La Passione di Vivaldi, di Tommaso Cherubini. Anna Maria (2)

I vagiti ora erano più frequenti e il loro tono si era fatto rabbioso; suor Giuliana lasciò cadere la vanga con cui stava lavorando nell’orto e corse verso la scaffetta; ruotò il cilindro di legno in modo che l’apertura fosse rivolta verso l’interno dell’Istituto e vide l’ormai consueta scena che negli ultimi mesi si andava ripetendo troppo spesso: nell’angusto spazio del cilindro giaceva un neonato abbandonato da chissà chi.

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Intanto, attratte dai lamenti della creatura, le altre sorelle del Pio Istituto lasciarono perdere i loro lavori manuali e si accalcarono di fronte al muro di cinta intorno alla scaffetta.

Sembravano api nell’alveare, l’aria si riempiva dei loro commenti: “Che madre snaturata! Per poco non l’ammazzava per farlo entrare lì dentro”.

E ancora: “Avrà almeno un mese, ci poteva pensare prima quella sciagurata della madre e non aspettare che fosse così cresciuto!”.

“Forza a lavorare: ogni occasione è buona per distrarsi”, tuonò la Priora irrompendo nel gruppo.

Tommaso Cherubini, l’autore, a Cipro

“Che cosa succede? Fatemi vedere”. Scansò le suore senza tanti complimenti e si trovò di fronte un piccolo corpicino intirizzito dal freddo e stremato dalla fame e dal pianto.

Lo sollevò dall’angusto giaciglio e si affrettò verso l’ingresso dell’istituto seguita da suor Giuliana.

Appena entrata nell’infermeria la Priora tolse i pochi stracci che coprivano il neonato: “Guarda, è una bambina!” esclamò. “Eppure bella! Deve avere un bel caratterino, ancora non smette di piangere; chissà che da grande non diventi una corista!”

Poi la sua espressione cambiò d’improvviso e si fece cupa: “Intanto è un’altra bocca da sfamare e Dio solo sa quanti sacrifici stiamo facendo. Se almeno arrivasse qualche lascito! Ma questi ricchi vivono a lungo, se la godono fino all’ultimo”, disse con amarezza.

“Ma madre, il marchese Tron, che è deceduto il mese scorso, non ci ha lasciato nulla?” domandò suor Giuliana.

“Sì, il suo dovere l’ha fatto, pace all’anima sua; ma gli uomini come lui, a Venezia, sono sempre più rari.”

“E quanto ha lasciato?”

“Ma cosa vuoi sapere tu? Pensa a fare il tuo dovere”, replicò la priora, seccata dalla curiosità della suora. Certo il lascito di duemila ducati del marchese non era stato poca cosa, ma lì dentro le bocche da sfamare erano settecento, mica uno scherzo, e gli aiuti del Magistrato degli Ospedali non bastavano alle necessità.

Suor Giuliana raccolse gli stracci per buttarli e in quel mentre si accorse che tra le pieghe del tessuto c’era una carta da gioco spezzata a metà, il segno di riconoscimento che le madri lasciavano nei fagotti abbandonati sperando di potersi riprendere un domani i figli, quando avrebbero avuto di ché sfamarli: sarebbe stato sufficiente presentare la carta tagliata e verificare che combaciasse con quella lasciata nel cilindro.

La carta, sporca e unta, raffigurava un giovane guerriero bendato; senz’altro una di quelle carte che venivano usate nei casini del popolo, dove a giocare ci andavano manovali e gondolieri.

La piccola non poteva certo essere figlia di nobili, congetturò la Priora, forse sua madre era povera e non poteva sfamarla o forse la piccina era il frutto di un peccato che doveva essere tenuto nascosto.

L’Istituto era pieno di bambine sfortunate la cui unica colpa era quella di essere venute al mondo senza essere volute! E che vita le aspettava! Le più carine riuscivano a farsi maritare da qualche commerciante ma per le altre il destino riservava una vita di privazioni; andava già bene se finivano a fare le serve in casa di qualche nobile.

Non era raro infatti che qualcuna, finita nelle mani di uomini senza scrupoli, si ritrovasse a fare la cortigiana, come quella mangia uomini della Giorgina, che aveva un casino privato in vicolo de’ Mori e che senza ritegno veniva pure a far visita alle ex colleghe dell’Istituto durante le ore del parlatorio!

“Giuliana! Non vedi che la pupa prende freddo? Su mettila in fasce e vai ad avvisare il medico di guardia nell’ospedale: c’è da fare un altro marchio” comandò la priora.

Questa pratica di marcare con un segno di riconoscimento la morbida pelle dei neonati si era resa necessaria per impedire che le balie cui venivano affidati i bimbi per l’allattamento facessero delle sostituzioni: in quei tempi lo scambio di neonati sani con altri di salute cagionevole era diventato un vero e proprio commercio molto redditizio.

La priora indugiò ancora nell’osservare la piccina: aveva due occhi turchesi meravigliosi.

“Chissà quanti cuori infrangeranno” pensò, ma la neonata, per nulla interessata alla suora, continuava a piangere rabbiosamente.

In quel mentre entrò il dottore, con indosso un camice bianco; era giovane e d’altronde solamente un medico alle prime armi avrebbe acconsentito di lavorare quasi gratis in un ospedale.

“Ah un altro arrivo!”, esclamò entusiasta, “e che bella bimba! ” aggiunse rigirando la piccina a pancia in sotto.

Poi con movimenti esperti preparò l’occorrente per il marchio: prese un ferro che aveva nella parte terminale un calco a forma di mezzaluna con sopra una croce e tenendolo per il manico di legno lo adagiò su un braciere per farlo arroventare. Quindi versò dell’acqua in una bacinella e si fece dare delle bende che sistemò sul lettino.

“Non piangere occhi belli, non ti farò molto male e sarà veloce” disse prendendo il calco arroventato dal braciere; istruì le suore affinché gli tenessero ferma la neonata e senza esitazione affondò l’attrezzo rovente nella natica destra della piccina.

Un acre odore di pelle bruciata invase l’ambiente mentre le urla della poveretta si facevano rabbiose; dai suoi splendidi occhi color turchino sgorgavano lacrime in abbondanza.

“Questa, cara mia, non sarà certo l’unica croce che dovrai portare nella vita” pensò il dottore guardando il segno lasciato dal ferro sul sederino; “tanto vale che cominci ad abituarti subito!”

“A proposito, madre, che nome le avete messo? ” chiese il giovane.

“Veramente ancora non ho deciso, avete voi qualche suggerimento?” rispose la priora prendendo da uno scaffale il registro dei bambini esposti.

“Si, un nome lo avrei. Proprio ieri la mia ragazza mi ha lasciato per andare a vivere a Verona con un altro uomo: si chiamava Anna Maria. Chiamatela così”; le ultime parole gli si strozzarono in gola, tanto era ancora vivo il dolore per essere stato abbandonato.

“Ora devo andare. Più tardi mettetele questo unguento e fasciatela con le bende”, istruì le donne e si congedò.

La priora affidò la bimba a suor Giuliana e si sedette allo scrittoio dove aveva poggiato il registro: lo aprì e nella colonna dei nomi degli esposti scrisse: Anna Maria. Un nome importante e sopra tutto virtuoso; chissà se la piccola lo avrebbe saputo portare, pensò.

Poi prese la mezza carta trovata nei panni e la incollò nello spazio riservato ai segni di riconoscimento: se uno dei genitori avesse voluto riconoscerla in futuro, avrebbe dovuto esibire, come prova, l’altra metà della carta che avrebbe dovuto combaciare esattamente con questa.

Chiuse il registro e lo ripose nello scrittoio.

“Vedi di non farle prendere freddo” si raccomandò la Priora. “Io devo uscire, ho un appuntamento col Magistrato alla Sanità”.

Lasciò suor Giuliana alle prese con quel fagottino le cui grida non accennavano a diminuire; si sentiva stanca, afflitta dalla preoccupazione di provvedere ad una famiglia che aumentava ogni giorno: avrebbe dovuto essere molto convincente con il Magistrato ed ottenere un aumento dei sussidi.

Sentiva il peso degli anni ed aveva voglia di ritirarsi in un piccolo convento a pregare tutto il giorno, lontano dai problemi quotidiani. Suor Giuliana era una brava suora, l’avrebbe sostituita egregiamente nella guida dell’Istituto.

La pioggia continuava incessante ed il rumore del temporale copriva le voci delle fanciulle del coro che provenivano dall’attigua cappella: c’era sempre un angolo di musica in laguna a dare conforto agli affanni dell’anima!

[continua]

La Passione di Vivaldi, di Tommaso Cherubini (1)

Tommaso Cherubini

Ho da poco letto La Passione di Vivaldi, di Tommaso Cherubini (qui i link a Amazon.com, Barnes & Noble e IBS.it), un romanzo passionale che mi ha colpito, intrattenuto e mi ha insegnato alcune cose. Il modo di raccontare, per esempio, è gradevolmente antico e ricorda le narrazioni di Alexandre Dumas padre anche se più asciutte (non è una svalutazione, Dumas è immenso) e con un Balzac che peraltro fa capolino qua e là. Poi tutta Venezia e non solo vi compare, ricca di colore e dettagli e con al centro Antonio Vivaldi, il musicista della prima metà del ‘700, che “è prete e si innamora perdutamente di Anna Maria, una fanciulla sua allieva nel coro del Pio Istituto della Pietà, dove lui insegna violino”.

E’ un amore travagliato, “tenuto nascosto a causa dell’abito talare del musicista. La loro relazione è osteggiata da Lucrezia Basadonna, una nobile veneziana che, innamoratasi perdutamente di Vivaldi, fa di tutto per sottrarlo alla sua amata, usando metodi iniqui, tanto da portarlo vicino alla morte”.

La narrazione alla Dumas, i dettagli e le ambientazioni, dicevo. Mi è anche piaciuta la capacità che ha l’autore di introdurre in modo naturale il retroterra dei personaggi (il lettore deve esserne informato, ma è difficile farlo scioltamente) attraverso racconti e riflessioni dei presenti, mischiati al narratore onnisciente che completa dove loro si fermano.

Tommaso Cherubini si divide tra Cipro e l’Italia

La documentazione è ricca e frutto di grande lavoro poiché, come scrive Cherubini, i luoghi reali ed i personaggi realmente esistiti “sono il frutto di una minuziosa ricerca fatta nell’Archivio di Stato di Venezia e nella Biblioteca Marciana in San Marco. La storia è stata creata dall’autore nel 1988 durante i frequenti soggiorni a Venezia, al fine di partecipare al concorso per giovani scrittori sponsorizzato da Mont Blanc alla Fiera del Libro di Torino. Il libro è risultato finalista dopo essere stato valutato da una commissione formata dai maggiori editori italiani, ma alla data della premiazione, avendo l’autore compiuto i 40 anni, è stato escluso dalla assegnazione finale del premio. L’autore lo ha tenuto nel cassetto per 30 anni e solo alla fine del 2018, dopo averlo revisionato, ha deciso di pubblicarlo”.

Con il permesso dell’autore The Notebook pubblica i primi tre capitoli del romanzo.


Capitolo I. Le prime note

Non aveva fatto che piovere negli ultimi giorni e un persistente scirocco aveva portato l’acqua alta in laguna costringendo i veneziani a camminare su delle assi di legno sistemate sulle calli inondate.
Gran seccatura, sopra tutto per le persone anziane che rischiavano di scivolare dalle travi e rompersi le ossa.

Non era certo questa la preoccupazione che assillava il giovane Vivaldi mentre saltava da un’asse all’altra in Campo della Bragola, non lontano dalla bottega di barbiere di suo padre; la sua ansia era di arrivare in tempo per le prove del concerto che si sarebbe tenuto l’indomani nella Basilica di San Marco per celebrare i funerali del Serenissimo Doge Marcantonio Giustinian.

Un’occasione come quella non si sarebbe ripresentata: suonare insieme a dei veri professionisti al posto di suo padre che si era fratturato il polso destro, proprio cadendo da una di quelle assi di legno.
Si turbò per la cattiveria dei suoi pensieri e se ne vergognò un poco perché voleva bene a suo padre e gli era riconoscente per avergli insegnato a suonare il violino.

Ma esibirsi in San Marco, in un concerto ufficiale, era per lui più di un miracolo e ancora stentava a credere che il Maestro Legrenzi lo avesse scelto in sostituzione del padre. Temeva di svegliarsi da un momento all’altro da questo sogno meraviglioso e di ritrovarsi a casa con i fratelli che, gridando in continuazione, non lo lasciavano un attimo tranquillo e gli impedivano di concentrarsi sul violino come avrebbe voluto.

Non che a casa stesse male, ma le continue urla della madre, sempre appresso ai figli a pulire e gli scatti d’ira del padre che gli rammentava in continuazione che ormai era grande e che doveva cominciare a guadagnarsi il pane, gli toglievano la concentrazione necessaria ad esercitarsi sullo strumento. A lui solo quello importava: suonare. Era stato espulso dalla scuola per scarso profitto e a causa delle continue assenze.
Ma che colpa ne aveva lui se soffriva di asma e alcune notti non riusciva a dormire ritrovandosi in ginocchio ai piedi del letto, tutto sudato in preda alle convulsioni?

E come poteva la mattina dopo stare attento alle lezioni? A parte l’asma, la scuola era noiosa: invece che seguire le lezioni preferiva astrarsi con la mente ed immaginare sequenze di note che poi, una volta a casa, suonava e metteva per iscritto. Aveva al suo attivo già più di cento composizioni, alcune delle quali teneva nascoste in uno stipetto del cassettone della cucina.

Una volta sua madre, facendo un repulisti, le trovò e gliele mise sul letto; lui si arrabbiò moltissimo e le fece giurare di non dirlo al padre, altrimenti le avrebbe bruciate; per il momento dovevano rimanere segrete, poi un giorno ne avrebbe ricavato un’opera da mettere in scena ricavandone un guadagno.

“Ma vedi di andare ad aiutare tuo padre alla bottega, che è solo e ha bisogno di aiuto” gli diceva sempre la madre, cui le stravaganze musicali del figlio destavano non poche preoccupazioni per il suo avvenire.
“Col violino non ci si mangia” diceva al marito quando egli, per suonare in San Marco in cui era orchestrale stabile, trascurava il suo lavoro di barbiere.

La pioggia non accennava a diminuire. Per San Marco mancava ancora un bel po’ di strada; il giovane Vivaldi saltava tra le pozzanghere cercando di bagnarsi il meno possibile ma ormai le scarpe gli erano diventate due secchi d ‘acqua e i pantaloni zuppi gli rimanevano incollati alle cosce.
Un gruppo di vecchiette sostava sulle assi impedendogli il passaggio: si erano fermate, con le borse della spesa piene di verdura comprata al vicino mercato e commentavano le disgrazie causate dall’acqua alta. Il giovane violinista saltò giù dalle travi e decise di abbreviare il percorso passando di fronte alla chiesetta di San Giovanni in Bragora, e da lì tagliare per il ponticello della Pietà.

Ormai una pozzanghera in più o in meno non avrebbe fatto differenza.Don Giulio, il parroco della chiesa, al riparo sotto il portale d’ingresso, lo osservava zigzagare tra le pozze e si meravigliava che il piccolo Antonio, sempre indisposto per l’asma, potesse avere tutta quella energia in corpo. Si ricordava ancora di quella mattina di maggio di dieci anni prima quando la madre, la signora Camilla, gli aveva portato disperata il neonato perché ricevesse il battesimo prima che morisse. Era sconvolta: il medico aveva diagnosticato alla creatura in fasce una grave infiammazione ai polmoni che difficilmente sarebbe guarita. Il parroco le aveva detto di rassegnarsi e di pregare, che la perdita del bambino sarebbe stata compensata dalla buona salute degli altri figli; ma si era sbagliato perché il piccolo, pur rimanendo soggetto ad attacchi di asma, era riuscito a superare la crisi e a condurre un’esistenza pressoché normale.

“Antonio, ma dove corri con quest’acqua! ” lo apostrofò il prete assumendo un’aria di rimprovero.
Vivaldi si fermò contrariato: “il parroco ora proprio non ci voleva” mormorò a denti stretti e si preparò ad ascoltare la ramanzina che ormai conosceva a memoria sul perché in chiesa ci veniva solo quando si trattava di suonare e alle funzioni non si faceva mai vedere e che per un chierichetto non era quello il modo migliore per avvicinarsi al Signore e varie altre litanie del genere.
Il prete parlava ma il giovane Vivaldi pensava al suo violino, a quell’ottava di passaggio che era il segreto per eseguire correttamente il pezzo che avrebbe suonato di lì a poco: non doveva assolutamente lasciare andare le dita, all’attacco del largo, ma doveva tenerle ben strette sull’accordo altrimenti avrebbe perso un tempo.
“Dì un po’, ma mi stai a sentire? “ si arrabbiò il parroco cui non era sfuggito lo sguardo assente del giovane
“Certo Don Giulio, ma ora mi scusi devo proprio andare” lo lasciò di sasso, impalato come una statua e con un’espressione da ebete sul volto.

Il prete osservò il ragazzino allontanarsi tra le pozzanghere e constatò con amarezza che forse la vera vocazione del giovane Antonio non era quella di farsi prete, bensì di diventare un musicista. Aveva da sempre avuto il dubbio che una tale scelta fosse stata presa per lui dai genitori, forse preoccupati dalla sua eccessiva passione per un’attività poco redditizia come la musica o forse per mettere quel figlio così ingenuo e cagionevole di salute al riparo dalle insidie del mondo.

Antonio affrettò il passo e dopo aver attraversato il ponticello sul rio della Pietà si ritrovò nel vicolo che costeggiava l’omonimo Istituto Ospedaliero; da lì poteva scorgere le barche che incrociavano nel bacino di San Marco di fronte alla riva degli Schiavoni: in un attimo sarebbe giunto alla Basilica.
A metà del vicolo, proprio sotto le mura del Pio Istituto, una strana scena si presentò alla sua attenzione: una giovane donna stava cercando di far entrare una specie di fagotto dentro un’apertura praticata nel muro di cinta ove era incastonato un cilindro di legno che ruotava intorno al suo asse verticale: in questo modo il suo contenuto poteva essere prelevato dall’interno dell’edificio senza che il depositante venisse visto ed eventualmente riconosciuto.

Ma quel fagotto era troppo grande e la donna faticava a farlo entrare nella fessura del cilindro; mentre Vivaldi gli passava accanto, dall’involucro uscirono strani suoni simili a vagiti di neonato.
Dunque la donna stava abbandonando una creatura: Vivaldi aveva sentito dai compagni strani racconti su certe usanze di alcune madri di abbandonare i propri figli negli Istituti di carità, ma non aveva mai pensato che fossero vere.
Ora invece ne aveva la riprova: ma con quale coraggio quella madre abbandonava la sua creatura? E per quale motivo?
Si fermò a guardare la scena più da vicino ma la donna lo aggredì furiosa: “ Di che ti impicci? Fila via” gli gridò piantandogli addosso due occhi di felino braccato, cerchiati di nero.

Vivaldi rimase impietrito: guardò il volto scarno della donna farsi leggermente rosso sugli zigomi sporgenti e mostrare tutta la sua aggressività animalesca. Avrebbe voluto chiederle perché commetteva una simile atrocità ma non ne ebbe il coraggio: la donna gli faceva troppa paura.
Si mise a correre di scatto verso la Riva degli Schiavoni col cuore in gola mentre i vagiti del neonato lo rincorrevano nel vicolo e gli rimbombavano nelle orecchie. L’ansia per la prova del concerto era sparita; al suo posto era subentrata una profonda angoscia per la sorte di quella creatura innocente, abbandonata così crudelmente.

Aveva smesso di piovere e l’aria si era fatta più fresca; Antonio inspirò profondamente e cercò di non pensare più a quell’orrendo episodio.
Ma quando entrò nella Basilica di San Marco non si era affatto calmato; il cuore gli scoppiava in petto e la tosse fastidiosissima aveva ricominciato ad affliggerlo.

“Ma siete sicuro che il giovane Vivaldi sia all’altezza di sostituire il padre?”
La domanda era stata posta dal primo violino dell’orchestra, un anziano musicista la cui avversione per i giovani era proverbiale, tanto che in passato si era opposto all’ingresso nell’orchestra di elementi validi, solo perché dotati di poca esperienza.

“Non c’è nessun problema, conosco il giovane e vi posso assicurare che è all’altezza del compito”, rispose secco il Maestro di Cappella Giovanni Legrenzi, sotto i cui insegnamenti Vivaldi aveva mosso i primi passi nel mondo della musica.

Vivaldi figlio, a soli dieci anni, era di gran lunga superiore al padre che pure suonava da venti anni, ma questo non poteva dirlo al buon GiovanBattista che si era sempre comportato dignitosamente sotto la sua direzione.
Antonio era un’altra caratura di musicista: il suo estro e la sua inventiva ne facevano un futuro virtuoso del violino e il maestro era sicuro che presto il talento del giovane sarebbe stato riconosciuto e apprezzato nei salotti e nei teatri veneziani.

D’altronde il suo fiuto non aveva mai fallito: c’erano, nella velocità delle mani del giovane e nella loro capacità di fermarsi senza errore sugli accordi giusti, le premesse del grande artista, rafforzate da una non comune capacità interpretativa. Insomma tecnica e sensibilità unite insieme, combinazione assai difficile da trovare già formata in un giovane di dieci anni.

La basilica era avvolta nell’oscurità nonostante fosse mattina: dai vetri dei rosoni filtrava a malapena una debole luce biancastra. Anche i candelabri erano spenti, avendo il Procuratore di San Marco, arcinoto per la sua tirchieria, dato disposizioni affinché le candele e le lampade venissero accese solamente in concomitanza con le funzioni religiose.
Vivaldi, appena entrato, ebbe bisogno di un po’ di tempo per abituare i suoi occhi all’oscurità; sentì provenire dal coro di sinistra l’inconfondibile stridio degli archi mentre venivano accordati: una sorta di cacofonia, ma pur sempre calda e invitante.

La tosse cessò e ricominciò l’ansia: sì, d’accordo, cercò di rincuorarsi, quel pezzo di Corelli chissà quante volte lo aveva provato e riprovato insieme al padre; ma ora si trattava di suonarlo insieme a dei professionisti e sotto l’orecchio vigile del Maestro. Un attacco di panico lo assalì: poteva andarsene e inventare una scusa, dire che non si sentiva bene.
“Antonio! Finalmente, credevamo che ti fosse successo qualcosa, sbrigati!” lo apostrofò il Maestro Legrenzi, affacciato alla balaustra del coro.
La fuga non era più possibile: il giovane salì le scale che portavano al mezzanino dove era sistemata l’orchestra e prese posto tra gli archi borbottando scuse impacciate. Nel posto occupato di solito dal padre trovò il suo violino, se lo accostò alla spalla e cominciò ad accordare, evitando di guardare gli altri orchestrali. Si sentiva osservato e ciò aumentava la sua ansia.

Ma quando il Maestro Legrenzi assunse la posizione iniziale con le braccia sollevate e guardò il giovane dritto negli occhi tutte le paure cessarono. L’anziano direttore si concesse un attimo di pausa, quasi a voler raccogliere tutte le energie, prima di sprigionarle nella direzione dell’orchestra: il volto scarno, incorniciato nei lunghi capelli bianchi, sembrava quello di un morto, ma gli occhi, quasi nascosti dalle folte sopracciglia, pur socchiusi, trapelavano un intenso bagliore metallico.

Con la bacchetta tenuta nella mano destra accennò un lieve movimento circolare, mentre con la mano sinistra aprì lentamente il pugno chiuso ed invitò gli archi all’adagio iniziale. Il caldo suono delle viole riempì le navate della Basilica e Vivaldi sentì l’armonia pervadere i suoi sensi. Ora provava una gran pace, quasi uno stato di grazia e di beatitudine, come se lui e la musica fossero una cosa sola: cominciò a far scorrere l’archetto sulle corde del ponticello, mentre le dita dell’altra mano si andavano a posizionare sugli accordi da sole, guidate da una forza invisibile.

Guardava il maestro, ma non lo vedeva: ne percepiva solo l’energia da cui si lasciava guidare.
La sua mente era vuota di pensieri: che bello sentirsi musica e null’altro!

[continua]