente cool dopo il caldo afoso della giornata. In campagna, a differenza della città, l’escursione termica è forte, si passa rapidamente dal caldo torrido alla brezza fresca del crepuscolo.

I grilli già intonano le loro arie misteriose ma un paio di cicale resistono, sparute superstiti di un esercito assordante che poco tempo prima ci aveva incantato (o appallato, a seconda dei casi).

E’ così bella una tavolata in giardino con gli amici di sempre!

Tutti così pieni di allegria (non che adesso manchi, l’allegria, ma è più placida), tutti desiderosi di vita e di baldoria quando ci ritroviamo insieme!

 

Anna e Gianvi
Anna e Gianvi nel 2014

I pini i lecci e gli abeti esotici della casa di Gianvincenzo detto Gianvi fanno da cornice maestosa alla tavola imbandita con arte da sua moglie Anna e ai sapori schietti e decisi della cucina toscana del luogo: crostini con impasto all’aretina, olive verdi e grandi in salamoia, maccheroni (tagliatelle, da noi) al sugo di nana (da noi è l’anatra) e verdure di stagione (pomodori, insalata e cetrioli) che accompagnano riccamente due massicce fiorentine della Val di Chiana (alte 5 rigorosi cm) appena uscite fumanti dalla brace del barbecue (e dalle mani del suo sacerdote indiscusso, Gianvi).

Il tutto innaffiato dal rosso Armaiolo di Gianluigi Borghini (un must, per noi, i vini del conte Borghini Baldovinetti de’ Bacci) e da un Galestro capsula viola Ricasoli che a quel tempo, forse non dopo, era un gran bel bianco rotondo.

Gianvi è il mio migliore amico. A 4 anni mia madre e la sua ci fecero incontrare nel nostro giardino che confina con il loro (le due giovani erano amiche d’università a Firenze) mettendoci di botto l’uno di fronte all’altro. Ci guardammo in cagnesco. Io ero sempre sporco e scalmanato e non mi piacque quel signorino precisino e agghindato. Lui provò sensazioni contrarfie alle mie, credo, e mi guardò schifato.

Poi, forse per noia (o per ingannare l’imbarazzo) cominciammo a tirar sassi a un barattolo di latta posto sul tavolo di pietra, oggi coperto di licheni, che si trova al centro del prato di fronte al casa nostra. Scattò il miracolo, come capita solo ai bambini, e da allora iin poi siamo sempre stati inseparabili l’estate e ne abbiamo combinate negli anni di TUTTE, vedi ehm l’episodio della donna con la bottiglia .

Anna per chi non lo sa è chiamata (da me) “la sposa” e il nomigliolo è rimasto: una donna bella delicata e forte con dei bellissimi occhi verdi che ti guardano con espressioni dolci e complesse.

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“La Sposa” è bella anche adesso, a 31 anni da quella sera

Chi altro siede alla tavola?

C’è la perugina architetta Giovanna dagli occhi verdi grandi che accompagnano la sua ironia pungente: il padre è di quella città e la madre proviene dalla lontana (e protestante) Finlandia.

C’è suo marito Riccardo, mio compagno di scuola fin dalle elementari: un fustaccio romano dall’agire essenziale e dalla battuta umoristica sempre pronta, ben allungato e piazzato, dalle spalle possenti e la fronte non alta sotto i capelli superfolti.

Conobbe la vichinga Giovanna quando lei studiava architettura a Roma e dormiva in un pensionato di suore che si apriva su di un giardinetto dominato proprio dal balcone di casa sua a viale Parioli (i casi della vita): Riccardo, che usava il giardino come vivaio di giovani fanciulle, lui, tombeur de femmes – parola a cui nel caso suo va aggiunta la r dopo la t – cadde nel laccio della Sorte, che è imprevedibile, si sa, per definizione.

C’è Stefano, romano e compagno di scuola anche lui fin dalle elementari (il più intelligente di tutti noi) la cui nonna paterna era di origine tedesco olandese danese (friṡóna, in pratica) e con il quale ho sempre condiviso l’anglofilia, la passione cioè per la lingua e cultura inglesi, tra le altre cose: bei lineamenti, occhi d’un azzurro chiaro, alto ma non come Riccardo, la pelle del tipo nordico bianchissima e slavata e le battute anglosassoni irresistibili proprio perché sobrie, understated.

E dulcis in fundo c’è il capolavoro e dono di qualche dio finalmente a me benevolo (dopo una lunga serie di tribolazioni): la mia stupenda e fatata moglie Raffaella: una bruna speciale e sì, fatata perché fata, con una grazia nell’incedere e nei movimenti innata e che con l’aiuto forse di quel dio è stata trasmessa alle nostre figlie; una donna forte dotata di rara intelligenza e umanità che lei esprime e trasfonde con sguardi vivacissimi, sorrisi e labbra sensuali che incantano TUTTI.

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Gianvi avrebbe fatto milioni come comico. Eccolo che tiene banco anche oggi

Il vino dunque scorre copioso. I lazzi aretini (e romani) pure, con riferimenti a storie e ricordi che si estendono dall’infanzia fino all’adolescenza e ben oltre. Roma e Arezzo si intrecciano. Beh, Arezzo veramente un po’ dilaga grazie soprattutto all’anfitrione Gianvincenzo che sta tenendo banco com’è suo costume (vedi sopra: 31 anni dopo fa la stessa cosa imperterrito 😳 😂).

Gianvi è un bell’uomo ben piazzato e gioviale (lo è sempre ma ancor di più quando un’intera bottiglia di Armaiolo ha trovato la strada della sua gola riarsa). Tra le sue varie qualità (dipinti fantastici, bricolage estremo, il segare mirabilmente le ossa di pazienti inermi ecc.) è un attore comico nato e i suoi sketch ci tengono tutti piegati sotto il tavolo dal ridere.

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E allora che dire, la cena mi inebria: gli amici, la campagna, le battute, i grilli (e pure ‘ste du’ cicalacce che non si chetano …).

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Dunque è l’ora di narrare La Storia.

Tutto sembra suggerirla, gli umani intorno e la natura tutta (addirittura). E io ovviamente a mia volta agli umani (cioè i miei amici) la suggerisco.

“Noo!!! La storia del vostro amoreee!!! Anche stasera noooo!!!”

Il coro è unanime. Non sono sopreso (è costume ormai) quindi lo ignoro e mi immergo nel racconto.

Le parole e i ricordi si snodano lentamente, a cadenza ritmica … 🤢 🤢 🤢 🤢 🤢 🤢 🤢 🤢 🤢 …

[continua]

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La villa del conte Borghini Baldovinetti (da cui ci riforniamo di ottimi vini) fotografata da MOR un mese fa

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Cani, gatti (canini) e un matrimonio

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Mia figlia Elena a Londra con il pet dell’architetto capo. Niente a che vedere con la microscopica Lilla di casa nostra, di cui parlo sotto 😦

Comunicando con le blogger vengono spontanei i ricordi, le confidenze. Una volta Vitty si è dovuta sorbire la storia della mia vita 😳. Poi con Mary e sempre Vitty sono saltati fuori i ricordi di un mio gatto maschio Iappanula e della minuscola Lilla, una bolognese 🐶🐱.

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Che dirvi, le donne sono delle confidenti nate, praticamente delle ostetriche (come la madre di Socrate Fenarete), nel senso che ti tirano fuori tutti i pensieri personali. A me piace quest’arte della levatrice anche perché uno degli obiettivi di questo blog è raccogliere abbastanza ricordi da farne un libro di famiglia da lasciare ai discendenti quando, meno presi dalla vita, avranno interesse ad esplorare le loro origini.

Proprio come ha fatto il fratello di mia nonna Agnese, Carlo Calcagni, grazie al quale sappiamo tante cose delle nostre radici familiari romane, ricordi bizzarri e fantasiosi con lo sfondo di una Roma papalina seducente a cavallo tra 1800 e 1900, fatta di romani ricchi e potenti e di romani poveri, poverissimi (i Calcagni erano Conti ridotti in miseria: la famiglia Negroni (cfr. nota 1) della nonna di Carlo Calcagni aveva perso tutto al gioco e il padre di Carlo era rimasto orfano di padre; non si sa perché a lui non rimase nulla).

Il solito amico Giorgio (rompiballe)

Giorgio: “Sei lo sfruttatore di ignare fanciulle del Wide Web”.
Giovanni: “E’ che con due sorelle, dieci cugine, una moglie e due figlie sono abituato a confrontarmi con l’animo femminile”.
Giorgio: “Ribalto la cosa: tuo zio montalcinese non diceva: ‘la donna è danno’?”
Giovanni: “Ma statte zitto. Se la donna è danno, allora è un danno niente male 😊”

A Mary e a Vitty, grazie e un abbraccio! [Marzia, toccherà presto anche a te ;-)]

Un gatto e un cane (vabbè)

Mary. La Corsica è un’isola che non lascia mai indifferenti. Una montagna nel mare. […] Crocevia da 4.000 anni di rotte e di popoli, l’isola, secondo una leggenda, venne chiamata Kallìste, ossia la più bella, dai Greci. Oggi è chiamata “L’Île de Beauté”, ovvero l’isola della bellezza. […] La prima [nostra visita, ndr] fu nel 1985 a Solenzara, situata nella parte sud dell’isola. Rispetto alla Sardegna, trovai l’isola selvaggia e verdeggiante. […]

Giovanni. Bellissimo viaggio e bellissime foto, Mary. Anch’io fui colpito dal fatto che la Corsica aveva montagne alte rispetto alla Sardegna ed era molto più verde, forse proprio per questo, chissà.

Prima di quel viaggio (fine degli anni ’70) avevo già avuto esperienza con i corsi, due o tre anni prima. Mi trovavo a studiare a Nizza e appena arrivato lo staff mi chiese:

“Vuole una stanza dove i giovani cantano e fanno festa oppure in corridoi dove c’è più silenzio?”.

Io ventenne optai ovviamente per la prima soluzione. Non l’avessi mai fatto. Era il corridoio con le stanze dei corsi, che facevano un casino della Madonna a tutte le ore e che mi presero di mira perché pensavano fossi francese. Una volta di notte allagarono addirittura la mia stanza!! Quando però dissi loro che ero italiano mi rispettarono e da allora non ho avuto mai più problemi.

Poi 2-3 anni dopo feci un viaggio in Corsica con la mia futura moglie, sua sorella e mia sorella piccola. Un giorno parcheggiamo la nostra 500 blu su un’altura per goderci una vista meravigliosa su una baia.

Un uomo corpulento si avvicina e dice:

“Il y a un panneau là!”

Non capimmo, era pronunciato con stizza, velocemente. Ripeté:

“Il y a un panneau là!!”.

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Il gatto Ula (il suo sosia)

Alla fine capimmo che era divieto di sosta, perché c’era un cartello, un panneau, appunto. Togliemmo in fretta la 500. Le risate che facemmo poi! Rimase memorabile.

Tornati a Roma prendemmo un gattino meraviglioso, lo portammo a casa e lo chiamammo Iappanòla, Iappanula, poi semplicemente Ula.

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Vitty. [Ugo il cane e Oliver il gatto, ndr] Insieme formano una coppia formidabile … quando decidono di mangiare qualche biscottino, che tengo in alto su una mensola, lavorano in coppia. Il gatto salta sulla mensola, butta giù la scatola … mentre Ugo con le zampe tira fuori i biscotti … quindi se li pappano con molta soddisfazione.
Anche nel terrazzo si danno un gran daffare! Prima del loro arrivo tra fiori e qualche ortaggio, il mio terrazzo era quasi lussureggiante … con la loro presenza tutto è cambiato. Hanno tirato fuori la passione del giardinaggio, portandoli a scavare, estirpare qualsiasi tipo di pianta o germoglio che osava mettere fuori il capino… Quest’anno, che non ho piantato o seminato niente, sono rimasti quasi indifferenti alle erbe che sono spuntate naturalmente.

Giovanni. Ah ah ah ah, la passione del giardinaggio che estirpa tutto, questa è bella! L’accoppiata Ugo-Oliver è fortissima. Gli animali in casa sono dei malandrini, ma li amiamo parecchio, come delle persone furbacchio-dolci (nuova categoria: bah, a quest’ora anche se non è prestissimo sono in coma, dopo vedi perché). In effetti i cani sono territoriali, guai a violare il loro piccolo spazio.

Quanto ad abitudini strambe il mio gatto Iappanula, di cui ho parlato a Mary, mi attaccava da sopra gli armadi, da dietro le cassapanche e i divanni, come Keto nella Pantera Rosa. E Lilla, la nostra bolognese minuscola (l’avevano voluta le nostre figlie!) ci saltava addosso, in perenne carenza affettiva, come un ragno ventosa. Mi vergognavo un po’ a portarla a spasso, per un piccolo e bizzarro residuo di machismo.

Lilla piccola
Lilla era così da piccola. Ma da grande non è che il criceto cane crebbe chissà che …

Un giorno ad un parco qui vicino ci saranno stati 50 extracomunitari con i CANI GIGANTESCHI dei loro datori di lavoro. Stavano concentrati in uno bello spiazzo erboso, mischiati a tutti questi mostri pelosi con le zanne bianche.

Arrivo io nello spiazzo erboso.

Ho il criceto cane al guinzaglio.

Risata generale fragorosa. Sgangherata.

Così fu. Così avvenne il fatto. Cosa non si fa per le figlie. Nessuno la portava fuori, Lilla: le due adolescenti erano prese da ben altro e mia moglie era sempre troppo occupata. La portavo allora a spasso io, mosso da pietà e sopportando con filosofia, che dovevo fare. Ma evitando quel parco.

Il più delle volte.

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Accidenti ma quanto è grande Ugo! Ha la testona quasi il doppio di quella di tua figlia, che è così bella e pepata, ne ero sicuro. Dal suo viso si intravede meglio il tuo aspetto e la tua anima, cara Vitty, ugualmente bella e offerta ai lettori con generosità alle spezie.

Dunque il tuo Ugo è un incrocio fra levriero irlandese e spinone. Gli incroci sono così intelligenti. E’ l’origine della creatività italiana nei millenni, è provato, vaglielo a dire a …

Ma lasciamo perdere.

ψ

Sono appena tornato un poco distrutto: due giorni fa tre ore di bivacco all’aeroporto di Schipol (Amsterdam) con successiva partenza alle 5 di mattina! E ieri notte tardi mia moglie ed io in mezzo alla campagna romana ad aspettare in mezzo ai grilli – sempre per ritardo, e te pareva – l’arrivo all’aeroporto di Ciampino dell’altra figlia, la londinese sbarazzina (foto in alto, ndr) che vi somiglia nel pepe e che è venuta qui ad organizzare il suo matrimonio (ad Arezzo!) col suo fidanzato inglese.

Amano tantissimo la nostra casa in campagna. Gli inglesi vanno in fissa con la Toscana, ça va sans dire. Ovvio verrà una caterva di parenti anglosassoni e magari vorranno pure il discorso del padre della sposa in inglese di fronte a 100 persone, come nei film, è il loro costume, va accettato.

Beh, sono pronto, non mi tiro indietro, per carità.

Un abbraccio forte e a presto,
Giovanni

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Il conte Camillo Negroni, inventore nel 1919-20 a Firenze del famoso cocktail

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Nota 1. Sul cocktail inventato dal conte Camillo Negroni, si legge qui:

"Uno dei cocktail più amati in Italia e nel mondo è da attribuire al conte Camillo Negroni che, nel 1919 a Firenze, presso il Caffè Casoni di Via de’ Tornabuoni, chiese al barman Fosco Scarselli di realizzare una variante dell’aperitivo Milano – Torino (o Americano, in onore del pugile Primo Carnera) composta da 1/3 di Vermouth Rosso (probabilmente Martini), 1/3 di bitter Campari, 1/3 di Gordon’s gin, ½ di fetta d’arancia ed una scorza di limone".

Cfr. Luca Picchi, Sulle Tracce del Conte: La Vera Storia del Cocktail “Negroni”.
Cfr. anche quest’articolo del sito Blueblazer (Le cose buone da bere) dedicato al cocktail

Amsterdam (e il criceto)

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Siamo ad Amsterdam a trovare la nipotina, un criceto dolcissimo di 2 settimane (come dissi a Marzia qualche giorno fa). Mia figlia e mio genero vivono in una bella casa con la vista su un canale e finestroni così enormi che quando d’estate picchia il sole non c’è salvezza. La piccola, fortunatamente, è abbastanza pacioccona, il che dà tregua ai due neo-genitori (… un po’ di tregua 😱) .

Ieri mi sono alzato presto e ho fatto una bella passeggiata mentre la famiglia dormiva. E finalmente mi sono sentito sicuro di muovermi in questa città, evitando con sicurezza biciclette motorini e tram che in questa civilissima Venezia del Nord ti attaccano inaspettati come siluri e costituiscono un vero pericolo mortale. Il pedone viene sempre per ultimo. Bisogna accettarlo. E’ il costume locale.

Arrivato alla Haarlemmerplein, la piazza con gli schizzi d’acqua dove i bambini si inzuppano, freddo o caldo che sia, imbocco la strada dei negozi, Haarlemmerdijk. Il negozietto di riparazione PC e cell subito sulla sinistra è chiuso (volevo comprare dei DVD). Tutto è sbarrato la mattina fino alle 11-12, soprattutto il lunedì. Questa gente sa vivere, non è per niente workaholic, malata di lavoro!

Google mi dice che solo il Media Markt vicino alla Stazione Centrale sta per aprire. Una bella passeggiatina. I DVD vuoti mi servono per esercitarmi con Puppy Linux nei ritagli di tempo tra una spupazzata (e una rigovernata) e l’altra. Prima di partire da Roma avevo resuscitato il mio portatile di 20 anni fa (!!) mettendoci sopra Puppy Linux, appunto. Dopo la cura è diventato una scheggia, più veloce di quando lo comprai. Nessun bisogno di comprarne uno nuovo, di portatile. Seneca ha ragione, la vera gioia è austera.

[E poi Puppy Linux, ogni cosa che fa, abbaia come il canino – puppy – che è, una delizia 🙃, anche se il criceto è infinitamente più dolce, ci macherebbe]

Siccome il Media Markt apre alle 10 e io sono arrivato prima vado alla Amsterdam Public Library (OBA: Openbare Bibliotheek Amsterdam) che si trova sulla Oosterdokseiland, ad oriente della suddetta Amsterdam Central Station. E’ la più grande libreria dell’Olanda, piena di eleganti salotti e console dove leggere nel più riposante silenzio. C’è un piano, il più basso, interamente dedicato ai bambini, con libri giochi e entertainement per loro, compresi teatro e letture orali di fiabe in inglese italiano olandese ecc.

L’OBA ospita una meravigliosa collezione plurilingue di 1,5 milioni di libri, periodici, CD, DVD, dischi Blu-ray in ben sette piani, tutto gratuito, basta iscriversi. Il settimo piano è il clou di ogni visita, con un bel teatro per 300 persone e un ristorante con una terrazza che offre una vista spettacolare sulla bella, dolce (e aperta a tutti: la metà della popolazione non è olandese!) città di Amsterdam.