Per scrivere racconti (o romanzi) bisogna documentarsi?

Marina Caserta, palermitana, pediatra e scrittrice di gialli e thriller (qui il link al suo testo; qui il link alle sue info personali e ai suoi libri) parla sul suo blog Gialli e Thriller della documentazione.

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Marina. “Ho sempre ambientato i miei racconti e romanzi in territori a me noti.

Fino all’altra settimana, in cui i miei personaggi mi hanno convinto a seguirli in Montana. Da allora sto studiando geografia e geologia del Montana, il clima, le leggi e il sistema giudiziario americano.

Guardo film americani. Studio le abitudini, parlo con amici che vivono là da anni.

Non nascondo che mi sto divertendo un mondo.

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Giovanni. “La documentazione la trovo fondamentale anch’io. Il mio compito è complicato dal fatto che ambiento il mio “racconto” (no oso chiamarlo romanzo, anche se è molto lungo e lo scrivo da quasi 10 anni) in tre epoche diverse:

1) l’epoca dei Flavi, 69-96 d.C.
2) il 510 d.C. in Britannia e un po’ a Roma.
3) Oggi, a Roma, nei rioni dove abito.

I personaggi sono sempre più o meno gli stessi (sto studiando le teorie della fisica moderna che rendano questo accettabile), i luoghi – a parte la Britannia, naturalmente – gli stessi. Insomma una grossa fatica (per fortuna leggo quanto basta le lingue antiche per una presa diretta) ma anche un’avventura folle e meravigliosa, perché in realtà la psicologia, l’amore il bene e il male (orripilante anche: delitti efferati) vi hanno grande parte.


Nota. Le opere di Marina sono in vendita anche in edizione cartacea, se non erro.

Evaporata, un’interiorità messa a nudo

Una piccola recensione sfortunatamente frettolosa, non avendo molto tempo per i blog in questo periodo. Ho quasi finito di leggere “EVAPORATA – I blog di una donna senza segreti” e il libro mi è piaciuto molto perché è fresco, pieno dei fatti della vita interiore, che sono poi i più importanti. Ci sono dei refusi, va bene (sono pochi e qualcuno magari è voluto), ma lo stile, accattivante, è quello di un blog che va oltre e diventa diario-romanzo dell’io (dell’io Evaporata-Nadia).

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I vari brani cominciano con la data, il titolo e il tono dell’umore (affettuoso, a disagio, cinico, depresso ecc.). C’è in essi il male di vivere oggi, che ci coinvolge tutti, ma in Evaporata questo male evapora (scusate il pun) in una spigliatezza piacevolissima non si sa quanto a lei nota.

Troviamo Anatole France che parla di Cristo; il problema dell’essere o non essere vegetariani; l’amore per animali e piante (ma non per l’Homo Sapiens); la contraddizione di voler far qualcosa per il pianeta ma di preferire in fondo le comodità e lo spreco che comportano; gli uomini che sui social vogliono solo sesso e lei che accenna, qua e là, la sua analisi del comportamento maschile (“ho imparato con tanto dolore, in passato, e con un po’ di noia, negli ultimi anni, a prevedere, come un giocatore di scacchi, fino alla 50a mossa del mio amato bene“); la ricerca insoddisfatta dell’ideale dell’amico, complice, amante (che è poi la ricerca medesima dell’uomo, che sogna l’amica, complice, amante, per cui è strano che spesso non ci si incontri).

A questo proposito mi ha colpito l’ambiente della palestra, dove c’è Marco, il personal trainer, vero e proprio dio greco e, per Evaporata, Narciso incarnato (oltre che criptogay sciupafemmine). O “i bistecconi giovani” che, per la loro immaturità, non possono rappresentare un pieno appagamento affettivo.

C’è un senso di estrema solitudine nel libro, trasfigurato da una magia a volte misterica (tema che mi affascina), quella per esempio della donna-gatta, dea suprema del Nadia-tempio dove Evaporata si sdoppia con la sua compagna, la solitudine, che altro non è che il fantasma di una gatta, appunto. Da questa dea duplice gli umani-lettori vanno a ricevere le grazie di emozioni inconsuete.

E tra queste emozioni c’è anche la musica, da lei venerata anche per aver lavorato nell’industria musicale per oltre vent’anni.

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Alla fine, non voglio essere prolisso, va aggiunto che Nadia è dotata di una bella dose di sincerità e di coraggio. Nadia-Evaporata mette a nudo in modo totale i suoi difetti e problemi, sincerità che non è comune in un’epoca in cui tutti si “inventano” di essere quello che non sono.

Magister

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Le mie idee cominciarono a fermentare 45 anni fa, quando mi imbattei nella persona che chiamo Maestro, Mentore o Magister – chiamatelo come vi pare (nota 1).

Aveva piovuto tutto il giorno. Roma ha un odore strano quando piove. La sera ero passato, da Trastevere o Transtiberim dove abitavo, alla riva sinistra del Tevere, il fiume sacro di Roma.

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Il Tevere e l’isola tiberina sotto la pioggia

Me ne andavo a zig zag quando mi si parò di fronte l’Istituto Gramsci. Vi ero stato qualche volta anche se ero a quel tempo privo di colorazione politica: i giovani lì andavano e venivano, questo mi bastava. Varco la soglia dell’Istituto e vedo che la gente se ne va. Qualcuno però c’era ancora e c’era Vincenzino, una specie di custode affetto da una malformazione alla schiena, a cui tutti volevano bene. Gli faccio un saluto e mi incammino verso l’emeroteca. Poi cambio idea ed entro in biblioteca.

Fu allora che lo vidi.

Magister, Covatta (e i Pink Floyd)

Si appoggiava a una delle scrivanie con fare casual, capelli radi e giacca sdrucita. Teneva un discorso a braccio, credo, al quale seguì un dialogo tra lui che parlava e lo sparuto pubblico di giovani che lo ascoltavano. Era sua consuetudine – lo seppi solo dopo – quella di parlare nella biblioteca dell’Istituto quando molti erano quasi già andati via.

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Luigi Covatta in quegli anni

Nei mesi a seguire mi accorsi che il gruppetto di ragazzi, ne ero parte ormai anch’io, pian piano si infoltiva. Ci si spostò dunque altrove: a casa sua; a casa di Luigi Covatta (giornalista e politico che in anni successivi fu eletto Senatore della Repubblica); da qualche altra parte (più volte nel mio appartamentino di vicolo della Penitenza, a Trastevere).

Già molto vecchio, barba e capelli bianchissimi, Magister aveva occhi attenti, penetranti. Nei ruggenti anni ’70 l’Italia era tutto un dibattito, un accapigliarsi (come adesso, ma su temi diversi). Mentre scrivo sto ascoltando The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd per cercare ricreare l’atmosfera di quell’epoca meravigliosa (1972 e 1973).

Voce bassa, silenzio assoluto

Magister parlava a voce bassa, per lo più, e il silenzio degli ascoltatori era assoluto, persino imbarazzante a tratti. Poi arrivavano le domande e le risposte. Se gli capitava di arrabbiarsi la voce si faceva possente, profonda, e gli occhi scintillavano.

Non lo dimenticherò mai. Ero un brutto anatroccolo prima di conoscerlo. Non che sia diventato un cigno grazie a lui (l’idea fa un po’ ridere) ma certo ricevetti da lui, tra le altre cose, la nozione della mente e della volontà come forti strumenti di liberazione personale e di gruppo.

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Non sono stato un buon allievo.

Lasciai definitivamente la casa dei miei genitori e andai in cerca di fortuna. Sfortuna è di coloro che non trovano Maestri.

Non rivelerò la sua identità. Non che a lui importi, ormai non c’è più, riposa da qualche parte (nel suo paese d’origine? A Roma da lui tanto amata?)

L’ammiravo e l’amavo (nonostante alcuni contrasti che alla fine ci separarono). Non fui il solo a piangere sulle sue ceneri.

Curiosità, desiderio di conoscenza,
edonismo culturale

Se ho motivi per non rivelarne l’identità [scrivevo nel giugno 2011, ndr] vorrei qui solo ribadire che A LUI DEVO MOLTO, non ultimo quell’amore, curiosità, desiderio di conoscenza – non so bene come dirlo -, quella specie d’“edonismo culturale” (o edonismo “conoscitivo”, come direbbero gli anglosassoni) che tende ad auto-organizzarsi e che a dispetto dell’età continua a crescere nel mio spirito invece d’abbandonarlo.

Dialettica, scrittura:
palestra della mente

Tra le altre cose, devo al Maestro il metodo dialettico utilizzato in questo blog [riferimento al vecchio blog Man of Roma, ndr], nonché l’idea che la scrittura sia la miglior palestra per imparare a pensare in modo chiaro, razionale, ordinato [come educazione della mente: è chiaro che la scrittura fantasiosa, emozionale è egualmente stupenda: che ne pensate? ndr]

Scrittura & pensiero

writing3

Una piccola poesia composta nel 2011 in onore del Magister.

Writing, thinking, clarifying,
striving to sort out thoughts
in ways so “clear and ordinate”
and comprehensible.

This, many years ago, Magister counselled
for the good education of the mind.
Beloved Magister,
writer, philosopher, educator

Pensare, scrivere, chiarire:
lo sforzo del disporre i tuoi pensieri
in modo “chiaro, ordinato” e comprensibile.

Così tanti anni or sono ci insegnava,
per la buona educazione della mente,
Il Maestro amato,
filosofo, scrittore, educatore

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(Nota 1). Brano del 5 giugno 2011, scritto nel mio vecchio blog in inglese Man or Roma e qui tradotto, arricchito. La figura di Giuseppe, molisano, è però trasfigurata anche se in verità è assai aderente a tutto ciò che avvenne: fatti, luoghi, persone, atmosfere, elementi del suo metodo (la scrittura maestra della mente ecc. Qui trovate altro sul tema della sua pedagogia).

Figura, quella di Giuseppe, trasfigurata, dicevo, ma aderente ad eccezione dell’età. Giuseppe aveva 4 anni meno di me, che ne avevo 24. Qui è l’archetipo junghiano del vecchio saggio (cfr., in The NotebookSolitudine, positiva e negativa) e lui lo era, un vecchio saggio: l’età spesso non conta e in lui certamente non contava affatto.

Non sono mai stato a casa di Luigi Covatta. Giuseppe sì, perché Covatta lo tenne a casa sua per parecchio tempo e lo coltivò, giudicandono assai promettente come uomo e come politico.

Ad un matrimonio di pochi anni fa, a Vito Gamberale – molisano e padre di un amico di mia figlia maggiore – che sedeva al nostro tavolo, chiesi che fine avesse fatto un certo Giuseppe che 44 anni prima aveva vissuto a casa di Covatta per vario tempo. Lui, efficiente, telefona a Covatta seduta stante lasciandomi emozionato, di stucco.

Luigi Covatta rivela purtroppo al telefono la morte (nota A) di Giuseppe in Sicilia, alla fine degli anni ’70 😦

Nota A. Giuseppe, Peppino per gli amici, venne ucciso pochi anni dopo il nostro incontro, ancora giovanissimo, dalla Mafia in Sicilia mentre portava in quella bella terra il movimento dei disoccupati organizzati nato a Napoli a metà degli anni 1970.

Questo blog è dedicato a lui, dal più profondo del mio cuore.

Perché alcuni scrittori abbandonano la lingua materna

Traduzione di un articolo dell’Economist del 15-03-2016, Why do writers abandon their native language?

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“Nel 2012 Jhumpa Lahiri si trasferì a Roma e si impose un esilio linguistico. Smise completamente di parlare, leggere e scrivere in inglese per meglio imparare l’italiano.

L’immersione totale in una lingua straniera ha senso come mezzo per raggiungerne una completa padronanza, ma per uno scrittore di letteratura inglese abbandonare la lingua su cui ha fondato la carriera e l’identità letteraria sembra in effetti una mossa stravagante. Che cos’è uno scrittore senza la lingua in cui scrive?

E non si tratta di un’avventura passeggera. Nel libro di memorie in cui racconta la sua immersione nell’italiano (In altre parole, Guanda) Lahiri osserva che l’italiano è “l’unica lingua in cui continuo a scrivere”.

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Amici e conoscenti avevano provato a dissuaderla, insistendo sul fatto che non volevano leggerla in traduzione e che il cambiamento poteva risultare in un disastro per la sua carriera. Persino gli italiani stentano a capire perché abbia voluto scrivere in una lingua assai meno diffusa.

Ma la mossa di Lahiri ha dei precedenti. C’è una tradizione di scrittori che cercano di sfuggire alla propria lingua e vestono la propria arte in un idioma straniero. Alcuni lo fanno perché sono affascinati dalle possibilità offerte dalla nuova lingua: le parole e i giri di frase per i quali il loro linguaggio non ha equivalenti, nuovi strani ritmi e pattern sonori.

Joseph Conrad, per il quale l’inglese era la terza lingua dopo il polacco e il francese, spiegò che era stato “adottato dal genio della lingua”. Vladimir Nabokov aveva ragioni politiche e commerciali per scrivere in inglese piuttosto che in russo, ma la sua vera ossessione aveva a che fare con i piaceri del linguaggio stesso:

“L’eccitazione dell’avventura verbale del medium russo svanì gradualmente dopo che avevo abbracciato l’inglese,” disse alla Paris Review.

Benjamin Lee Whorf, un linguista del XX secolo, sosteneva che i parlanti di lingue diverse percepiscono e capiscono il mondo in modo diverso; che il linguaggio determina il pensiero. Se questo è vero allora lo scrivere in una lingua straniera offre agli scrittori non solo parole nuove ma nuove idee, un modo diverso di interpretare l’esperienza nella sua totalità.

La teoria di Whorf è controversa. Alcuni esperti sostengono che è più una questione di influenza, che l’inglese non ti obbliga a pensare diversamente dal russo, ad esempio, ma che le lingue creano associazioni diverse e dunque effetti diversi sulla nostra mente. Poiché il linguaggio è il mezzo attraverso il quale gli scrittori rappresentano il mondo è difficile però scartare l’idea che un nuovo linguaggio li apra a nuove modalità di rappresentazione.

“Nei mesi prima di venire in Italia”, scrive la signora Lahiri, “stavo cercando un’altra direzione per la mia scrittura. Volevo un nuovo approccio”.

Tuttavia l’adozione di una lingua straniera non riguarda solo la ricerca di una visione più fresca. Può indicare una relazione conflittuale con la lingua d’origine; il fardello psicologico dei testi già scritti da uno scrittore; la sua reputazione in quella lingua; l’intera tradizione letteraria nel cui ambito lavora.

Samuel Beckett è probabilmente l’esempio più lampante di ciò. Dopo aver pubblicato romanzi e saggi in inglese cominciò a provare l’impossibilità di continuare a scrivere nella lingua materna.

“Sempre più il mio linguaggio mi appare come un velo che deve essere lacerato”, scrisse a un amico.

“Grammatica e stile. Mi sembrano ormai irrilevanti, come un costume da bagno vittoriano o l’imperturbabilità di un vero gentiluomo”.

Desiderava “peccare” nei confronti dell’inglese mentre involontariamente peccava nei confronti delle lingue straniere: per scardinare l’uso convenzionale, per far esplodere stilisticamente costumi e saggezza letteraria tramandati. In un certo senso, questo è ciò che tutti i testi veramente innovativi cercano di fare. Beckett aveva tentato di realizzarlo in inglese, ma le sue prime opere narrative furono malamente accolte, considerate come dei pastiche alla James Joyce, il suo mentore ed eroe letterario. Così passò al francese, una lingua in cui sentiva che era “più facile scrivere senza stile”. (La signora Lahiri, en passant, fa eco a questa dichiarazione: “In italiano”, spiega, “scrivo senza stile, in modo primitivo”.)

Ma da cosa stava fuggendo Beckett? In che senso, per lui, il francese funzionava meglio dell’inglese? Alcuni studiosi hanno suggerito che stesse fuggendo dall’eredità di Joyce, l’ombra del progenitore che perseguitava i suoi tentativi di creazione letteraria originale. È un argomento che ricorda la teoria di Harold Bloom, di una “ansietà da influenza”, che i grandi scrittori provano cercando di “uscire” dall’influenza dei loro precursori.

Ma Beckett è un caso insolito ed estremo di ansia poetica. Cercò non solo di uscire da Joyce, ma di uscire dalla stessa lingua di Joyce – la lingua inglese, appesantita per lui dalle associazioni con tutti i grandi scrittori canonici inglesi. Passare al francese non era per Beckett soltanto una sfida intellettuale o un gioco linguistico: era necessario per la sua sopravvivenza come scrittore.

È stato solo grazie alla scrittura in francese che è riuscito a crearsi un suo territorio. E alla fine tornò a casa. Traducendo lui stesso i suoi testi francesi in inglese si reinserì nel canone e nella lingua che si era compiaciuto di abbandonare.

A differenza di Beckett Miss Lahiri si è fatta un nome in inglese fin dall’inizio. Ma a ben pensarci anche lei riconosce di “aver cercato di allontanarsi da qualcosa”. L’inglese era diventato un territorio pesante, una fonte della sua ansia di scrittrice, “una lotta logorante, un conflitto penoso”.

E se Beckett sentì il peso del suo fallimento in inglese Lahiri è gravata dallo spettro del suo successo:

“Sono diventata una scrittrice in inglese. E poi, in modo precipitoso, sono diventata una scrittrice famosa. Tutti i miei testi provenivano da un luogo in cui ero invisibile ”, spiega.

“Ma un anno dopo la pubblicazione del mio primo libro persi quell’anonimato.”

L’inglese stretto tra risultati e aspettative le diviene logoro, impraticabile. L’italiano le offre una lavagna pulita, una lingua non ingombra da voci familiari, compresa la sua. Ha rifiutato persino di tradurre lei stessa In altre parole in inglese. La cosa più importante forse è che in una nuova lingua Lahiri è libera di fallire, e forse, come Beckett, di peccare.

Gli scrittori ringiovaniscono fuggendo in direzione di lingue straniere. Sfuggono a tutte le associazioni psicologiche che si addensano attorno a una lingua e a una tradizione letteraria. In un certo senso, è la cura estrema del writer’s block, del blocco dello scrittore. Imparano a scrivere nuovamente e in un registro diverso.

E nel processo di adozione di una lingua nuova il loro rapporto con la vecchia cambia. Diventa meno familiare, meno stanco; con il tempo e la distanza, la lingua madre può assumere la freschezza e la libertà della lingua straniera, con tutte le  possibilità connesse di sperimentazione. Questo fu il caso di Beckett con l’inglese.

Sembra che la signora Lahiri stia procedendo in italiano, per ora, ma potrebbe scoprire che il vero vantaggio della sua decisione di abbandonare la lingua inglese è l’opportunità di riscoprirla”.

 

Scrivere un blog in una lingua straniera

Cosa significa scrivere in una lingua straniera? Ci sono scrittori e blogger che scrivono in una lingua che non è la loro; alcuni blog sono scritti in più lingue e così via.

Parlerò della mia esperienza perché nel mio piccolo ho tenuto anch’io un blog in inglese, Man of Roma / a quirky research on romanness, durato sette anni, dal 2007 al 2014: un’esperienza molto bella che mi ha insegnato a scrivere meglio in questa lingua, con un discreto pubblico di lingua inglese (quasi 700 mila accessi) che commentava parecchio e mi ha aiutato a capire meglio diversi aspetti della cultura (delle culture) di questo universo anglofono sparso per il pianeta.

Inizialmente fu una bella faticaccia. Se in gioventù ero maggiormente attratto dalle lingue germaniche, nel 2007 preferivo (come oggi) l’italiano o qualsiasi altra lingua neolatina, una specie di ritorno al grembo materno.

Allora perché scrivere in inglese? Perché era difficile e le cose difficili sono un bell’antidoto alla mente bollita, che da allora dovetti aguzzare, e di parecchio pure.

L’inglese poi era la prima lingua straniera che appresi nell’adolescenza e quindi mi aiutò il fatto che fosse come il primo amore, che non si scorda mai.

 

Sudare con parole e frasi

Mi rimboccai le maniche e cominciai. A volte scrivevo direttamente in inglese senza alcuna difficoltà. Altre volte scrivevo direttamente in inglese ma non ero sicuro di me stesso. Correggevo continuamente e riscrivevo le frasi degli articoli e delle risposte ai commenti; copiavo spesso un passaggio in una nuova pagina bianca pulita, il che rinfrescava la mia immaginazione; a volte ci volevano molte nuove pagine bianche per raggiungere un passaggio che mi soddisfacesse, anche se non ero mai soddisfatto.

Quando ero stanco o quando scrivevo qualcosa di complicato componevo prima il testo in italiano e poi lo traducevo in inglese. Ciò avveniva anche quando, nel timore di farmi sfuggire un’idea, la buttavo giù velocemente nella mia lingua materna.

 

Le lingue contengono elementi di una cultura

Inizialmente ogni post del Man of Roma aveva un link che portava alla traduzione in italiano perché alcuni amici erano interessati e volevo che potessero seguirmi. Smisi dopo un anno perché era troppo faticoso ma fu un’esperienza istruttiva: lavorare con due lingue intrecciate tra loro fu un po’ come pensare con due cervelli differenti.

Una lingua contiene infatti elementi di una cultura (in senso antropologico), porta cioè con sé una mentalità, atteggiamenti, valori e anche espressioni spesso senza equivalenti nelle altre lingue.

È anche un buon esempio del tutto che è più della somma delle parti poiché – considerando solo due varietà della stessa lingua – i lessici di un americano e di un inglese colti sono quasi identici ma la scelta delle parole e il modo in cui esse vengono combinate nelle frasi producono qualcosa di diverso, lo si sente chiaramente, il che è per me la dimostrazione di una diversa cultura sottostante.

Certamente con la globalizzazione tali differenze tendono a diminuire anche se continueranno sempre a esistere, a mio parere.

 

Parole latine in inglese

Due trappole che incontrai, tra le tante, nello scrivere in inglese.

Colorazione. L’inglese contiene molte parole latine ma il suo nucleo è germanico. Il ritorno al “grembo materno” può spingere a preferire le parole inglesi di origine latina, anche se è difficile sempre prevedere l’effetto che esse avranno sui lettori anglosassoni. Comprehensible invece di understandable può sembrarci più caldo ma l’effetto è invece più formale, più colto. Voglio dire, non è così facile controllare la colorazione, o connotazione, delle parole in una lingua straniera.

Falsi amici. Anche il significato principale di una parola, la denotazione, può essere un problema. Le medesime parole latine in inglese e in italiano sono spesso “falsi amici”, parole cioè simili ma con un significato diverso. Actual per esempio vuol dire reale in inglese ma moderno in italiano, mentre eventually significa infine, alla fine in inglese e non ha nulla a che vedere con il nostro eventualmente.

 

Prosa e ritmo

Amando la poesia e la musica mi piaceva che la mia prosa inglese avesse un ritmo, qualcosa di bello che possiamo sperare di ‘intravedere’ quando scriviamo nella lingua madre ma è assai più arduo arrivarci se scriviamo in una lingua straniera appresa con anni di applicazione.

A volte riscrivevo le frasi in inglese finché non trovavo un ritmo per me soddisfacente. Leggere della buona prosa (e della poesia) nella lingua che vogliamo perfezionare può essere d’aiuto (per effetto naturale d’imitazione) e i classici sono sempre per me i migliori perché in essi non solo il contenuto ma anche la forma, il periodare nel caso della prosa, è spinta a livelli d’arte.

Il che ci porta all’ultimo punto di questo brano: l’apprendimento naturale delle lingue.

 

Input method

Quando avevo 14 anni fui bocciato in inglese e dovetti trascorrere un’estate amara sui libri. Per qualche strana ragione invece di studiare la grammatica inglese cominciai a leggere i fumetti americani di Superman e la serie Longman in inglese semplificato (ora assorbita nella raccolta di letture graduali dei Pearson English Readers). Un mondo nuovo si era aperto e la lettura in lingua me ne aveva dato una chiave!

Ero completamente affascinato dall’inglese americano di quei fumetti e da quei bei testi letterari inglesi resi così facili. I miei progressi l’anno successivo furono rapidi.

Applicai allora il metodo anche allo studio del greco e del latino leggendo il Vecchio e il Nuovo Testamento, l’unico testo facile disponibile in quelle due lingue ai miei tempi. Anche qui i progressi furono sorprendenti e i voti balzarono in su (con gran stupore dei miei compagni di scuola).

Alcuni anni fa fui sorpreso nel vedere che c’era chi aveva teorizzato queste cose. A volte è chiamato il metodo dell’input nell’apprendimento delle lingue.

Si impara una lingua attraverso l’esposizione costante o input in quella lingua (lettura e ascolto): testi, possibilmente buoni; film, TV, ecc.
L’output (scrivere e parlare) verrà fuori naturalmente.

Dopo tutto è proprio così che imparano i bambini: ascoltano in silenzio per mesi e mesi e poi, come per miracolo, cominciano a parlare.

La grammatica può essere utile in una fase successiva, per aggiustare qua e là (e infatti poi i bambini vanno a scuola).

Vi è però chi salta addirittura la grammatica: per loro basta esporsi a una lingua corretta (del resto è noto che i figli dei genitori che parlano bene sono facilitati a scuola e parlano e scrivono più correttamente).

Un franco-canadese che parlava benissimo 9 lingue esclamò:

“Sono orgoglioso di non aver mai toccato una grammatica!”

 

In conclusione

L’esposizione costante alla lingua inglese, scritta e parlata, è stato un fattore importante che mi ha aiutato a scrivere (oltre che a parlare) nella lingua di Shakespeare.

 

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Vi ho raccontato la mia esperienza di blogger in inglese e la mia relazione con questa bellissima lingua. Presto parlerò ancora dell’apprendimento delle lingue straniere in generale.

Lavoro duro, ma utile e anche divertente, se preso con lo spirito giusto.