Putin, Trump, Salvini (e Di Maio). Note sparse

Salvini Di Maio Putin
Vladimir Putin, ex militare ed ex KGB, presidente della Federazione Russa dal 2012, è un grande burattinaio? (credits)

Vladimir Putin dice che vuole aiutare l’Italia, ma è un’economia più piccola della nostra. È dunque irrilevante quello che può fare Putin. Ma può dare un’idea a Trump. Cerchiamo di capire meglio.

Contro i poteri forti (o a favore?)

Salvini e Di Maio non fanno che ripetere che sono contro i poteri forti ma si affidano, pare, ai poteri forti. Vediamo.

L’America di Trump è fortissima, economicamente e militarmente (e non ama che gli Europei siano forti, ricchi e qualsiasi salsa li tenga insieme).

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Un gioco pericoloso? (Credits)

La Russia di Putin è molto debole economicamente, detesta la Nato e non vuole un’Europa forte, in qualsia salsa e legame essa stia. Ma, come gli USA, è fortissima militarmente e i suoi servizi segreti non scherzano (si sono bevuti, come dicono, quelli americani? 😲)

La Francia, l’Italia e l’eredità di Roma

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Moda francese stile impero. Courtesy of http://www.metmuseum.org

 

L’eredità di Roma è più grande di quanto pensiamo – lingua, letteratura, diritto, sistemi di governo, architettura, ingegneria, medicina, sport, arte ecc. – e l’Impero romano è stato un potente mito nel corso dei secoli.

Dopo la caduta, nel 476 d.C., dell’Impero romano d’Occidente il Sacro Romano Impero prese a risorgere quando nell’800 d.C. Papa Leone III incoronò a Roma Carlo Magno “Imperatore e Augusto dei Romani” (Augustus Imperator Romanorum gubernans Imperium).

Tale risorto impero, prima franco, poi germanico e infine austriaco (dissoltosi solo nel 1806) si considerava l’erede della “Prima Roma” (l’Impero romano originale), mentre l’ellenizzato Impero romano d’Oriente, con capitale Bisanzio, era chiamato la “Seconda Roma” e durò molto più a lungo dell’Impero romano d’Occidente.

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Quando nel 1453 d.C. anche la “Seconda Roma” cadde sotto i colpi degli Ottomani il conquistatore Maometto II pensò di continuare il potere (e l’idea) di Roma e cercò di “unificare l’Impero”, sebbene la sua marcia verso l’Italia venne arrestata nel 1480 dagli eserciti del Papa e di Napoli. Dunque persino i Turchi cercarono di ricostituire l’Impero di Roma.

Caduta la “Seconda Roma” qualcuno cominciò a considerare Mosca come la “Terza Roma”, dal momento che gli zar russi si sentivano gli eredi della tradizione cristiana ortodossa dell’Impero romano d’Oriente.

[Ricordiamo altresì che i sovrani dei due grandi imperi continentali dissoltisi con la prima guerra mondiale, l’impero tedesco e quello russo, portavano rispettivamente il nome di Kaiser e Tsar, cioè “Cesare” nelle loro lingue]

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Caspita, ma quanti eredi di Roma! Sembra un gioco storico bislacco.

Non lo è.

Vediamo se altre nazioni hanno rivendicato l’eredità di Roma.

 

I Vittoriani, gli Italiani e gli Stati Uniti

I britannici vittoriani, ad esempio, si sono sempre sentiti i successori spirituali dei Romani.

Un magnifico articolo sul Victorianist approfondisce il legame tra i vittoriani e l’antica Roma, con numerose note che costituiscono una buona bibliografia sull’argomento. Vi si cita, tra l’altro, Henry John Newbolt (poeta e politico inglese, 1862 – 1938) che a proposito della sua personale esperienza nelle scuole vittoriane del tempo scrisse:

“Vi era un canone romano, particolarmente adatto ai bisogni dello scolaro inglese […] che richiedeva a noi […] le virtù di leadership, coraggio e indipendenza; il sacrificio di interessi egoistici all’ideale della fratellanza e al futuro della razza. […] [In breve,] al fine di impersonare l’Uomo Oraziano nel mondo, il gentiluomo [doveva ispirarsi] allo stile alto romano che faceva dello stoicismo un’arte raffinata, quasi una religione”.

Anche i patrioti italiani risorgimentali che unificarono l’Italia si ispirarono a Roma. Per non parlare del dittatore italiano Benito Mussolini.

Sia i patrioti italiani che i fascisti si sentivano in sostanza gli eredi dell’antica Roma e i creatori (ancora!) di una “Terza Roma”: dopo la capitale del mondo pagano e dopo la capitale del cattolicesimo Roma doveva essere la capitale di un Nuovo Mondo.

Un’idea sproporzionata, non c’è dubbio.

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E gli Americani? Beh, gli Americani trovano spesso somiglianze tra la loro super-potenza e la super-potenza del mondo antico: basta digitare su Google America new Rome per ottenere una lista interessante di risultati. La Costituzione Americana del resto si ispirò alla Repubblica antico-romana (nota 1), gli edifici del governo a Washington vennero eretti in stile neo-romano ecc.

[Curioso il caso di George Washington che, come Cincinnato, lasciò il potere per tornare ad occuparsi della sua fattoria. Qui sotto lo scultore Horatio Greenough lo ritrae nel 1840 quasi come un dio romano]

Washington

 

Oggi parleremo però della Francia (omettendo la Spagna per motivi di brevità).

Ha la Francia mai rivendicato l’eredità di Roma?

 

Il primo impero francese

La Francia ha assorbito molti elementi da Roma a seguito della conquista della Gallia da parte di Giulio Cesare: lingua, abitudini alimentari, comportamenti, geni, tecnologie e un atteggiamento estetico di fondo, tra le altre cose.

Abbiamo già parlato di Carlo Magno e della (ri)nascita del Sacro Romano Impero d’Occidente (che irritò l’Impero romano d’Oriente ancora in vita). Ci sono anche indizi importanti come le somiglianze tra la Legione straniera francese e le legioni romane per quel che riguarda l’addestramento, le abitudini di combattimento, la gestione del territorio (costruzione di strade ecc.) e così via.

Più significativa però è la tradizione statale di Roma che secondo numerosi studiosi venne conservata nel centralismo monarchico francese (nota 2) e nello spirito nazionale statale del popolo francese.

La persona che consolidò tale statalismo e centralismo (poi proseguito imperterrito nei secoli) fu Luigi XIV (1638 – 1715: “l’Etat c’est moi!”), uno dei re più grandi di sempre. Chiamato Re Sole (le Roi Soleil) venne associato ad Apollo Helios, il dio greco-romano del Sole (e il culto principale del tardo Impero romano). Le Roi Soleil incoraggiò tra l’altro anche il classicismo nelle arti e Voltaire lo paragonò all’imperatore romano Augusto.

Altri grandi personaggi come Napoleone Bonaparte portano tracce dell’eredità romana.

Napoleone si ispirò inizialmente alla Repubblica romana diventando primo console della Repubblica francese. Quindi il 2 dicembre 1804 ricevette la corona da Papa Pio VII (a Parigi, questa volta, e non a Roma come ne caso di Carlo Magno) e divenne Imperatore del popolo francese incoraggiando uno stile imperiale classico (neoclassico) nell’architettura, nelle arti decorative, nei mobili e persino negli abiti femminili ispirati alle tuniche della Grecia antica portate come allora liberamente senza busti e steccati, uno stile presto popolare nella maggior parte dell’Europa e delle sue colonie anche dopo la caduta di Bonaparte.

Scrive Il Costume e la moda:

"La vita fu portata sotto al seno, la scollatura abbassata, i vestiti alla greca chiamati "alla Flora", "alla Diana", all'Onfale" erano talmente sottili che non c'era posto per le tasche e si dovette inventare una borsetta a sacchetto, detta alla latina reticule. I piedi erano calzati da coturni, le teste acconciate alla greca e fasciate da bende ricamate, il corpo così esibito esaltava la giovinezza e la bellezza delle forme, certamente ispirandosi alla statuaria greca del periodo classico.

Napoleone Bonaparte [...] finanziò il Journal des Dames et des Modes, un periodico che conteneva numerose tavole illustrate e che contribuì alla diffusione del gusto".

 

Erede di Roma

Napoleone si identificava con Giulio Cesare, ne studiava continuamente le opere e riuscì a diventare uno dei più grandi generali di sempre, assieme a Cesare e ad Alessandro Magno.

Molti intellettuali francesi hanno sempre guardato all’eredità di Roma. Nell’Histoire d’un crime Victor Hugo (1802 – 1885) scrisse:

“Ogni uomo di cuore ha due patrie in questo secolo: la Roma del passato e la Parigi di oggi”.

Quest’antica patria associata a quella moderna presuppone che la Francia sia in effetti l’erede di Roma.

 

Francesi e Italiani. Chi invidia chi?

Andando un poco fuori tema e spostando l’attenzione sul rapporto tra italiani e francesi si può cercare di indagare, perché no, il tema dell’invidia tra i due paesi.

Scrive Antonio Gramsci nel Quaderno 28:

La Francia rappresentò un mito per la democrazia italiana, la trasfigurazione in un modello straniero di ciò che la democrazia italiana non era mai riuscita a fare [...] La Francia era la Rivoluzione francese [...] era la partecipazione delle masse popolari alla vita politica e statale, era l’esistenza di forti correnti d’opinione, la sprovincializzazione dei partiti, il decoro dell’attività parlamentare ecc., cose che non esistevano in Italia [...] Ma non era francofilia nel senso tecnico e politico: anzi c’era, proprio in questi democratici, molta invidia per la Francia [...]

Aggiungerei più semplicemente che anche i nostri cugini francesi provano invidia quando considerano la ricchezza storica italiana, la bellezza delle nostre città ecc. Un’invidia che emerge ogni volta che facciamo qualcosa meglio: col calcio, la Ferrari, la diffusione mondiale della nostra cucina e moda e così via.

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Facciamoci però un favore. Siamo onesti.

Se i francesi ci invidiano, noi li invidiamo di più.

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Note.

(1) Sull’influenza che gli antichi Greci e Romani ebbero sui Padri fondatori della Repubblica americana:
Carl J. Richard, The Founders and the Classics: Greece, Rome, and the American Enlightenment.
Carl J. Richard, Greeks & Romans Bearing Gifts: How the Ancients Inspired the Founding Fathers.

(2) Un interessante articolo del New York Times del 14 febbraio del 1864 in cui si parla dell’eccessiva centralizzazione dello Stato Francese e se ne tracciano la origini. La cosa colpiva molto gli Americani che vivevano e vivono in uno stato decentrato federale fin dagli inizi della Repubblica americana. Ne traduciamo un brano:

La centralizzazione è il potere onnipresente dello Stato che con la scusa di un’eccessiva preoccupazione per il benessere dell’individuo lo spoglia d’ogni responsabilità municipale e lo riduce alla condizione d’automa che vive si muove e conduce la propria vita semplicemente come la vuole l’autorità sovrana.

È difficile per un americano di qui concepire quanto possa essere castrante e demoralizzante il sistema in vigore in Francia. Quando Luigi XIV esclamò “L’etat, c’est moi” esistevano ancora i parlamenti francesi delle province; e sebbene la Monarchia fosse dispotica la gente possedeva alcuni privilegi corporativi. Ma oggi, a metà del XIX secolo e sotto l’imperialismo democratico dei Buonaparte, come stanno le cose? Per quale ragione non c’è in Francia un prefetto dipartimentale o municipale che non sia indicato dall’Esecutivo; non c’è un sindaco in tutto l’Impero, dai quaranta sindaci delle metropoli al più umile sindaco della più oscura comunità, che non sia un candidato dell’Esecutivo; e non c’è un maestro di villaggio dalla Manica ai Pirenei che non sia nominato dall’Esecutivo […]

L’Occidente è l’eredità dell’Europa, nel bene e nel male

Ma cosa rimane dell’Occidente. È finito, come teme Joschka Fischer?

Wolfgang Schäuble: «L’Occidente è l’eredità dell’Europa, anche nel senso cattivo. Abbiamo più responsabilità in Africa di qualunque altro continente. Noi siamo l’illuminismo, i diritti umani, la rivoluzione francese e americana, la libertà, la democrazia, lo Stato di diritto e ora anche la sostenibilità ecologica e la coesione sociale. La maggior parte delle persone nel mondo, Cina compresa, vorrebbero vivere secondo valori occidentali. E anche questo rende altri nervosi. Perché dovremmo pensare che questo non significhi più nulla? Certo quello che succede in America mi preoccupa. Gli USA sono un grande paese e noi dobbiamo rispettarli. Ma dopo settant’anni dalla fine della guerra, l’Europa finalmente deve assumersi maggiori responsabilità».

[Brano tratto da un’intervista, apparsa oggi sul Corriere, al cosiddetto “falco” dell’Europa Wolfgang Schäuble, ex ministro delle finanze tedesco e principale bersaglio di chi ha dovuto subire il “rigore” di Bruxelles]

 

Un’Europa senza Italia è inconcepibile

All’inizio dell’intervista Schäuble parla dell’Italia.

«L’Italia è un grande Paese. Per secoli è stata il sogno dei tedeschi. L’Europa, la democrazia e la storia europee senza Italia non sono concepibili. Anche la Germania è un paese meraviglioso, ma io non voglio alcuna Europa che consista solo nella Germania. E comunque anche noi abbiamo molte diversità: Monaco è molto italiana, tutt’altra cosa da Kiel. Devo rispettare come gli italiani votano e decidono e con quelli che eleggono dobbiamo cooperare il meglio, il più strettamente e il più costruttivamente possibile. Questo vale per ogni Paese. E questa è anche la posizione della cancelliera. Dopo la formazione del governo in Italia, che fra l’altro è durata meno di quella tedesca, Angela Merkel ha invitato il presidente Conte e ha detto che bisogna discutere sulle diversità di vedute e sui vari problemi. Sono fiducioso. Italia ha diversità, charme e creatività. Ampie regioni italiane sono economicamente dinamiche e forti. Nella globalizzazione, la pressione è più forte e la sfida molto grande. Ma poiché non possiamo immaginarci – né per il passato, né per il presente, né per il futuro – un’Europa senza l’Italia, risolveremo i problemi insieme».

 

 

Creatività e relax

Nel romanzo Deception Point (La verità del ghiaccio) Dan Brown descrive la redazione della ABC News, “at a fever pitch 24 hours a day”, cioè colta da spasmo febbrile 24 ore al giorno. All’arrivo poi di una notizia superimportante si va anche ben oltre questo stato già parossistico: “redattori con occhi stralunati strillano l’un l’altro a voce altissima al di sopra degli scomparti divisori …”

Poi Dan Brown parla di un’altra ala dell’ufficio le cui stanze protette da spessi vetri isolanti sono consacrate ai decision makers, cioè a chi deve prendere decisioni importanti e ha quindi bisogno di quiete per riflettere.

In effetti per ideare veramente c’è bisogno di quiete e calma. Mi ricordo un’agenzia pubblicitaria ad alto livello dove alla fine degli anni 80 creativi superpagati si aggiravano in accappatoio o prendevano il sole in un’elegante terrazza con vista superba sulla Roma dei Parioli.

Inizialmente sconcertato mi resi poi conto che in effetti le idee si manifestano meglio così poiché, come è stato osservato, esse si presentano spesso all’improvviso, quando siamo rilassati e non quando ci sforziamo di concepirle (ed è vero anche quando cerchiamo di ricordare qualcosa: più ci sforziamo e meno ce la ricordiamo).

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Cfr. anche la meditazione buddista (o la meditazione tout court) e la sua efficacia sulla creatività e la salute psico-fisica.

Cfr. anche la genesi della scoperta scientifica, tanto dibattuta nei paesi di lingua inglese. In Gran Bretagna si è parlato della “legge delle tre B”: Bed, Bath, Bus, cioè di quelle situazioni (il letto, il bagno e l’autobus) in cui la mente vaga libera e le illuminazioni sono favorite.

Evidentemente gli autobus britannici sono molto più rilassanti di quelli romani.

Adolescenza nei primi anni Sessanta (2)

La vita che conducevamo a Roma in quei primi anni ’60 era invece più costretta fisicamente e più dispersiva socialmente, e le difficoltà che ci trovavamo ad affrontare erano quelle dell’adolescenza in un ambiente, come quello dei Parioli, più vasto, snob, competitivo e privo di ogni senso di solidarietà.

C’era la scuola, il ginnasio, con lo studio e la paura delle interrogazioni. La professoressa Testi, di lettere, era molto brava, le sue lezioni di letteratura erano stimolanti ma aveva un metodo terroristico e severissimo, per non parlare dell’incubo rappresentato dalla Barberio, la terribile professoressa siciliana di matematica che popolerà i miei sogni per anni.

C’era il rapporto con l’altro sesso che aveva assunto dimensioni nuove e inquietanti, creando passioni non facili da controllare, con tempeste ormonali sconquassanti. C’erano le grandi amicizie scandite da telefonate lunghissime che bloccavano il telefono di famiglia.

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Erano gli anni di John Kennedy, che assieme alla bella moglie Jaqueline e ai due bellissimi figli aveva conquistato tutti con una ventata di gioventù e di idealismo che sembrava rinfrescare il mondo politico, che nella nostra immaturità percepivamo come noioso e raffermo.

Erano gli anni di Marylin, così splendida e bionda, così prosperosa e meravigliosamente fragile, il mio ideale di donna assieme all’attrice Kim Novak, tanto materna e generosa quanto invece Marylin sembrava vulnerabile e bisognosa di protezione. Erano queste alcune delle immagini femminili che popolavano i nostri primi sogni d’amore.

Il 22 novembre 1963, due mesi dopo quell’estate passata ad Arezzo, Kennedy viene assassinato a Dallas, nel Texas, un evento spaventoso che vivremo in Tv e su cui svolgerò il tema all’esame di 5a ginnasio il giugno dell’anno successivo. Il mio tema fu molto superficiale, a ripensarci, e denotava la mia totale immaturità e scarsissima conoscenza del mondo contemporaneo. “Per fortuna scrivi in modo scorrevole” mi disse in sede d’esame orale la Testi, con malcelata delusione.

Era l’epoca, più banalmente parlando, del locale King, uno stanzone non bello costituito da un grande spazio disadorno con vari giochi come il tennis da tavolo e i biliardi. Era là che ci scatenavamo con Stefano M. al ping pong. Il King si trovava in via Tagliamento, non lontano dal vecchio cinema in disuso dove di lì a poco sarebbe nato il Piper, un locale che trasformerà il modo di vivere la musica da parte dei giovani di Roma e di tutta Italia.

L’amicizia con Stefano data dal 1962-63, anche se ci conoscevamo dalla prima elementare. Fu in quegli anni che scoprii quanto valeva e mi ricordo che passavamo ore ed ore al telefono a parlare, gli argomenti che spaziavano su tutto e non si esaurivano mai (si esaurivano prima i rispettivi familiari).

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Vivevamo le prime feste e i primi balli. Il twist regnava, ma c’erano anche l’Hully Gully, il Madison e naturalmente il ballo della mattonella, l’occasione offerta a noi un poco imbranati di entrare in una certa intimità con le ragazze.

Grandi “lenti” dell’epoca furono “Il cielo in una stanza” di Gino Paoli, cantato splendidamente da Mina nel 1960. Nel 1963 Mina si innamorò dell’attore Corrado Pani dal quale ebbe un figlio al di fuori del matrimonio. La vicenda fece grande impressione in quegli anni e ammantò la cantante d’un alone peccaminoso che oggi farebbe semplicemente sorridere. Per questo motivo Mina venne bandita dalla RAI e poté tornarvi solamente qualche anno dopo.

Un altro lento molto bello di quell’anno, credo, fu “Io che amo solo te” di Sergio Endrigo, che ebbe meno successo di altre canzoni di allora perché Tenco, Paoli ed Endrigo erano cantautori d’élite, anche se di altissima qualità. Un impatto più popolare ebbe invece, sempre del 1963, “Tous les garçons et le filles de mon age” di Françoise Hardy”, francese allampanata dai capelli dritti verticali, non brutta. Sempre francese, ma dell’anno precedente, il 1962, la bellissima canzone di Richard Anthony “J’entends siffler le train” che ci regalò i lenti più romantici e le sensazioni più struggenti.

J’ai pensé qu’il valait mieux
nous quitter sans un adieu
je n’aurais pas eu le coeur de te revoir
mais j’entends siffler le train
et j’entends siffler le train
que c’est triste un train qui siffle dans le soir….

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A 15 anni ero molto timido con l’altro sesso. Ricordo vivamente come alle feste mi precipitavo ad invitare le ragazze che mi piacevano non appena sentivo le piccole note di introduzione suonate alla chitarra di “J’entends siffler le train”, che arrivava grazie a Dio dopo una lunga serie di balli frenetici che mi escludevano perché non osavo tuffarmici.

Mi ricordo un mitico lento-pomiciata con una ragazza della classe interamente femminile della scuola, come noi ahimé eravamo una classe unicamente maschile, le uniche classi non miste all’interno del ****, esperimento sciagurato di un preside dalla mente non brillante. Di quella ragazza non ricordo nemmeno il nome, e pensare che fu il mio primo successo, se così si può chiamare un breve sorso d’acqua durante una lunga traversata nel deserto della sfiga, che per fortuna avrà fine con l’incontro di non poche oasi, dall’epoca in cui suonammo al Piper in poi.

Il ballo della mattonella era un ballo molto intimo, in cui il ragazzo poteva abbracciare completamente la ragazza e la coppia restava quasi ferma ruotando lentissimamente quasi senza allontanarsi, appunto, dalla mattonella di partenza. Se la ragazza accettava di ballare era quasi fatta poiché le canzoni “lente” erano romanticissime e lei era ben consapevole che la situazione in cui andava a cacciarsi era aperta a ogni avance, con la musica seducente e i corpi che si toccavano.

Quelle più decise però, come mia sorella Maria, riuscivano a farsi abbracciare in modo non stretto grazie ai gomiti con cui scoraggiavano ogni possibile tentativo di avvicinamento. Molti lenti strappalacrime (e sdolcinati) furono anche cantati dagli americani Neil Sedaka e Paul Anka, a volte anche in versione italiana per il mercato del nostro paese.

I balli più veloci invece erano più allegri, come il twist, il ballo preferito in quei primi anni 60 – finché non arrivò lo shake, ma solo più tardi, ai tempi del Piper – e l’Hully Gully, di cui un esempio di grande successo fu la canzone “I Watussi” di Edoardo Vianello, sempre credo del ’63 e la quale, in tutta la sua purezza letteraria, recitava così:

“Nel continente nero, paraponzi ponzi po,
alle falde del Kilimangiaro, paraponzi ponzi po,
ci sta un popolo di negri che ha inventato tanti balli,
il più famoso è l’Hully-Gully, Hully-Gully, Hully-Guuuu……..

Siamo i Watussi, siamo i Watussi, gli altissimi negri!
Ogni tre passi, ogni tre passi, facciamo sei metri!”

(Il termine “nero” non esisteva ancora, e “negro” non era necessariamente un termine dispregiativo).

Altre canzoni bellissime di quegli anni le cantarono Rita Pavone (“Come te non c’è nessuno“, altro bel lento), Peppino di Capri, in particolare “Nessuno al mondo” (lento favoloso) e “Roberta” (anzi, a esser precisi, Roberta-a, perché Peppino di Capri si era costruito uno stile molto personale stirando le vocali in modo caratteristico).

“lo sai,
non e’ vero,
che non ti vo-o-glio più
lo so,
non mi credi,
non ha-a-i fiducia in me
Roberta-a, ascolta-a-mi,
rito-o-rna ancor ti pregooo…”

Le canzoni italiane ci facevano vibrare nell’intimo, toccando le corde della nostra identità di adolescenti italiani, ma personalmente trovavo quelle straniere esotiche, travolgenti e, come arrangiamento musicale, decisamente superiori, il che in definitiva me le faceva preferire. Come non essere trascinati dalla voce nera e granitica di Chubby Checker, che invitava tutti a ballare il twist declamando:

“Come on everybody, clap your hands, now you´re looking good, I´m gonna sing my song, and you won´t take long, we gotta do the twist and it goes like this”:

E qui l’esplosione cinetica contagiosa:

“TWIST AGAIN, LIKE WE DID LAST SUMMER
COME ON, LET’S TWIST AGAIN
LIKE WE DID LAST YEAR!”

(1962, Chubby Checker)

Le parole inglesi o francesi non le capivamo un gran che, ma le intuivamo, il che ci bastava.

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Apache” degli Shadows destava in me interessi particolari e sempre nella mia memoria il brano sarà legato alla sala del ping pong della nostra casa nella campagna d’Arezzo. Lì, sul tavolo di pietra al centro della stanza avevamo collocato il giradischi Lesa che creava la sontuosa colonna sonora dei nostri interminabili ed emozionanti tornei di ping pong. “Apache” era una canzone esclusivamente strumentale, con chitarre suonate stupendamente bene, una solista e una ritmica, e una magnifica batteria che imitava i tamburi indiani, il che era per me eccitante, innamorato com’ero della musica in generale e della chitarra in particolare. Inoltre richiamava un’altra delle passioni di noi “maschi” di allora: i film western.

In quegli anni uscirono tra i migliori film western americani di tutti i tempi, che per Gianvincenzo e per me definivano un modello maschile, quello del Cow Boy, forse un po’ macho ma di poche parole e vero eroe (John Wayne), che è veramente poco dire che ci affascinava. Gianvincenzo ed io vedemmo ad Arezzo lo straordinario “Per un dollaro d’onore“, con John Wayne e Dean Martin, una pellicola del 1959 che forse andammo a vedere uno o due anni dopo, non saprei. Di un pistolero molto giovane, in cui naturalmente ci identificavamo, John Wayne diceva le fatidiche parole che passarono nei nostri annali:

“E’ talmente in gamba che non ha bisogno di dimostrarlo”.

Vedemmo insieme anche “I magnifici 7“, del 1960, altro film grandioso, in cui la figura dell’eroe viene riproposta in 7 sfumature diverse ma tutte convergenti nell’ideale dell’uomo in gamba, laconico, del duro e puro eroe del West, di cui gli spaghetti-western degli anni successivi proporranno solo un’imitazione per noi macchiettistica proprio perché mancante delle caratteristiche essenziali del “vero valore”: la compostezza e la sobrietà del duro americano.

Proprio nel 1963 uscì anche “La Grande Fuga“, che non era un western ma che ci offriva altre figure di eroi tra cui Steve McQuinn, uno degli attori resi famosi dai “Magnifici 7” (vi erano Charles Bronson e altri) e che maggiormente ci aveva colpito. Steve McQuinn recitava la parte di un prigioniero dei nazisti che non si piega e che assieme ad altre figure indomite organizza una gigantesca fuga di massa da un campo di concentramento tedesco. Steve fugge con una grande moto che guida alla grande, il che ai nostri occhi ne aumentava potentemente il fascino.

 

Soli nella zattera con onde più grandi di noi?

Ed Dorrell, giornalista britannico, scrisse poco prima del referendum sulla Brexit un articolo per l’Independent in cui spiegava i suoi motivi per votare contro il distacco dall’Unione Europea. Le sue riflessioni mi sembrano valide soprattutto oggi, in un momento in cui la Gran Bretagna si appresta ad affrontare il mondo con le sole sue forze (e qualcuno in Italia, Francia e altrove – i cosiddetti sovranisti – pensa di poter fare lo stesso).

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“Ero, fino a poco tempo fa, un euroscettico. Perché la Gran Bretagna non poteva fiorire da sola come bastione di medio calibro della democrazia liberale e della crescita in un libero mercato?

Come versione non noiosa della Svizzera trapiantata sul nostro arcipelago nord-atlantico, forse. Il nostro soft power – musica, televisione, film, la letteratura, i giornali e i media – avrebbe esteso la nostra influenza in tutto il mondo. Saremmo sbocciati, liberi dai vincoli dell’Europa, delle sue economie stanche e con legislazioni del lavoro scricchiolanti.

Ma poi, due anni fa, sono andato in viaggio d’affari in Qatar, nel Medio Oriente.
In uno dei pochi bar di quella città-stato, alle due del mattino, mi sono guardato intorno e ho visto il futuro. Era come una cartolina del mondo globalizzato, a cui non fregava un bel niente della Gran Bretagna.

Se in quel bar notavo qua e là uno sparuto gruppo di espatriati europei, la maggior parte degli avventori proveniva dalle nuove potenze globali: cinesi, indiani, arabi e russi. Non ascoltavano musica britannica o statunitense, bensì ritmi africani e pop sudamericano.
Nel futuro globalizzato il ‘soft power’ della Gran Bretagna sarà come sparare ad una pantera con la cerbottana.

Queste nuove potenze non sono le democrazie liberali come le conosciamo. Nelle enormi distese del mondo gli ideali della nostra cultura liberale sono in ritirata. I concetti dello stato di diritto, della libertà di stampa, dei diritti umani e delle libertà civili sono in declino.
Basta guardare Turchia, Russia, Brasile, Sudafrica. Senza considerare il totale disprezzo cinese per la democrazia e per gran parte degli ideali che ci stanno a cuore. O, diciamolo pure, la politica di Donald Trump.

L’Unione Europea non è ideale, ma quale governo democratico lo è? Con le nuove realtà della globalizzazione dobbiamo stare nella giusta squadra. Dobbiamo tenerci stretti i partner con cui abbiamo più elementi in comune”.

I cugini separati dalla volontà di potenza

Mi piace catturare piccole conversazioni sul web, come questa, sul Guardian, tra un francese, Frenchiz, e altri due lettori del giornale, Albi88 e Thisman.

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Frenchiz. L’Italia non è mai stata una grande potenza purtroppo (l’Italia non è la Roma antica, per essere chiari su questo punto). La verità è che gli italiani non hanno una cultura imperiale come la nostra. Napoleone ha creato questo paese incollando diverse repubbliche e ducati, ma non vi ha instillato l’idea imperiale di sentirsi superiori al resto del mondo, come ce l’hanno i britannici, i francesi, i tedeschi, gli americani o anche i giapponesi. Le grandi potenze sono arroganti per natura … non l’Italia e questo è il motivo per cui difficilmente tornerà ad essere una grande potenza.

Albi88. Sono d’accordo sulla mancanza d’un sentimento imperialista nella popolazione italiana, ma tieni conto che l’Italia non fu unita da Napoleone […]. L’Italia raggiunse l’unificazione grazie all’esercito del regno di Sardegna nel 1860-1861 e con l’aiuto dell’esercito francese e della spedizione di Garibaldi in Sicilia e a Napoli.

Thisman. Mi chiedo come mai un galletto sia così felice di mostrare la sua pomposa autostima denigrando gli altri paesi con fatti storici assurdi e privi di senso dell’umorismo. Ti piace fare l’amico potente? Ti fa sentir bene? Ammiro gli italiani sempre pronti a prendere in giro se stessi a differenza di molti francesi.

Frenchiz. In che cosa ti ho denigrato? Le persone che amiamo di più sono gli italiani. Chiedilo ai francesi (aspetta … non quando giochiamo una partita di calcio). Ci sentiamo loro cugini e loro ci chiamano cugini. Condividiamo la stessa cultura e la cultura italiana è lodata in Francia. Sono come qualsiasi altro francese, sento che i nostri vicini italiani sono nostri fratelli. Detto questo, ho voluto spiegare perché l’Italia non è emersa come grande potenza. Questo è un problema per noi francesi perché, come ho detto in un altro commento, abbiamo bisogno di loro per costruire una Pax Europea che abbia 3 teste: Germania, Francia e Italia. Questo blocco di 3 paesi avrebbe un PIL enorme, che permetterebbe di contrastare gli Stati Uniti, la Russia e la Cina e creare un nuovo equilibrio di potere nel mondo. Così li esorto a considerare sé stessi per quello che sono: una superpotenza culturale come noi.

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Riflessione personale. Amo moltissimo i francesi, mi sento loro cugino (a casa di mio padre si parlava italiano e francese) e ogni dichiarazione d’amore da parte di un francese non mi lascia indifferente. A volte però il senso di sé che hanno i francesi può generare qualche problema, a livello individuale e collettivo. Per esempio, ha generato dei problemi nel processo di integrazione europea.

Ora, se non amo le idee “imperiali” da buon italiano (direbbe Frenchiz), penso che la UE, nonostante i suoi difetti, sia l’unica soluzione che abbiamo per non venire travolti, in un futuro nemmeno lontano, da entità molto più grandi di noi. Che a questo giovi un direttorio a tre non mi pare, non sarebbe giusto e creerebbe dei risentimenti (negli spagnoli, per esempio, dotati anch’essi di un forte senso nazionale, o negli europei dell’est).

Frenchiz non spiega in modo esplicito perché gli italiani non hanno sviluppato un atteggiamento imperiale. Io credo che ciò sia dovuto a più fattori, non ultimo dei quali: l’aver mancato l’unificazione durante il Rinascimento, per cui, invasi dagli stranieri, non siamo potuti diventare una grande potenza, come invece è successo agli inglesi, ai francesi (e agli spagnoli), il cui grande successo, nella fase della grande espansione europea nel mondo, ha nutrito il forte senso di sé di cui dicevamo.

Ciò vale anche per gli americani i quali, grazie al loro successo in epoche successive, parlano spesso di eccezionalismo americano (a volte, ma non solo, anche in senso sciovinistico).

La Germania è un caso a parte. E il Giappone pure.

Italiani, gente aliena

Il turista americano imbrogliato dal tassista napoletano sbotta:

“Ci ha fatto pagare dieci volte il prezzo della corsa e aveva pure le immagini della Madonna sul cruscotto ! E’ disgustoso!”

Ci sono altri esempi di “incomprensione”.

Quando gli emigrati italiani affluirono negli Stati Uniti alla fine dell’800 e cominciarono a celebrare i propri santi con feste all’aria aperta, gli irlandesi e i polacchi, anch’essi cattolici, rimasero inorriditi. La Chiesa cattolica americana, allora in mano agli irlandesi, criticò aspramente simili devozioni non trovandovi alcuna profonda meditazione sui ‘principi’ del cristianesimo e percependole come dei ‘carnevali’ (e in realtà erano anche questo).

E’ quanto sostiene Robert A. Orsi (115th street: Italian Harlem 1880-1950) che descrive la processione della Madonna del Monte Carmelo come sì religiosa ma che comportava anche un sacco di baldoria: la gente beveva, mangiava e persino flirtava non lontano dalla statua.

“Gli aspetti più caratteristici e sensuali della festa della madonna del Monte Carmelo – continua Orsi – erano l’odore e il gusto del cibo. Nelle case, nelle strade e nei ristoranti la festa di Nostra Signora del Monte Carmelo aveva un suo odore … pranzi abbondanti erano cucinati nelle case […] ma era per la strada che il cibo veniva maggiormente consumato …. torte invitanti ripiene di pomodoro, peperoncino e aglio, ciotole di pasta, frutta secca, caramelle al torrone, uva, dolci colorati, ciambelle che scintillavano alla luce …. si beveva birra e vino, e le persone provenienti dai quartieri alti di New York assistevano al divertimento delle classi inferiori e ne restavano inorridite”.

“A Little Italy, Montreal, Canada – scrisse Paul, un blogger canadese – dalla statua di Sant’Antonio che avanzava per le strade pendevano fili che terminavano con un ago. Mentre il baldacchino avanzava tra la folla la gente infilava dollari negli aghi, biglietti da 5 dollari e anche più, e offriva monete da 1 e 2 dollari. Quando il Santo arrivava alla chiesa i fili erano zeppi di dollari, parecchie migliaia.
Poi tutti si precipitavano nei bar e nelle trattorie.” (1)

Un’irlandese, Geraldine, commentò così un mio post sui riti religiosi all’aria aperta degli italiani d’America:

“I Celti non vivono cerimonie del genere […] La mia formazione deriva dall’Ordine Domenicano dove ho imparato a contemplare le sofferenze di Cristo. Anche questo è bello. […] Pregare, per me, significa avvolgere bende bianche intorno alle sue ferite. Così è, ed è sempre stato, qualcosa di doloroso. A mio parere, gli italiani vivono la religione come le nozze di Cana. La pagana in me mi dice di rinascere italiana”.

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Ho sempre pensato che una differenza tra gli italiani e i popoli del nord Europa (l’America e il Canada hanno avuto un imprinting nord-europeo) consista nel fatto che quando vinse il Cristianesimo, nel IV secolo d.C., gli italiani si trovavano già alle spalle mille anni di civiltà e di religione politeista assai complesse, ricche, mentre i popoli del nord Europa furono inseriti in un flusso di civilizzazione articolata solo grazie al cristianesimo stesso, in larga misura, o assieme al cristianesimo.

Ciò rende loro più profondamente cristiani e noi invece ancora in parte pre-cristiani e superficiali nella fede cristiana (di superficialità religiosa italiana parla per es. Antonio Gramsci nel Quaderno IV).
Il nostro senso morale, almeno nelle parti più tradizionali del paese, sarebbe dunque fuori da ogni canone moderno, alieno, insomma, in certi casi (2).

Forse per questo il fenomeno mafioso risultò così incomprensibile nel Nuovo Mondo. Quando i primi mafiosi cominciarono ad operare negli Stati Uniti gli americani si trovarono di fronte a un’umanità inedita [sostiene Roberto Olla, Padrini], un misto di moralità e immoralità che produceva persone capaci di commettere le peggiori atrocità ma che, allo stesso tempo, avevano rispetto per la religione; persone in grado di pianificare un massacro ma che poi nella vita di tutti i giorni difendevano i buoni principi e le sane tradizioni.

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Ecco che torniamo al tassista napoletano, che certo non era un mafioso né un criminale, ma il cui comportamento era assurdo per il turista: aveva i santini cristiani ma l’aveva fregato sul prezzo della corsa!

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(1) E’ interessante confrontare le feste italiane dei vari santi con le festività romane e con le pompae, o processioni, degli antichi romani.
(2) Del resto è noto che spesso i protestanti considerano i cattolici superstiziosi e idolatri.
(3) Cfr. altri post (1, 2, 3 e altri) di The Notebook su temi simili.

Dobbiamo perdonare? Discussione tra cattolici e protestanti (2)

In un brano (2010) del mio vecchio blog in inglese, qui tradotto, parlai della difficoltà di molti protestanti a perdonare. Ne nacque un’accesa discussione tra inglesi e americani, di origine sia cattolica che protestante, di cui riporto qui alcuni frammenti anch’essi tradotti.

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CaesarS [cattolico britannico] Sono un cattolico praticante, almeno nel senso che vado in chiesa la Domenica e dico le preghiere. Qui in Gran Bretagna chi è cattolico è considerato come una specie di stregone che pratica l’Hocus Pocus. Alla base credo ci sia l’incapacità di molti britannici protestanti di perdonare, l’incapacità di comprendere il perdono; li senti ancora parlare dei francesi come dei nemici!

Richard [protestante britannico] Mi dispiace che tu pensi questo dei protestanti britannici, CaesarS. Mi hanno sempre insegnato che il perdono e la carità (cioè l’amore) siano il cuore del messaggio cristiano […]

Andreas Kluth [americano di origine bavarese, estrazione cattolica] Tesi molto perspicace, che anche una persona non religiosa (anzi, atea) possa riflettere l’ambiente culturale della religione dominante all’interno dei suoi circoli sociali. Difficile non essere d’accordo.

Il che mi fa pensare a ciò che diceva sempre mio padre quando ero piccolo a Monaco di Baviera, città allora in gran parte cattolica, ma con un folto numero di protestanti, tutti secolari se non atei.

La cultura cattolica in quella parte del mondo ha per lungo tempo significato godersi la vita (cioè peccare), poi confessarsi e sentirsi bene, quindi godersi la vita di nuovo. La cultura protestante è invece tutto un guardarsi dentro, tormentandosi la coscienza e così via, con il chiaro risultato di peccare (cioè godersi la vita) assai di meno.

Rosaria [italo-americana] Questo mi riporta alle mie prime convinzioni. Sono cresciuta in una forma rigida di cattolicesimo e mia madre era sempre lì a ricordarmi i miei doveri. Per fortuna ho vissuto da adulta tra suore liberate, che andavano con coraggio dove nessun uomo era mai giunto prima. Credevano nel perdono e in una forma gioiosa di celebrazione e di vita  […].

Sledpress [americana di ambiente protestante] Nei miei anni di formazione ho conservato poche tracce dei vari filoni della fede cristiana. Quando mi imbattevo in ferventi battisti del sud (la Virginia è nel Sud degli Stati Uniti) mi sentivo obbligata a prenderli in giro come farebbe chi si trova di fronte a qualcino che si arrabbia o fa una scena imbarazzante se si mettono in forse le sue convinzioni sugli UFO, per fare un esempio.

Riconosco in me però dei residui di protestantesimo: “pensa a te, lavora duro, e soprattutto sta sicuro che tutto ciò che va storto è probabilmente colpa tua”. […]
Il perdono? Lo pratico con molta parsimonia, come si fa col whisky di cinquant’anni. La maggior parte delle persone che ti feriscono sanno benissimo ciò che fanno e sperano di farla franca, o si auto-ingannano di essere giustificate e assai raramente si dispiacciono veramente. Lo scusarsi vero e sincero è raro come il bezoario. E così dovrebbe essere il perdono: raro.

CaesarS Il motivo per cui il cattolicesimo è una delle più grandi religioni del mondo è perché offre qualcosa che la maggior parte delle altre religioni non offrono … la speranza. Uno può peccare per 84 anni ma può ancora pentirsi nell’85esimo anno. Quindi sì, ci sono cose terribili che sono successe [abusi sui minori ecc., MoR], ma è solo perché la chiesa è costituita da esseri umani, molti dei quali si sono approfittati della natura indulgente del cattolicesimo. Sicuramente ciò non ha a che fare con la chiesa, ma con gli esseri umani, no?

Sledpress Sembra fantastico solo se non consideri le follie che avvengono adesso a Roma e che coinvolgono la Chiesa che non solo perdona, ma giustifica, sotto la rubrica del perdono, persone che avevano dimostrato la loro propensione a violare bambini che non avevano nessuno a cui rivolgersi.

Quando una fede diventa un’istituzione l’orrore è sempre dietro l’angolo. Non so chi avrebbe le palle per guardare una di quelle persone negli occhi, le persone che sono state stuprate negli orfanotrofi, e dir loro: “Devi imparare a perdonare il ‘servo di Dio’ che ti ha violato e gli altri ‘servi di Dio’ che non gli hanno chiesto il conto”. Non voglio affrontare il tema di questo scandalo, ma è solo un esempio lampante di ciò che intendo. Quando perdono significa dare un OK a qualcuno che non è dispiaciuto affatto, o a qualcuno che ha 85 anni ed è improbabile che abbia ancora molte opportunità di fare del male, questa non è speranza, è racket.

Richard Davvero, sono sopraffatto da tutto ciò, ma …
1. Le origini dell’ “ama il tuo nemico” sono nel Vecchio Testamento.
2. L’influenza della chiesa celtica [forse qui Richard si riferisce al cattolicesimo celtico, MoR] è ancora sentita nelle isole britanniche.
3. I vittoriani non erano i puritani del mito popolare, la stessa regina Vittoria, in primis. Un po’ ipocriti magari, direi.

Ti prego, non buttare il bambino con l’acqua sporca, Sledpress. E’ importante non confondere il messaggio del perdono con chi si professa depositario del perdono. Il perdono non significa necessariamente un tentativo di guadagnare una sorta di superiorità morale. Il ciclo delle recriminazioni e delle vendette deve finire in qualche modo.

Sledpress Non credo in realtà di aver parlato un gran che di recriminazione o vendetta. Voglio solo dire che le persone che mi fanno del male non sono perdonate a meno che non sia straassolutamente certa che provino un vero rammarico e comprendano il danno che hanno causato. Il numero di persone che fanno questo e poi si trasformano pentendosi è incredibilmente piccolo.

Per quanto riguarda gli altri, non ho bisogno di una libbra di carne o qualsiasi altra valuta; essi sono semplicemente invitati ad andare all’inferno senza passare per “Go”, come si dice nel Monopoli. Dire “ti perdono” è una reazione assurda allo stupro, all’abuso, al furto o alle molestie; e nella mia mente costituisce un cattivo servizio a chiunque altro l’autore potrebbe essere incline a molestare; e aspettarsi il perdono da qualcuno che è stato già ferito una volta equivale a violarlo una seconda volta.

Richard Tralasciando per il momento quei casi per i quali consideri che equivalgano a un ulteriore violazione, che scopo ha non perdonare, Sledpress?

Sledpress Ho la sensazione che siamo sui lati opposti della barricata, Richard […].