Evaporata, un’interiorità messa a nudo

Una piccola recensione sfortunatamente frettolosa, non avendo molto tempo per i blog in questo periodo. Ho quasi finito di leggere “EVAPORATA – I blog di una donna senza segreti” e il libro mi è piaciuto molto perché è fresco, pieno dei fatti della vita interiore, che sono poi i più importanti. Ci sono dei refusi, va bene (sono pochi e qualcuno magari è voluto), ma lo stile, accattivante, è quello di un blog che va oltre e diventa diario-romanzo dell’io (dell’io Evaporata-Nadia).

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I vari brani cominciano con la data, il titolo e il tono dell’umore (affettuoso, a disagio, cinico, depresso ecc.). C’è in essi il male di vivere oggi, che ci coinvolge tutti, ma in Evaporata questo male evapora (scusate il pun) in una spigliatezza piacevolissima non si sa quanto a lei nota.

Troviamo Anatole France che parla di Cristo; il problema dell’essere o non essere vegetariani; l’amore per animali e piante (ma non per l’Homo Sapiens); la contraddizione di voler far qualcosa per il pianeta ma di preferire in fondo le comodità e lo spreco che comportano; gli uomini che sui social vogliono solo sesso e lei che accenna, qua e là, la sua analisi del comportamento maschile (“ho imparato con tanto dolore, in passato, e con un po’ di noia, negli ultimi anni, a prevedere, come un giocatore di scacchi, fino alla 50a mossa del mio amato bene“); la ricerca insoddisfatta dell’ideale dell’amico, complice, amante (che è poi la ricerca medesima dell’uomo, che sogna l’amica, complice, amante, per cui è strano che spesso non ci si incontri).

A questo proposito mi ha colpito l’ambiente della palestra, dove c’è Marco, il personal trainer, vero e proprio dio greco e, per Evaporata, Narciso incarnato (oltre che criptogay sciupafemmine). O “i bistecconi giovani” che, per la loro immaturità, non possono rappresentare un pieno appagamento affettivo.

C’è un senso di estrema solitudine nel libro, trasfigurato da una magia a volte misterica (tema che mi affascina), quella per esempio della donna-gatta, dea suprema del Nadia-tempio dove Evaporata si sdoppia con la sua compagna, la solitudine, che altro non è che il fantasma di una gatta, appunto. Da questa dea duplice gli umani-lettori vanno a ricevere le grazie di emozioni inconsuete.

E tra queste emozioni c’è anche la musica, da lei venerata anche per aver lavorato nell’industria musicale per oltre vent’anni.

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Alla fine, non voglio essere prolisso, va aggiunto che Nadia è dotata di una bella dose di sincerità e di coraggio. Nadia-Evaporata mette a nudo in modo totale i suoi difetti e problemi, sincerità che non è comune in un’epoca in cui tutti si “inventano” di essere quello che non sono.

Solitudine, positiva e negativa

Oggi parleremo della solitudine con pensieri sparsi qua e là. Solitudine in italiano ha un significato neutro, significa semplicemente lo stare da soli. Cominciamo dunque il nostro viaggio.

Può in effetti la solitudine essere positiva? In un mondo in cui i single aumentano non sembra una domanda così campata in aria. Beh, si dovrebbe prima sapere se chi vive senza un partner (il che non implica ovviamente il ritiro dalla società) sia single per scelta o no.

Comunque si vedono persone che riescono a vivere una vita positiva e dignitosa da soli mentre altre semplicemente non ce la fanno. È come se ci fosse una solitudine creativa e una solitudine distruttiva. Argomento complicato (e interessante), in ogni caso.

Il simbolo dell’estrema solitudine mi sembra l’eremita, una persona che si confina in un eremo. Nikos Kazantzakis visitò vari eremi dove i monaci vivevano in solitudine e notò che alcuni sembravano sereni mentre altri erano come distrutti dall’isolamento. Non erano più esseri umani. Erano delle larve. Era come se il loro cervello venisse digerito dai suoi stessi succhi.

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Beh, la solitudine esercita un suo fascino su di me, non c’è dubbio. Potrebbe essere un’inclinazione, potrebbe essere il mito dell’autosufficienza, il mito del saggio dell’antichità che ha dentro di sé tutto ciò di cui ha bisogno, del vecchio saggio che possiede “beni inaffondabili nella sua anima che possono fluttuare e salvarsi da ogni naufragio”, come diceva Antistene. Ci racconta Seneca che Stilpone di Megara, un filosofo socratico, perse la famiglia e tutti i beni e a chi gli chiese se ne aveva sofferto rispose: “Assolutamente no”.

(Michel de Montaigne I: 39. Della solitudine, dove abbiamo trovato ispirazione e citazioni, anche se abbiamo preso strade diverse).

Una forza disumana, direi, quella di questo Stilpone, e se nell’antichità questi casi erano citati come esempi vuol dire che erano assai rari e comunque erano relativi a minoranze di superuomini appartenenti alle classi privilegiate.

In ogni caso anche se ho scelto di vivere non da solo la solitudine mi affascina e questo è probabilmente anche il motivo per cui mi intriga un Montaigne che nel 1571 si ritira dalla vita pubblica per vivere nella torre del suo castello dove aveva una biblioteca di 1.500 libri. Lì scrisse tutte le sue stupende riflessioni sembrando a lui che il più grande favore che poteva fare alla sua mente “era quello di lasciarla in completo ozio, a prendersi cura di sé stessa, preoccupata solo di sé stessa, pensando tranquillamente sé stessa”.

In quel luogo si lasciò andare alla danza dei pensieri e si preoccupò solo di tale danza, il che può essere in verità una cosa molto pericolosa.

Penso che Montaigne abbia intuito questo pericolo poiché scrisse che la nostra mente è come un giardino con migliaia di diverse erbacce che dobbiamo soggiogare “con semi appositamente seminati per il nostro servizio”, poiché “quando l’anima è senza un preciso obiettivo si perde”: essere ovunque è come non essere in nessun luogo (I: 8. Dell’ozio).

In altre parole, aggiungerei, un buon aiuto per far sì che la solitudine diventi positiva può esser quello di porsi dei progetti, degli obiettivi. Pare in effetti che le persone le quali, una volta lasciato il lavoro, vivono nella totale inerzia muoiono prima e/o sono colte da disturbi psichici.

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Ci sono persone che dicono:

“Ma insomma, questa favola della solitudine, ma che significa? L’amore, l’affetto e la compagnia non sono sempre meglio del vivere soli?”.

Beh, sicuramente. Un mentore diceva che dobbiamo lottare contro gli impulsi antisociali che sono in noi. Posso esser d’accordo, ma molte cose si raggiungono solo se ci ritiriamo nel nostro guscio: scrivere, leggere, comporre musica, meditare ecc., tutte cose sulla cui positività c’è un consenso unanime.

La solitudine poi deve essere una libera scelta. Se siamo spesso soli perché abbiamo paura degli altri, se ci isoliamo per complessi o per qualsiasi altro possibile sentimento di inadeguatezza, questo rientra nell’ambito di quei citati impulsi antisociali contro i quali dobbiamo combattere.

 

Tagliare ogni legame

Vivere da soli può essere inoltre associato all’idea di una partenza da tutto, all’idea di tagliare qualsiasi legame che abbiamo. Ecco che ritorna l’archetipo del saggio (Jung), del saggio che lascia la famiglia e gli amici per intraprendere un viaggio spirituale (vedi il Siddhartha di Herman Hesse; o i discepoli di Gesù, che egli ha chiamato perché lascino le loro famiglie e lo seguano).

Tuttavia, tagliare ogni legame e partire può a volte significare una fuga dai problemi e dalle responsabilità. Partiamo alla ricerca dell’illuminazione anche se nel profondo stiamo solo scappando dai nostri obblighi, dalle nostre paure e dalle nostre ansie.

Decidiamo di vivere a centinaia o migliaia di chilometri da casa senza pensare che, come diceva il romano Orazio, post equitem sedet atra cura, “dietro il cavaliere in partenza siede (e quindi lo insegue) la tetra preoccupazione”.

Montaigne riferisce che Socrate rispose così a chi gli disse che un uomo non era diventato migliore partendosene via da tutto:

“Certo che non divenne migliore: era andato via con sé stesso”.

Ovunque andiamo non possiamo certo sfuggire a noi stessi. Solo quando liberiamo il nostro cuore da qualsiasi peso, problema o obbligo siamo liberi di decidere se vivere da soli o no; se stare o partire per un viaggio verso una nuova vita.

L’egoismo e la vigliaccheria vanno sempre condannati.