La Passione di Vivaldi, di Tommaso Cherubini (1)

Tommaso Cherubini

Ho da poco letto La Passione di Vivaldi, di Tommaso Cherubini (qui i link a Amazon.com, Barnes & Noble e IBS.it), un romanzo passionale che mi ha colpito, intrattenuto e mi ha insegnato alcune cose. Il modo di raccontare, per esempio, è gradevolmente antico e ricorda le narrazioni di Alexandre Dumas padre anche se più asciutte (non è una svalutazione, Dumas è immenso) e con un Balzac che peraltro fa capolino qua e là. Poi tutta Venezia e non solo vi compare, ricca di colore e dettagli e con al centro Antonio Vivaldi, il musicista della prima metà del ‘700, che “è prete e si innamora perdutamente di Anna Maria, una fanciulla sua allieva nel coro del Pio Istituto della Pietà, dove lui insegna violino”.

E’ un amore travagliato, “tenuto nascosto a causa dell’abito talare del musicista. La loro relazione è osteggiata da Lucrezia Basadonna, una nobile veneziana che, innamoratasi perdutamente di Vivaldi, fa di tutto per sottrarlo alla sua amata, usando metodi iniqui, tanto da portarlo vicino alla morte”.

La narrazione alla Dumas, i dettagli e le ambientazioni, dicevo. Mi è anche piaciuta la capacità che ha l’autore di introdurre in modo naturale il retroterra dei personaggi (il lettore deve esserne informato, ma è difficile farlo scioltamente) attraverso racconti e riflessioni dei presenti, mischiati al narratore onnisciente che completa dove loro si fermano.

Tommaso Cherubini si divide tra Cipro e l’Italia

La documentazione è ricca e frutto di grande lavoro poiché, come scrive Cherubini, i luoghi reali ed i personaggi realmente esistiti “sono il frutto di una minuziosa ricerca fatta nell’Archivio di Stato di Venezia e nella Biblioteca Marciana in San Marco. La storia è stata creata dall’autore nel 1988 durante i frequenti soggiorni a Venezia, al fine di partecipare al concorso per giovani scrittori sponsorizzato da Mont Blanc alla Fiera del Libro di Torino. Il libro è risultato finalista dopo essere stato valutato da una commissione formata dai maggiori editori italiani, ma alla data della premiazione, avendo l’autore compiuto i 40 anni, è stato escluso dalla assegnazione finale del premio. L’autore lo ha tenuto nel cassetto per 30 anni e solo alla fine del 2018, dopo averlo revisionato, ha deciso di pubblicarlo”.

Con il permesso dell’autore The Notebook pubblica i primi tre capitoli del romanzo.


Capitolo I. Le prime note

Non aveva fatto che piovere negli ultimi giorni e un persistente scirocco aveva portato l’acqua alta in laguna costringendo i veneziani a camminare su delle assi di legno sistemate sulle calli inondate.
Gran seccatura, sopra tutto per le persone anziane che rischiavano di scivolare dalle travi e rompersi le ossa.

Non era certo questa la preoccupazione che assillava il giovane Vivaldi mentre saltava da un’asse all’altra in Campo della Bragola, non lontano dalla bottega di barbiere di suo padre; la sua ansia era di arrivare in tempo per le prove del concerto che si sarebbe tenuto l’indomani nella Basilica di San Marco per celebrare i funerali del Serenissimo Doge Marcantonio Giustinian.

Un’occasione come quella non si sarebbe ripresentata: suonare insieme a dei veri professionisti al posto di suo padre che si era fratturato il polso destro, proprio cadendo da una di quelle assi di legno.
Si turbò per la cattiveria dei suoi pensieri e se ne vergognò un poco perché voleva bene a suo padre e gli era riconoscente per avergli insegnato a suonare il violino.

Ma esibirsi in San Marco, in un concerto ufficiale, era per lui più di un miracolo e ancora stentava a credere che il Maestro Legrenzi lo avesse scelto in sostituzione del padre. Temeva di svegliarsi da un momento all’altro da questo sogno meraviglioso e di ritrovarsi a casa con i fratelli che, gridando in continuazione, non lo lasciavano un attimo tranquillo e gli impedivano di concentrarsi sul violino come avrebbe voluto.

Non che a casa stesse male, ma le continue urla della madre, sempre appresso ai figli a pulire e gli scatti d’ira del padre che gli rammentava in continuazione che ormai era grande e che doveva cominciare a guadagnarsi il pane, gli toglievano la concentrazione necessaria ad esercitarsi sullo strumento. A lui solo quello importava: suonare. Era stato espulso dalla scuola per scarso profitto e a causa delle continue assenze.
Ma che colpa ne aveva lui se soffriva di asma e alcune notti non riusciva a dormire ritrovandosi in ginocchio ai piedi del letto, tutto sudato in preda alle convulsioni?

E come poteva la mattina dopo stare attento alle lezioni? A parte l’asma, la scuola era noiosa: invece che seguire le lezioni preferiva astrarsi con la mente ed immaginare sequenze di note che poi, una volta a casa, suonava e metteva per iscritto. Aveva al suo attivo già più di cento composizioni, alcune delle quali teneva nascoste in uno stipetto del cassettone della cucina.

Una volta sua madre, facendo un repulisti, le trovò e gliele mise sul letto; lui si arrabbiò moltissimo e le fece giurare di non dirlo al padre, altrimenti le avrebbe bruciate; per il momento dovevano rimanere segrete, poi un giorno ne avrebbe ricavato un’opera da mettere in scena ricavandone un guadagno.

“Ma vedi di andare ad aiutare tuo padre alla bottega, che è solo e ha bisogno di aiuto” gli diceva sempre la madre, cui le stravaganze musicali del figlio destavano non poche preoccupazioni per il suo avvenire.
“Col violino non ci si mangia” diceva al marito quando egli, per suonare in San Marco in cui era orchestrale stabile, trascurava il suo lavoro di barbiere.

La pioggia non accennava a diminuire. Per San Marco mancava ancora un bel po’ di strada; il giovane Vivaldi saltava tra le pozzanghere cercando di bagnarsi il meno possibile ma ormai le scarpe gli erano diventate due secchi d ‘acqua e i pantaloni zuppi gli rimanevano incollati alle cosce.
Un gruppo di vecchiette sostava sulle assi impedendogli il passaggio: si erano fermate, con le borse della spesa piene di verdura comprata al vicino mercato e commentavano le disgrazie causate dall’acqua alta. Il giovane violinista saltò giù dalle travi e decise di abbreviare il percorso passando di fronte alla chiesetta di San Giovanni in Bragora, e da lì tagliare per il ponticello della Pietà.

Ormai una pozzanghera in più o in meno non avrebbe fatto differenza.Don Giulio, il parroco della chiesa, al riparo sotto il portale d’ingresso, lo osservava zigzagare tra le pozze e si meravigliava che il piccolo Antonio, sempre indisposto per l’asma, potesse avere tutta quella energia in corpo. Si ricordava ancora di quella mattina di maggio di dieci anni prima quando la madre, la signora Camilla, gli aveva portato disperata il neonato perché ricevesse il battesimo prima che morisse. Era sconvolta: il medico aveva diagnosticato alla creatura in fasce una grave infiammazione ai polmoni che difficilmente sarebbe guarita. Il parroco le aveva detto di rassegnarsi e di pregare, che la perdita del bambino sarebbe stata compensata dalla buona salute degli altri figli; ma si era sbagliato perché il piccolo, pur rimanendo soggetto ad attacchi di asma, era riuscito a superare la crisi e a condurre un’esistenza pressoché normale.

“Antonio, ma dove corri con quest’acqua! ” lo apostrofò il prete assumendo un’aria di rimprovero.
Vivaldi si fermò contrariato: “il parroco ora proprio non ci voleva” mormorò a denti stretti e si preparò ad ascoltare la ramanzina che ormai conosceva a memoria sul perché in chiesa ci veniva solo quando si trattava di suonare e alle funzioni non si faceva mai vedere e che per un chierichetto non era quello il modo migliore per avvicinarsi al Signore e varie altre litanie del genere.
Il prete parlava ma il giovane Vivaldi pensava al suo violino, a quell’ottava di passaggio che era il segreto per eseguire correttamente il pezzo che avrebbe suonato di lì a poco: non doveva assolutamente lasciare andare le dita, all’attacco del largo, ma doveva tenerle ben strette sull’accordo altrimenti avrebbe perso un tempo.
“Dì un po’, ma mi stai a sentire? “ si arrabbiò il parroco cui non era sfuggito lo sguardo assente del giovane
“Certo Don Giulio, ma ora mi scusi devo proprio andare” lo lasciò di sasso, impalato come una statua e con un’espressione da ebete sul volto.

Il prete osservò il ragazzino allontanarsi tra le pozzanghere e constatò con amarezza che forse la vera vocazione del giovane Antonio non era quella di farsi prete, bensì di diventare un musicista. Aveva da sempre avuto il dubbio che una tale scelta fosse stata presa per lui dai genitori, forse preoccupati dalla sua eccessiva passione per un’attività poco redditizia come la musica o forse per mettere quel figlio così ingenuo e cagionevole di salute al riparo dalle insidie del mondo.

Antonio affrettò il passo e dopo aver attraversato il ponticello sul rio della Pietà si ritrovò nel vicolo che costeggiava l’omonimo Istituto Ospedaliero; da lì poteva scorgere le barche che incrociavano nel bacino di San Marco di fronte alla riva degli Schiavoni: in un attimo sarebbe giunto alla Basilica.
A metà del vicolo, proprio sotto le mura del Pio Istituto, una strana scena si presentò alla sua attenzione: una giovane donna stava cercando di far entrare una specie di fagotto dentro un’apertura praticata nel muro di cinta ove era incastonato un cilindro di legno che ruotava intorno al suo asse verticale: in questo modo il suo contenuto poteva essere prelevato dall’interno dell’edificio senza che il depositante venisse visto ed eventualmente riconosciuto.

Ma quel fagotto era troppo grande e la donna faticava a farlo entrare nella fessura del cilindro; mentre Vivaldi gli passava accanto, dall’involucro uscirono strani suoni simili a vagiti di neonato.
Dunque la donna stava abbandonando una creatura: Vivaldi aveva sentito dai compagni strani racconti su certe usanze di alcune madri di abbandonare i propri figli negli Istituti di carità, ma non aveva mai pensato che fossero vere.
Ora invece ne aveva la riprova: ma con quale coraggio quella madre abbandonava la sua creatura? E per quale motivo?
Si fermò a guardare la scena più da vicino ma la donna lo aggredì furiosa: “ Di che ti impicci? Fila via” gli gridò piantandogli addosso due occhi di felino braccato, cerchiati di nero.

Vivaldi rimase impietrito: guardò il volto scarno della donna farsi leggermente rosso sugli zigomi sporgenti e mostrare tutta la sua aggressività animalesca. Avrebbe voluto chiederle perché commetteva una simile atrocità ma non ne ebbe il coraggio: la donna gli faceva troppa paura.
Si mise a correre di scatto verso la Riva degli Schiavoni col cuore in gola mentre i vagiti del neonato lo rincorrevano nel vicolo e gli rimbombavano nelle orecchie. L’ansia per la prova del concerto era sparita; al suo posto era subentrata una profonda angoscia per la sorte di quella creatura innocente, abbandonata così crudelmente.

Aveva smesso di piovere e l’aria si era fatta più fresca; Antonio inspirò profondamente e cercò di non pensare più a quell’orrendo episodio.
Ma quando entrò nella Basilica di San Marco non si era affatto calmato; il cuore gli scoppiava in petto e la tosse fastidiosissima aveva ricominciato ad affliggerlo.

“Ma siete sicuro che il giovane Vivaldi sia all’altezza di sostituire il padre?”
La domanda era stata posta dal primo violino dell’orchestra, un anziano musicista la cui avversione per i giovani era proverbiale, tanto che in passato si era opposto all’ingresso nell’orchestra di elementi validi, solo perché dotati di poca esperienza.

“Non c’è nessun problema, conosco il giovane e vi posso assicurare che è all’altezza del compito”, rispose secco il Maestro di Cappella Giovanni Legrenzi, sotto i cui insegnamenti Vivaldi aveva mosso i primi passi nel mondo della musica.

Vivaldi figlio, a soli dieci anni, era di gran lunga superiore al padre che pure suonava da venti anni, ma questo non poteva dirlo al buon GiovanBattista che si era sempre comportato dignitosamente sotto la sua direzione.
Antonio era un’altra caratura di musicista: il suo estro e la sua inventiva ne facevano un futuro virtuoso del violino e il maestro era sicuro che presto il talento del giovane sarebbe stato riconosciuto e apprezzato nei salotti e nei teatri veneziani.

D’altronde il suo fiuto non aveva mai fallito: c’erano, nella velocità delle mani del giovane e nella loro capacità di fermarsi senza errore sugli accordi giusti, le premesse del grande artista, rafforzate da una non comune capacità interpretativa. Insomma tecnica e sensibilità unite insieme, combinazione assai difficile da trovare già formata in un giovane di dieci anni.

La basilica era avvolta nell’oscurità nonostante fosse mattina: dai vetri dei rosoni filtrava a malapena una debole luce biancastra. Anche i candelabri erano spenti, avendo il Procuratore di San Marco, arcinoto per la sua tirchieria, dato disposizioni affinché le candele e le lampade venissero accese solamente in concomitanza con le funzioni religiose.
Vivaldi, appena entrato, ebbe bisogno di un po’ di tempo per abituare i suoi occhi all’oscurità; sentì provenire dal coro di sinistra l’inconfondibile stridio degli archi mentre venivano accordati: una sorta di cacofonia, ma pur sempre calda e invitante.

La tosse cessò e ricominciò l’ansia: sì, d’accordo, cercò di rincuorarsi, quel pezzo di Corelli chissà quante volte lo aveva provato e riprovato insieme al padre; ma ora si trattava di suonarlo insieme a dei professionisti e sotto l’orecchio vigile del Maestro. Un attacco di panico lo assalì: poteva andarsene e inventare una scusa, dire che non si sentiva bene.
“Antonio! Finalmente, credevamo che ti fosse successo qualcosa, sbrigati!” lo apostrofò il Maestro Legrenzi, affacciato alla balaustra del coro.
La fuga non era più possibile: il giovane salì le scale che portavano al mezzanino dove era sistemata l’orchestra e prese posto tra gli archi borbottando scuse impacciate. Nel posto occupato di solito dal padre trovò il suo violino, se lo accostò alla spalla e cominciò ad accordare, evitando di guardare gli altri orchestrali. Si sentiva osservato e ciò aumentava la sua ansia.

Ma quando il Maestro Legrenzi assunse la posizione iniziale con le braccia sollevate e guardò il giovane dritto negli occhi tutte le paure cessarono. L’anziano direttore si concesse un attimo di pausa, quasi a voler raccogliere tutte le energie, prima di sprigionarle nella direzione dell’orchestra: il volto scarno, incorniciato nei lunghi capelli bianchi, sembrava quello di un morto, ma gli occhi, quasi nascosti dalle folte sopracciglia, pur socchiusi, trapelavano un intenso bagliore metallico.

Con la bacchetta tenuta nella mano destra accennò un lieve movimento circolare, mentre con la mano sinistra aprì lentamente il pugno chiuso ed invitò gli archi all’adagio iniziale. Il caldo suono delle viole riempì le navate della Basilica e Vivaldi sentì l’armonia pervadere i suoi sensi. Ora provava una gran pace, quasi uno stato di grazia e di beatitudine, come se lui e la musica fossero una cosa sola: cominciò a far scorrere l’archetto sulle corde del ponticello, mentre le dita dell’altra mano si andavano a posizionare sugli accordi da sole, guidate da una forza invisibile.

Guardava il maestro, ma non lo vedeva: ne percepiva solo l’energia da cui si lasciava guidare.
La sua mente era vuota di pensieri: che bello sentirsi musica e null’altro!

[continua]

Lo sfinimento

Il problema della documentazione per scrivere un racconto o un romanzo è che a volte ci si sfinisce talmente tanto per documentarsi che alla fine non si scrive più.

Per carità, va bene, è un modo ottimo per studiare in modo mirato.

Però, ecchediamine!

Per scrivere racconti (o romanzi) bisogna documentarsi?

Marina Caserta, palermitana, pediatra e scrittrice di gialli e thriller (qui il link al suo testo; qui il link alle sue info personali e ai suoi libri) parla sul suo blog Gialli e Thriller della documentazione.

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Marina. “Ho sempre ambientato i miei racconti e romanzi in territori a me noti.

Fino all’altra settimana, in cui i miei personaggi mi hanno convinto a seguirli in Montana. Da allora sto studiando geografia e geologia del Montana, il clima, le leggi e il sistema giudiziario americano.

Guardo film americani. Studio le abitudini, parlo con amici che vivono là da anni.

Non nascondo che mi sto divertendo un mondo.

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Giovanni. “La documentazione la trovo fondamentale anch’io. Il mio compito è complicato dal fatto che ambiento il mio “racconto” (no oso chiamarlo romanzo, anche se è molto lungo e lo scrivo da quasi 10 anni) in tre epoche diverse:

1) l’epoca dei Flavi, 69-96 d.C.
2) il 510 d.C. in Britannia e un po’ a Roma.
3) Oggi, a Roma, nei rioni dove abito.

I personaggi sono sempre più o meno gli stessi (sto studiando le teorie della fisica moderna che rendano questo accettabile), i luoghi – a parte la Britannia, naturalmente – gli stessi. Insomma una grossa fatica (per fortuna leggo quanto basta le lingue antiche per una presa diretta) ma anche un’avventura folle e meravigliosa, perché in realtà la psicologia, l’amore il bene e il male (orripilante anche: delitti efferati) vi hanno grande parte.


Nota. Le opere di Marina sono in vendita anche in edizione cartacea, se non erro.

Evaporata, un’interiorità messa a nudo

Una piccola recensione sfortunatamente frettolosa, non avendo molto tempo per i blog in questo periodo. Ho quasi finito di leggere “EVAPORATA – I blog di una donna senza segreti” e il libro mi è piaciuto molto perché è fresco, pieno dei fatti della vita interiore, che sono poi i più importanti. Ci sono dei refusi, va bene (sono pochi e qualcuno magari è voluto), ma lo stile, accattivante, è quello di un blog che va oltre e diventa diario-romanzo dell’io (dell’io Evaporata-Nadia).

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I vari brani cominciano con la data, il titolo e il tono dell’umore (affettuoso, a disagio, cinico, depresso ecc.). C’è in essi il male di vivere oggi, che ci coinvolge tutti, ma in Evaporata questo male evapora (scusate il pun) in una spigliatezza piacevolissima non si sa quanto a lei nota.

Troviamo Anatole France che parla di Cristo; il problema dell’essere o non essere vegetariani; l’amore per animali e piante (ma non per l’Homo Sapiens); la contraddizione di voler far qualcosa per il pianeta ma di preferire in fondo le comodità e lo spreco che comportano; gli uomini che sui social vogliono solo sesso e lei che accenna, qua e là, la sua analisi del comportamento maschile (“ho imparato con tanto dolore, in passato, e con un po’ di noia, negli ultimi anni, a prevedere, come un giocatore di scacchi, fino alla 50a mossa del mio amato bene“); la ricerca insoddisfatta dell’ideale dell’amico, complice, amante (che è poi la ricerca medesima dell’uomo, che sogna l’amica, complice, amante, per cui è strano che spesso non ci si incontri).

A questo proposito mi ha colpito l’ambiente della palestra, dove c’è Marco, il personal trainer, vero e proprio dio greco e, per Evaporata, Narciso incarnato (oltre che criptogay sciupafemmine). O “i bistecconi giovani” che, per la loro immaturità, non possono rappresentare un pieno appagamento affettivo.

C’è un senso di estrema solitudine nel libro, trasfigurato da una magia a volte misterica (tema che mi affascina), quella per esempio della donna-gatta, dea suprema del Nadia-tempio dove Evaporata si sdoppia con la sua compagna, la solitudine, che altro non è che il fantasma di una gatta, appunto. Da questa dea duplice gli umani-lettori vanno a ricevere le grazie di emozioni inconsuete.

E tra queste emozioni c’è anche la musica, da lei venerata anche per aver lavorato nell’industria musicale per oltre vent’anni.

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Alla fine, non voglio essere prolisso, va aggiunto che Nadia è dotata di una bella dose di sincerità e di coraggio. Nadia-Evaporata mette a nudo in modo totale i suoi difetti e problemi, sincerità che non è comune in un’epoca in cui tutti si “inventano” di essere quello che non sono.

Magister

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Le mie idee cominciarono a fermentare 45 anni fa, quando mi imbattei nella persona che chiamo Maestro, Mentore o Magister – chiamatelo come vi pare (nota 1).

Aveva piovuto tutto il giorno. Roma ha un odore strano quando piove. La sera ero passato, da Trastevere o Transtiberim dove abitavo, alla riva sinistra del Tevere, il fiume sacro di Roma.

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Il Tevere e l’isola tiberina sotto la pioggia

Me ne andavo a zig zag quando mi si parò di fronte l’Istituto Gramsci. Vi ero stato qualche volta anche se ero a quel tempo privo di colorazione politica: i giovani lì andavano e venivano, questo mi bastava. Varco la soglia dell’Istituto e vedo che la gente se ne va. Qualcuno però c’era ancora e c’era Vincenzino, una specie di custode affetto da una malformazione alla schiena, a cui tutti volevano bene. Gli faccio un saluto e mi incammino verso l’emeroteca. Poi cambio idea ed entro in biblioteca.

Fu allora che lo vidi.

Magister, Covatta (e i Pink Floyd)

Si appoggiava a una delle scrivanie con fare casual, capelli radi e giacca sdrucita. Teneva un discorso a braccio, credo, al quale seguì un dialogo tra lui che parlava e lo sparuto pubblico di giovani che lo ascoltavano. Era sua consuetudine – lo seppi solo dopo – quella di parlare nella biblioteca dell’Istituto quando molti erano quasi già andati via.

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Luigi Covatta in quegli anni

Nei mesi a seguire mi accorsi che il gruppetto di ragazzi, ne ero parte ormai anch’io, pian piano si infoltiva. Ci si spostò dunque altrove: a casa sua; a casa di Luigi Covatta (giornalista e politico che in anni successivi fu eletto Senatore della Repubblica); da qualche altra parte (più volte nel mio appartamentino di vicolo della Penitenza, a Trastevere).

Già molto vecchio, barba e capelli bianchissimi, Magister aveva occhi attenti, penetranti. Nei ruggenti anni ’70 l’Italia era tutto un dibattito, un accapigliarsi (come adesso, ma su temi diversi). Mentre scrivo sto ascoltando The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd per cercare ricreare l’atmosfera di quell’epoca meravigliosa (1972 e 1973).

Voce bassa, silenzio assoluto

Magister parlava a voce bassa, per lo più, e il silenzio degli ascoltatori era assoluto, persino imbarazzante a tratti. Poi arrivavano le domande e le risposte. Se gli capitava di arrabbiarsi la voce si faceva possente, profonda, e gli occhi scintillavano.

Non lo dimenticherò mai. Ero un brutto anatroccolo prima di conoscerlo. Non che sia diventato un cigno grazie a lui (l’idea fa un po’ ridere) ma certo ricevetti da lui, tra le altre cose, la nozione della mente e della volontà come forti strumenti di liberazione personale e di gruppo.

Ψ

Non sono stato un buon allievo.

Lasciai definitivamente la casa dei miei genitori e andai in cerca di fortuna. Sfortuna è di coloro che non trovano Maestri.

Non rivelerò la sua identità. Non che a lui importi, ormai non c’è più, riposa da qualche parte (nel suo paese d’origine? A Roma da lui tanto amata?)

L’ammiravo e l’amavo (nonostante alcuni contrasti che alla fine ci separarono). Non fui il solo a piangere sulle sue ceneri.

Curiosità, desiderio di conoscenza,
edonismo culturale

Se ho motivi per non rivelarne l’identità [scrivevo nel giugno 2011, ndr] vorrei qui solo ribadire che A LUI DEVO MOLTO, non ultimo quell’amore, curiosità, desiderio di conoscenza – non so bene come dirlo -, quella specie d’“edonismo culturale” (o edonismo “conoscitivo”, come direbbero gli anglosassoni) che tende ad auto-organizzarsi e che a dispetto dell’età continua a crescere nel mio spirito invece d’abbandonarlo.

Dialettica, scrittura:
palestra della mente

Tra le altre cose, devo al Maestro il metodo dialettico utilizzato in questo blog [riferimento al vecchio blog Man of Roma, ndr], nonché l’idea che la scrittura sia la miglior palestra per imparare a pensare in modo chiaro, razionale, ordinato [come educazione della mente: è chiaro che la scrittura fantasiosa, emozionale è egualmente stupenda: che ne pensate? ndr]

Scrittura & pensiero

writing3

Una piccola poesia composta nel 2011 in onore del Magister.

Writing, thinking, clarifying,
striving to sort out thoughts
in ways so “clear and ordinate”
and comprehensible.

This, many years ago, Magister counselled
for the good education of the mind.
Beloved Magister,
writer, philosopher, educator

Pensare, scrivere, chiarire:
lo sforzo del disporre i tuoi pensieri
in modo “chiaro, ordinato” e comprensibile.

Così tanti anni or sono ci insegnava,
per la buona educazione della mente,
Il Maestro amato,
filosofo, scrittore, educatore

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(Nota 1). Brano del 5 giugno 2011, scritto nel mio vecchio blog in inglese Man or Roma e qui tradotto, arricchito. La figura di Giuseppe, molisano, è però trasfigurata anche se in verità è assai aderente a tutto ciò che avvenne: fatti, luoghi, persone, atmosfere, elementi del suo metodo (la scrittura maestra della mente ecc. Qui trovate altro sul tema della sua pedagogia).

Figura, quella di Giuseppe, trasfigurata, dicevo, ma aderente ad eccezione dell’età. Giuseppe aveva 4 anni meno di me, che ne avevo 24. Qui è l’archetipo junghiano del vecchio saggio (cfr., in The NotebookSolitudine, positiva e negativa) e lui lo era, un vecchio saggio: l’età spesso non conta e in lui certamente non contava affatto.

Non sono mai stato a casa di Luigi Covatta. Giuseppe sì, perché Covatta lo tenne a casa sua per parecchio tempo e lo coltivò, giudicandono assai promettente come uomo e come politico.

Ad un matrimonio di pochi anni fa, a Vito Gamberale – molisano e padre di un amico di mia figlia maggiore – che sedeva al nostro tavolo, chiesi che fine avesse fatto un certo Giuseppe che 44 anni prima aveva vissuto a casa di Covatta per vario tempo. Lui, efficiente, telefona a Covatta seduta stante lasciandomi emozionato, di stucco.

Luigi Covatta rivela purtroppo al telefono la morte (nota A) di Giuseppe in Sicilia, alla fine degli anni ’70 😦

Nota A. Giuseppe, Peppino per gli amici, venne ucciso pochi anni dopo il nostro incontro, ancora giovanissimo, dalla Mafia in Sicilia mentre portava in quella bella terra il movimento dei disoccupati organizzati nato a Napoli a metà degli anni 1970.

Questo blog è dedicato a lui, dal più profondo del mio cuore.

Perché alcuni scrittori abbandonano la lingua materna

Traduzione di un articolo dell’Economist del 15-03-2016, Why do writers abandon their native language?

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“Nel 2012 Jhumpa Lahiri si trasferì a Roma e si impose un esilio linguistico. Smise completamente di parlare, leggere e scrivere in inglese per meglio imparare l’italiano.

L’immersione totale in una lingua straniera ha senso come mezzo per raggiungerne una completa padronanza, ma per uno scrittore di letteratura inglese abbandonare la lingua su cui ha fondato la carriera e l’identità letteraria sembra in effetti una mossa stravagante. Che cos’è uno scrittore senza la lingua in cui scrive?

E non si tratta di un’avventura passeggera. Nel libro di memorie in cui racconta la sua immersione nell’italiano (In altre parole, Guanda) Lahiri osserva che l’italiano è “l’unica lingua in cui continuo a scrivere”.

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Amici e conoscenti avevano provato a dissuaderla, insistendo sul fatto che non volevano leggerla in traduzione e che il cambiamento poteva risultare in un disastro per la sua carriera. Persino gli italiani stentano a capire perché abbia voluto scrivere in una lingua assai meno diffusa.

Ma la mossa di Lahiri ha dei precedenti. C’è una tradizione di scrittori che cercano di sfuggire alla propria lingua e vestono la propria arte in un idioma straniero. Alcuni lo fanno perché sono affascinati dalle possibilità offerte dalla nuova lingua: le parole e i giri di frase per i quali il loro linguaggio non ha equivalenti, nuovi strani ritmi e pattern sonori.

Joseph Conrad, per il quale l’inglese era la terza lingua dopo il polacco e il francese, spiegò che era stato “adottato dal genio della lingua”. Vladimir Nabokov aveva ragioni politiche e commerciali per scrivere in inglese piuttosto che in russo, ma la sua vera ossessione aveva a che fare con i piaceri del linguaggio stesso:

“L’eccitazione dell’avventura verbale del medium russo svanì gradualmente dopo che avevo abbracciato l’inglese,” disse alla Paris Review.

Benjamin Lee Whorf, un linguista del XX secolo, sosteneva che i parlanti di lingue diverse percepiscono e capiscono il mondo in modo diverso; che il linguaggio determina il pensiero. Se questo è vero allora lo scrivere in una lingua straniera offre agli scrittori non solo parole nuove ma nuove idee, un modo diverso di interpretare l’esperienza nella sua totalità.

La teoria di Whorf è controversa. Alcuni esperti sostengono che è più una questione di influenza, che l’inglese non ti obbliga a pensare diversamente dal russo, ad esempio, ma che le lingue creano associazioni diverse e dunque effetti diversi sulla nostra mente. Poiché il linguaggio è il mezzo attraverso il quale gli scrittori rappresentano il mondo è difficile però scartare l’idea che un nuovo linguaggio li apra a nuove modalità di rappresentazione.

“Nei mesi prima di venire in Italia”, scrive la signora Lahiri, “stavo cercando un’altra direzione per la mia scrittura. Volevo un nuovo approccio”.

Tuttavia l’adozione di una lingua straniera non riguarda solo la ricerca di una visione più fresca. Può indicare una relazione conflittuale con la lingua d’origine; il fardello psicologico dei testi già scritti da uno scrittore; la sua reputazione in quella lingua; l’intera tradizione letteraria nel cui ambito lavora.

Samuel Beckett è probabilmente l’esempio più lampante di ciò. Dopo aver pubblicato romanzi e saggi in inglese cominciò a provare l’impossibilità di continuare a scrivere nella lingua materna.

“Sempre più il mio linguaggio mi appare come un velo che deve essere lacerato”, scrisse a un amico.

“Grammatica e stile. Mi sembrano ormai irrilevanti, come un costume da bagno vittoriano o l’imperturbabilità di un vero gentiluomo”.

Desiderava “peccare” nei confronti dell’inglese mentre involontariamente peccava nei confronti delle lingue straniere: per scardinare l’uso convenzionale, per far esplodere stilisticamente costumi e saggezza letteraria tramandati. In un certo senso, questo è ciò che tutti i testi veramente innovativi cercano di fare. Beckett aveva tentato di realizzarlo in inglese, ma le sue prime opere narrative furono malamente accolte, considerate come dei pastiche alla James Joyce, il suo mentore ed eroe letterario. Così passò al francese, una lingua in cui sentiva che era “più facile scrivere senza stile”. (La signora Lahiri, en passant, fa eco a questa dichiarazione: “In italiano”, spiega, “scrivo senza stile, in modo primitivo”.)

Ma da cosa stava fuggendo Beckett? In che senso, per lui, il francese funzionava meglio dell’inglese? Alcuni studiosi hanno suggerito che stesse fuggendo dall’eredità di Joyce, l’ombra del progenitore che perseguitava i suoi tentativi di creazione letteraria originale. È un argomento che ricorda la teoria di Harold Bloom, di una “ansietà da influenza”, che i grandi scrittori provano cercando di “uscire” dall’influenza dei loro precursori.

Ma Beckett è un caso insolito ed estremo di ansia poetica. Cercò non solo di uscire da Joyce, ma di uscire dalla stessa lingua di Joyce – la lingua inglese, appesantita per lui dalle associazioni con tutti i grandi scrittori canonici inglesi. Passare al francese non era per Beckett soltanto una sfida intellettuale o un gioco linguistico: era necessario per la sua sopravvivenza come scrittore.

È stato solo grazie alla scrittura in francese che è riuscito a crearsi un suo territorio. E alla fine tornò a casa. Traducendo lui stesso i suoi testi francesi in inglese si reinserì nel canone e nella lingua che si era compiaciuto di abbandonare.

A differenza di Beckett Miss Lahiri si è fatta un nome in inglese fin dall’inizio. Ma a ben pensarci anche lei riconosce di “aver cercato di allontanarsi da qualcosa”. L’inglese era diventato un territorio pesante, una fonte della sua ansia di scrittrice, “una lotta logorante, un conflitto penoso”.

E se Beckett sentì il peso del suo fallimento in inglese Lahiri è gravata dallo spettro del suo successo:

“Sono diventata una scrittrice in inglese. E poi, in modo precipitoso, sono diventata una scrittrice famosa. Tutti i miei testi provenivano da un luogo in cui ero invisibile ”, spiega.

“Ma un anno dopo la pubblicazione del mio primo libro persi quell’anonimato.”

L’inglese stretto tra risultati e aspettative le diviene logoro, impraticabile. L’italiano le offre una lavagna pulita, una lingua non ingombra da voci familiari, compresa la sua. Ha rifiutato persino di tradurre lei stessa In altre parole in inglese. La cosa più importante forse è che in una nuova lingua Lahiri è libera di fallire, e forse, come Beckett, di peccare.

Gli scrittori ringiovaniscono fuggendo in direzione di lingue straniere. Sfuggono a tutte le associazioni psicologiche che si addensano attorno a una lingua e a una tradizione letteraria. In un certo senso, è la cura estrema del writer’s block, del blocco dello scrittore. Imparano a scrivere nuovamente e in un registro diverso.

E nel processo di adozione di una lingua nuova il loro rapporto con la vecchia cambia. Diventa meno familiare, meno stanco; con il tempo e la distanza, la lingua madre può assumere la freschezza e la libertà della lingua straniera, con tutte le  possibilità connesse di sperimentazione. Questo fu il caso di Beckett con l’inglese.

Sembra che la signora Lahiri stia procedendo in italiano, per ora, ma potrebbe scoprire che il vero vantaggio della sua decisione di abbandonare la lingua inglese è l’opportunità di riscoprirla”.

 

Scrivere un blog in una lingua straniera

Cosa significa scrivere in una lingua straniera? Ci sono scrittori e blogger che scrivono in una lingua che non è la loro; alcuni blog sono scritti in più lingue e così via.

Parlerò della mia esperienza perché nel mio piccolo ho tenuto anch’io un blog in inglese, Man of Roma / a quirky research on romanness, durato sette anni, dal 2007 al 2014: un’esperienza molto bella che mi ha insegnato a scrivere meglio in questa lingua, con un discreto pubblico di lingua inglese (quasi 700 mila accessi) che commentava parecchio e mi ha aiutato a capire meglio diversi aspetti della cultura (delle culture) di questo universo anglofono sparso per il pianeta.

Inizialmente fu una bella faticaccia. Se in gioventù ero maggiormente attratto dalle lingue germaniche, nel 2007 preferivo (come oggi) l’italiano o qualsiasi altra lingua neolatina, una specie di ritorno al grembo materno.

Allora perché scrivere in inglese? Perché era difficile e le cose difficili sono un bell’antidoto alla mente bollita, che da allora dovetti aguzzare, e di parecchio pure.

L’inglese poi era la prima lingua straniera che appresi nell’adolescenza e quindi mi aiutò il fatto che fosse come il primo amore, che non si scorda mai.

 

Sudare con parole e frasi

Mi rimboccai le maniche e cominciai. A volte scrivevo direttamente in inglese senza alcuna difficoltà. Altre volte scrivevo direttamente in inglese ma non ero sicuro di me stesso. Correggevo continuamente e riscrivevo le frasi degli articoli e delle risposte ai commenti; copiavo spesso un passaggio in una nuova pagina bianca pulita, il che rinfrescava la mia immaginazione; a volte ci volevano molte nuove pagine bianche per raggiungere un passaggio che mi soddisfacesse, anche se non ero mai soddisfatto.

Quando ero stanco o quando scrivevo qualcosa di complicato componevo prima il testo in italiano e poi lo traducevo in inglese. Ciò avveniva anche quando, nel timore di farmi sfuggire un’idea, la buttavo giù velocemente nella mia lingua materna.

 

Le lingue contengono elementi di una cultura

Inizialmente ogni post del Man of Roma aveva un link che portava alla traduzione in italiano perché alcuni amici erano interessati e volevo che potessero seguirmi. Smisi dopo un anno perché era troppo faticoso ma fu un’esperienza istruttiva: lavorare con due lingue intrecciate tra loro fu un po’ come pensare con due cervelli differenti.

Una lingua contiene infatti elementi di una cultura (in senso antropologico), porta cioè con sé una mentalità, atteggiamenti, valori e anche espressioni spesso senza equivalenti nelle altre lingue.

È anche un buon esempio del tutto che è più della somma delle parti poiché – considerando solo due varietà della stessa lingua – i lessici di un americano e di un inglese colti sono quasi identici ma la scelta delle parole e il modo in cui esse vengono combinate nelle frasi producono qualcosa di diverso, lo si sente chiaramente, il che è per me la dimostrazione di una diversa cultura sottostante.

Certamente con la globalizzazione tali differenze tendono a diminuire anche se continueranno sempre a esistere, a mio parere.

 

Parole latine in inglese

Due trappole che incontrai, tra le tante, nello scrivere in inglese.

Colorazione. L’inglese contiene molte parole latine ma il suo nucleo è germanico. Il ritorno al “grembo materno” può spingere a preferire le parole inglesi di origine latina, anche se è difficile sempre prevedere l’effetto che esse avranno sui lettori anglosassoni. Comprehensible invece di understandable può sembrarci più caldo ma l’effetto è invece più formale, più colto. Voglio dire, non è così facile controllare la colorazione, o connotazione, delle parole in una lingua straniera.

Falsi amici. Anche il significato principale di una parola, la denotazione, può essere un problema. Le medesime parole latine in inglese e in italiano sono spesso “falsi amici”, parole cioè simili ma con un significato diverso. Actual per esempio vuol dire reale in inglese ma moderno in italiano, mentre eventually significa infine, alla fine in inglese e non ha nulla a che vedere con il nostro eventualmente.

 

Prosa e ritmo

Amando la poesia e la musica mi piaceva che la mia prosa inglese avesse un ritmo, qualcosa di bello che possiamo sperare di ‘intravedere’ quando scriviamo nella lingua madre ma è assai più arduo arrivarci se scriviamo in una lingua straniera appresa con anni di applicazione.

A volte riscrivevo le frasi in inglese finché non trovavo un ritmo per me soddisfacente. Leggere della buona prosa (e della poesia) nella lingua che vogliamo perfezionare può essere d’aiuto (per effetto naturale d’imitazione) e i classici sono sempre per me i migliori perché in essi non solo il contenuto ma anche la forma, il periodare nel caso della prosa, è spinta a livelli d’arte.

Il che ci porta all’ultimo punto di questo brano: l’apprendimento naturale delle lingue.

 

Input method

Quando avevo 14 anni fui bocciato in inglese e dovetti trascorrere un’estate amara sui libri. Per qualche strana ragione invece di studiare la grammatica inglese cominciai a leggere i fumetti americani di Superman e la serie Longman in inglese semplificato (ora assorbita nella raccolta di letture graduali dei Pearson English Readers). Un mondo nuovo si era aperto e la lettura in lingua me ne aveva dato una chiave!

Ero completamente affascinato dall’inglese americano di quei fumetti e da quei bei testi letterari inglesi resi così facili. I miei progressi l’anno successivo furono rapidi.

Applicai allora il metodo anche allo studio del greco e del latino leggendo il Vecchio e il Nuovo Testamento, l’unico testo facile disponibile in quelle due lingue ai miei tempi. Anche qui i progressi furono sorprendenti e i voti balzarono in su (con gran stupore dei miei compagni di scuola).

Alcuni anni fa fui sorpreso nel vedere che c’era chi aveva teorizzato queste cose. A volte è chiamato il metodo dell’input nell’apprendimento delle lingue.

Si impara una lingua attraverso l’esposizione costante o input in quella lingua (lettura e ascolto): testi, possibilmente buoni; film, TV, ecc.
L’output (scrivere e parlare) verrà fuori naturalmente.

Dopo tutto è proprio così che imparano i bambini: ascoltano in silenzio per mesi e mesi e poi, come per miracolo, cominciano a parlare.

La grammatica può essere utile in una fase successiva, per aggiustare qua e là (e infatti poi i bambini vanno a scuola).

Vi è però chi salta addirittura la grammatica: per loro basta esporsi a una lingua corretta (del resto è noto che i figli dei genitori che parlano bene sono facilitati a scuola e parlano e scrivono più correttamente).

Un franco-canadese che parlava benissimo 9 lingue esclamò:

“Sono orgoglioso di non aver mai toccato una grammatica!”

 

In conclusione

L’esposizione costante alla lingua inglese, scritta e parlata, è stato un fattore importante che mi ha aiutato a scrivere (oltre che a parlare) nella lingua di Shakespeare.

 

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Vi ho raccontato la mia esperienza di blogger in inglese e la mia relazione con questa bellissima lingua. Presto parlerò ancora dell’apprendimento delle lingue straniere in generale.

Lavoro duro, ma utile e anche divertente, se preso con lo spirito giusto.