Solitudine, positiva e negativa

Oggi parleremo della solitudine con pensieri sparsi qua e là. Solitudine in italiano ha un significato neutro, significa semplicemente lo stare da soli. Cominciamo dunque il nostro viaggio.

Può in effetti la solitudine essere positiva? In un mondo in cui i single aumentano non sembra una domanda così campata in aria. Beh, si dovrebbe prima sapere se chi vive senza un partner (il che non implica ovviamente il ritiro dalla società) sia single per scelta o no.

Comunque si vedono persone che riescono a vivere una vita positiva e dignitosa da soli mentre altre semplicemente non ce la fanno. È come se ci fosse una solitudine creativa e una solitudine distruttiva. Argomento complicato (e interessante), in ogni caso.

Il simbolo dell’estrema solitudine mi sembra l’eremita, una persona che si confina in un eremo. Nikos Kazantzakis visitò vari eremi dove i monaci vivevano in solitudine e notò che alcuni sembravano sereni mentre altri erano come distrutti dall’isolamento. Non erano più esseri umani. Erano delle larve. Era come se il loro cervello venisse digerito dai suoi stessi succhi.

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Beh, la solitudine esercita un suo fascino su di me, non c’è dubbio. Potrebbe essere un’inclinazione, potrebbe essere il mito dell’autosufficienza, il mito del saggio dell’antichità che ha dentro di sé tutto ciò di cui ha bisogno, del vecchio saggio che possiede “beni inaffondabili nella sua anima che possono fluttuare e salvarsi da ogni naufragio”, come diceva Antistene. Ci racconta Seneca che Stilpone di Megara, un filosofo socratico, perse la famiglia e tutti i beni e a chi gli chiese se ne aveva sofferto rispose: “Assolutamente no”.

(Michel de Montaigne I: 39. Della solitudine, dove abbiamo trovato ispirazione e citazioni, anche se abbiamo preso strade diverse).

Una forza disumana, direi, quella di questo Stilpone, e se nell’antichità questi casi erano citati come esempi vuol dire che erano assai rari e comunque erano relativi a minoranze di superuomini appartenenti alle classi privilegiate.

In ogni caso anche se ho scelto di vivere non da solo la solitudine mi affascina e questo è probabilmente anche il motivo per cui mi intriga un Montaigne che nel 1571 si ritira dalla vita pubblica per vivere nella torre del suo castello dove aveva una biblioteca di 1.500 libri. Lì scrisse tutte le sue stupende riflessioni sembrando a lui che il più grande favore che poteva fare alla sua mente “era quello di lasciarla in completo ozio, a prendersi cura di sé stessa, preoccupata solo di sé stessa, pensando tranquillamente sé stessa”.

In quel luogo si lasciò andare alla danza dei pensieri e si preoccupò solo di tale danza, il che può essere in verità una cosa molto pericolosa.

Penso che Montaigne abbia intuito questo pericolo poiché scrisse che la nostra mente è come un giardino con migliaia di diverse erbacce che dobbiamo soggiogare “con semi appositamente seminati per il nostro servizio”, poiché “quando l’anima è senza un preciso obiettivo si perde”: essere ovunque è come non essere in nessun luogo (I: 8. Dell’ozio).

In altre parole, aggiungerei, un buon aiuto per far sì che la solitudine diventi positiva può esser quello di porsi dei progetti, degli obiettivi. Pare in effetti che le persone le quali, una volta lasciato il lavoro, vivono nella totale inerzia muoiono prima e/o sono colte da disturbi psichici.

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Ci sono persone che dicono:

“Ma insomma, questa favola della solitudine, ma che significa? L’amore, l’affetto e la compagnia non sono sempre meglio del vivere soli?”.

Beh, sicuramente. Un mentore diceva che dobbiamo lottare contro gli impulsi antisociali che sono in noi. Posso esser d’accordo, ma molte cose si raggiungono solo se ci ritiriamo nel nostro guscio: scrivere, leggere, comporre musica, meditare ecc., tutte cose sulla cui positività c’è un consenso unanime.

La solitudine poi deve essere una libera scelta. Se siamo spesso soli perché abbiamo paura degli altri, se ci isoliamo per complessi o per qualsiasi altro possibile sentimento di inadeguatezza, questo rientra nell’ambito di quei citati impulsi antisociali contro i quali dobbiamo combattere.

 

Tagliare ogni legame

Vivere da soli può essere inoltre associato all’idea di una partenza da tutto, all’idea di tagliare qualsiasi legame che abbiamo. Ecco che ritorna l’archetipo del saggio (Jung), del saggio che lascia la famiglia e gli amici per intraprendere un viaggio spirituale (vedi il Siddhartha di Herman Hesse; o i discepoli di Gesù, che egli ha chiamato perché lascino le loro famiglie e lo seguano).

Tuttavia, tagliare ogni legame e partire può a volte significare una fuga dai problemi e dalle responsabilità. Partiamo alla ricerca dell’illuminazione anche se nel profondo stiamo solo scappando dai nostri obblighi, dalle nostre paure e dalle nostre ansie.

Decidiamo di vivere a centinaia o migliaia di chilometri da casa senza pensare che, come diceva il romano Orazio, post equitem sedet atra cura, “dietro il cavaliere in partenza siede (e quindi lo insegue) la tetra preoccupazione”.

Montaigne riferisce che Socrate rispose così a chi gli disse che un uomo non era diventato migliore partendosene via da tutto:

“Certo che non divenne migliore: era andato via con sé stesso”.

Ovunque andiamo non possiamo certo sfuggire a noi stessi. Solo quando liberiamo il nostro cuore da qualsiasi peso, problema o obbligo siamo liberi di decidere se vivere da soli o no; se stare o partire per un viaggio verso una nuova vita.

L’egoismo e la vigliaccheria vanno sempre condannati.

 

La curva a U della felicità

Parlando di felicità (serenità) e di infelicità si è spesso parlato tra le altre cose della cosiddetta “crisi della mezza età”.

Adesso, in riferimento a tale crisi, sembra prevalere il modello della “curva a U”. Fino ai vent’anni la curva della felicità è alta. Poi man mano essa scende per toccare il punto più basso (ma non bassissimo) verso i 40 anni (la crisi di mezza età, appunto). Infine dai 50 in poi la curva risale gradualmente e si approda ad una fase più serena.

Una narrazione quindi non di crisi, non di “strappo”, che distrugge per esempio una famiglia, ma nella maggioranza dei casi una semplice crisi di crescita che porta a una fase più matura.

 

Perché la curva a U della felicità

Il fenomeno è studiato in tutto il mondo poiché sembra presentarsi in moltissimi paesi. Raccogliendo informazioni qua e là, e basandoci anche sull’esperienza personale, gli anni cosiddetti forti della vita sono purtroppo piagati dalla competizione, dalla lotta per affermarci e da pressioni di ogni tipo.

Arrivati poi ai 40 anni lo stress da lavoro (in alcuni casi purtroppo di non lavoro) è massimo; i figli poi sono adolescenti, con tutti i problemi connessi; i sogni, se realizzati, non ci sembrano un gran che oppure, se realizzati in parte (o non realizzati affatto), ci fanno interrogare su quale sia in definitiva il significato della nostra vita.

Pertanto a metà della nostra esistenza, anche senza motivo apparente, l’insoddisfazione è profonda, è assai diffusa (e ai suoi massimi pare sia anche il consumo di antidepressivi).

Dopo i 40 anni però qualcosa succede.

La crisi è gradualmente superata e si affaccia come una nuova saggezza. Si abbandonano i sogni di grandezza; la prospettiva cambia man mano che invecchiamo; ci accontentiamo di più; il carico diminuisce; l’esperienza è cresciuta come anche la capacità di gestire meglio le emozioni.

Personalmente mi sono sempre spiegato questa migliore saggezza – cfr questo brano di The Notebook – con il riordino della lista di ciò che è più importante e meno importante: ci accorgiamo di quanto è comunque bella la vita che stiamo per lasciare per cui molte preoccupazioni tendono a scomparire o ad attenuarsi assai di fronte a una simile prospettiva ultima.

Ma le spiegazioni degli studiosi di tali problemi aggiungono altri motivi interessanti (anche se stranamente non quello sopradetto).

 

Neurologia della saggezza

Il neuropsichiatra geriatrico americano di origine indiana, Dilip V. Jeste, ricerca per esempio le origini della saggezza che sopravviene in vecchiaia nella biologia e nelle neuroscienze (cfr The Atlantic).

Il concetto di saggezza – egli dice – è sempre simile, nei differenti secoli e nelle diverse aree geografiche della terra. Le varie culture, sia pure in diversi luoghi e tempi, concordano: saggezza è compassione, empatia, equanimità, tolleranza rispetto a valori divergenti, essere a proprio agio anche di fronte all’incertezza e all’ambiguità.

Da un punto di vista evolutivo – sostiene Dilip V. Jeste –  le persone più giovani sono più fervide di nuove idee e anche se non sono sagge poco importa: il loro contributo alla specie è assicurato. Le persone con più anni invece contribuiscono alla sopravvivenza della specie con la saggezza di cui parlavamo. E in effetti il fatto che il concetto di saggezza sia così universale fa pensare, egli dice, che la saggezza abbia della basi biologiche nel nostro DNA.

 

Come dicevano gli antichi

Secondo alcuni neuroscienziati tedeschi (cfr The Atlantic) scansioni cerebrali e test di vario genere hanno mostrato come le persone più in là negli anni (66 anni in media) siano meno soggette al rimpianto, al rammarico, per ciò che non hanno saputo o potuto fare nella vita, rispetto alle persone più giovani (25 anni in media). In altre parole, si tormentano di meno rispetto alle cose che non possono più esser mutate, il che si accorda con la tradizione antica che vede nello stoicismo e nella calma elementi importanti della saggezza.

Gli anziani poi risultano reagire in modo più contenuto agli stimoli negativi mentre i giovani reagiscono in modo più impetuoso e sono maggiormente soggetti alle passioni violente.

E’ interessante notare come la violenza delle passioni perturbatrici è ciò che le filosofie antiche hanno sempre stigmatizzato in quanto causa di dolore (come l’ira, condannata dal buddhismo e dallo stoicismo – cfr il De Ira di Seneca – e così via).

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Per approfondire:

Life gets better after 50: why age tends to work in favour of happiness (The Guardian)
Under 50? You still haven’t hit rock bottom, happiness-wise (The Washington Post)
The Real Roots of Midlife Crisis (The Atlantic)